Il pari beffa contro la Roma è, a meno di clamorosi colpi di scena, la sentenza definitiva sui sogni scudetto del Napoli. Per gli azzurri l’ennesima occasione sprecata tra le mura amiche, dove hanno lasciato per strada ben ventuno punti, ottenendone appena trenta in diciassette gare. Tra i principali motivi per cui il sogno tricolore è al 95% infranto, c’è proprio il non essere riusciti a sfruttare sufficientemente il fattore San Paolo/Maradona, un tempo fortino inespugnabile e che quest’anno ha visto il Napoli collezionare ad ora soltanto il settimo rendimento del campionato. Il trend non all’altezza in quel di Fuorigrotta genera ovviamente grande rammarico, considerato anche che va a vanificare lo strepitoso rendimento in trasferta, dove in sedici gare sono arrivate undici vittorie e una sola sconfitta. I due incontri con Fiorentina e Roma sono prova di un Napoli in involuzione dal punto di vista sia fisico che tecnico-tattico. E’ evidente come in questo momento storico alla squadra manchi brillantezza nel gioco e di conseguenza la produzione offensiva è in netto calo. Inoltre gli uomini di Spalletti stanno venendo meno anche nella fase difensiva, ovvero una componente che ha rappresentato un vero e proprio valore aggiunto per gran parte di questa stagione. Non a caso il gol messo a segno da El Shaarawy è frutto di una dormita colossale della retroguardia partenopea, dopo che già la gara contro la Fiorentina ha fatto scattare il campanello d’allarme in merito a squilibrio tattico e amnesie difensive. Il Napoli visto nelle ultime due uscite, ma anche in altre precedenti, è decisamente il lontano parente della squadra che sino a qualche mese fa riusciva perfettamente a far coincidere gioco corale, possesso di qualità ed efficacia e solidità difensiva.
In virtù di tale rendimento è giusto che ci si interroghi su vari aspetti, uno fra questi la condizione atletica che sembra non essere non ai livelli massimi. Ed infatti nelle suddette partite gli azzurri hanno approcciato in maniera positiva per poi spegnersi dopo la prima mezz’ora e crollare durante la ripresa. Un dato che sicuramente non ci si aspettava, considerato che il Napoli da inizio marzo gioca una volta a settimana. Si sperava che il recupero degli indisponibili (anche se gli infortuni non hanno in pratica mai smesso di susseguirsi) e la settimana tipo per preparare le gare di campionato avrebbe potuto favorire la disputa di un grande rush finale, come accaduto, tralasciando il nefasto Napoli-Verona, la scorsa stagione. Dato che l’obiettivo prefissato ad inizio stagione, ovvero il piazzamento Champions, è stato ampiamente raggiunto, il campionato è comunque da valutare positivamente e non può di certo definirsi fallimentare. Ma allo stesso tempo resterà inevitabilmente un’annata dagli enormi