Pillole di Calcio – Hasta siempre, Flaco! L’addio a Cesar Menotti: il mondiale durante la dittatura argentina e quel piccolo genio di Maradona da lanciare

“Io parlo sempre ai giocatori dell’angolo di 90 gradi. Chi attraversa il giardino evitando l’angolo a 90 gradi, calpesta i fiori e arriva più velocemente; chi utilizza il percorso di 90 gradi impiega più tempo ma non danneggia i fiori. So che questa è filosofia spicciola ma io credo in questo genere di cose. Io credo che si debba dare valore a ciò che è meritato e che ci sia bisogno di ignorare o almeno non esaltare ciò che non è stato ottenuto meritatamente”.

Così, Marcelo Bielsa, in una delle sue memorabili conferenze ai tempi dell’Athletic Bilbao, educava la stampa a vedere e a commentare le partite di calcio andando oltre il risultato. Una scuola di vita, quella del tecnico argentino, che parte insieme a lui dalla sua città Rosario con il Newell’s Old Boys, attraversa l’Oceano, mette radici in Europa e poi ritorna in Sudamerica e, ironia della sorte, al di là del Rio de La Plata, in Uruguay. Non è, tuttavia, del Loco Bielsa la paternità di questa prospettiva futbolista bensì di un altro rosarino. Cesar Luis Menotti – detto El Flaco perché molto magro – ha saputo esportare come pochi altri la genialità tipica di quel luogo definito “culla della bandiera”, un po’ come Firenze per gli italiani: non è Roma ma se Roma è eterna il merito lo deve ai geni toscani. Ecco, se il fùtbol è eterno lo deve a personalità come il Flaco Menotti, il Loco Bielsa, il Fideo Di Maria, Lionel Messi. È per questa mistica che a Rosario ha scelto di nascere per la seconda volta Diego Armando Maradona. Nell’ottobre del’93, Maradona sceglie i leprosos del Newell’s Old Boys – ovvero “lebbrosi”, come vengono soprannominati in patria – per rimettersi in forma e giocare i mondiali di U.S.A ’94, dopo la squalifica di un anno e mezzo a causa del doping, un’esperienza non indimenticabile a Siviglia e qualche mese di assoluto anonimato, in bilico anche tra la vita e la morte.
Per la cronaca, rosarini lo sono anche Ernesto Che Guevara e Lucio Fontana, l’artista famoso per gli squarci verticali sulle tele.

Squarcio netto e implacabile sulla vita degli argentini lo è stato, invece, la dittatura militare di Jorge Rafael Videla e dei suoi fiancheggiatori Agosti e Massera, a partire dal ’76. In precedenza, i coniugi Juan Domingo e Isabelita Peron avevano governato per due stagioni politiche dal 1944 al 1976, sortendo effetti disastrosi dal punto di vista economico, con un picco dell’inflazione del 500%. È in questo scenario incontrollabile che si insinuano gli USA, con il segretario di stato Henry Kissinger e la CIA che sostengono l’emergere dell’esercito e un “Processo di riorganizzazione nazionale”. Più che riorganizzazione, però, quello che va in atto è un massacro silenzioso con provvedimenti come: sospensione di tutti i diritti costituzionali, introduzione della legge marziale, re-introduzione della pena di morte, scioglimento del parlamento, controllo di partiti e dei giornali. Circa trentamila persone vengono arrestate, torturate e segretamente uccise e poi fatte sparire perché sospettate di appartenere ad organizzazioni studentesche, sindacali e politiche rivali, o anche solo perché indecise sul colore del partito. È il famoso fenomeno dei desaparecidos.
In questo contesto nazionale, si svolgono i mondiali del 1978, probabilmente l’edizione più controversa della storia. Nel 1978, l’Argentina è il Paese ospitante, in virtù di una concessione avvenuta cinque anni prima, sotto Peron. Le manifestazioni di sdegno delle madri dei desaparecidos fanno, però, alzare il sopracciglio del presidente brasiliano della FIFA Joao Havelange,  che pensa ad un altro paese ospitante per poi arrendersi e negoziare con la giunta argentina, che aveva precedentemente rapito due suoi connazionali.
Il mondiale argentino è un grande esempio di “sportwashing”, ovvero di come ripulire l’immagine di un paese sfruttando lo sport e facendo distogliere lo sguardo del mondo intero dalla pessima situazione dei diritti umani. Quattro anni prima, per lo stesso motivo, il presidente dello Zaire Mobutu Sese Seko organizza a Kinshasa uno degli incontri di pugilato più iconici di sempre: Muhammad Alì contro George Foreman. E mentre “il fu Cassius Clay” manda KO Foreman all’ottavo round, nei sotterranei dello Stade Tata Raphaël erano ammassati gli schiavi, in condizioni disumane.

Per ripulirla bene l’immagine dell’Argentina e per tenere ben chiusi gli occhi dei tribunali umanitari del mondo, non basta solo Kissinger: quei mondiali vanno vinti ad ogni costo. Dal ’74, il commissario tecnico dell’Albiceleste è il Flaco Menotti, quello dell’angolo retto, del giardino e dei fiori. Qualcuno giura di averglielo visto calpestare un fiorellino, vedendolo affiancare uno dei leader della giunta militare. Lui, convinto uomo di sinistra. E Videla? come può il leader maximo argentino sopportare l’onta di essere guidato sul tetto del mondo da un oppositore politico, uno di quelli che avrebbe volentieri fatto sparire? La verità è che Videla di calcio non sa niente e si è affidato, per l’occasione, a chi Menotti lo ha visto allenare l’Huracan e stravincere il Campionato Metropolitano del ’73 con una squadra di sbronzi, come il Loco René Houseman. Giocare con gioia! Era questo il mantra di quel gruppo che praticava un calcio fatto di circolazione scrupolosa della palla, passaggi corti, ritmo ed equilibrio. Non di solo contropiede vive il calcio innovativo del rosarino Cesar Luis, perché “il contropiede è come l’amore: puoi improvvisarlo ma non programmarlo”.
Sì, Menotti è l’uomo giusto per cominciare un autentico ciclo vincente ed è l’uomo da riconfermare nonostante sia politicamente diverso da chi governa il paese. Quell’Argentina, le carte in regole per vincere in modo trasparente le ha eccome: Pato Fillol, a difesa dei pali, il Kaiser Daniel Passarella, Gallego e Ardiles, autori della costruzione della manovra offensiva, Bertoni come ala destra e, infine, la punta di diamante nonché volto, in positivo, di quel mondiale, Mario El Matador Kempes, un concentrato di esplosività, potenza ed esuberanza, premiato come miglior giocatore e capocannoniere del torneo con sei gol a referto. Di queste sei marcature, quattro ne mette a segno contro Perù e Olanda, nelle ultime due partite che, di fatto, danno la coppa all’Argentina, con più di un’ombra sulla regolarità di entrambe e il perché non è difficile da intuire.

Quanto è costato al Flaco Menotti quel mondiale? Tanto, forse tutto. Non deve essere per nulla gratificante sapere di aver vinto nello sport, ma al contempo di essere andato contro ogni principio morale. Più in là, Menotti si sarebbe addirittura scusato per essere stato lo strumento nelle mani di Videla e per essere stato impotente rispetto a quanto di orribile perpetrato, mentre con la sua Seleccion saliva sul tetto del mondo: “Fui usato, chiaro. Il potere che sfrutta lo sport è vecchio come l’umanità, i feudatari strumentalizzavano i cavalieri dei tornei. Videla era il presidente dell’Argentina, non potevo impedirgli io d’entrare allo stadio. Nessuno immaginava che in quelle ore stava buttando i cadaveri nel fiume”. Certo, la sensazione di non essere governati da una giunta di angeli c’è già, durante la manifestazione casalinga, altrimenti non si spiegherebbe l’esortazione dello stesso CT negli spogliatoi prima della finale: “Non vinciamo per quei figli di puttana. Vinciamo per il nostro popolo”.

Argentina 1978 avrebbe dovuto essere il canto del cigno per Menotti, deciso a rimettere il suo mandato da selezionatore della nazionale a coppa ottenuta. Non va proprio così. Qualcosa di più grande scuote l’animo del tecnico rosarino ed è la voglia di lavorare con un giovane favoloso di nome Diego, di cognome Maradona e con un sogno nel cassetto: giocare il mondiale con l’Argentina e vincerlo. In verità il ragazzino Diego contava di prendere parte già all’edizione casalinga, ma la sua presenza veniva evidentemente considerata già ingombrante per la libertà di espressione in campo di campioni già affermati come Kempes, Houseman o Bertoni. O forse, è meglio non esporre quel concentrato di irriverenza alle maestranze dell’infame regime di Videla. Meglio per Diego, meglio per l’Argentina, meglio per il calcio.
Il primo vero banco di prova per entrambi, allora, è il Mondiale giovanile 1979, naturalmente vinto. Va meno bene tre anni dopo, in quella coppa del mondo “vera” giocata in Spagna e vinta poi dall’Italia di Paolo Rossi e Claudio Gentile, con quest’ultimo che, con una difesa asfissiante, si prende lo scalpo proprio del Pibe de Oro sulla via del trionfo. Finisce, di fatto, lì l’avventura di Menotti sulla panchina dell’Albiceleste, ma non al fianco di Diego, che ritrova al Barcellona e che allena fino al trasferimento del Dieci alla volta di Napoli.

Si saranno ritrovati anche lo scorso 5 maggio – e non c’è altra spiegazione – Menotti e il suo pupillo Maradona. Il Flaco infatti, è morto all’età di 85 anni, guarda caso nel giorno del 206esimo compleanno di Karl Marx, padre di molte delle sue ideologie politiche che hanno influenzato anche il suo calcio. Prima di andarsene, però, Menotti doveva chiudere i conti con il fùtbol e vincere un mondiale “vero”. Lo ha fatto eccome. Non tutti sanno, infatti, che sulla vittoria di Messi a Qatar 2022 c’è anche la firma di quell’altro rosarino un po’ più adulto. Menotti, infatti, viene scelto nel 2019 come direttore delle selezioni nazionali ed è, di fatto, lui a confermare Lionel Scaloni come commissario tecnico, apprezzando il suo lavoro e poi difendendolo e supportandolo a spada tratta, grazie a quel suo fare convincente, tipico di chi è retto come l’angolo di un giardino. Il calcio, la vita e le persone, come i fiori di quel giardino, Menotti non li ha mai calpestati. Hasta siempre, Flaco!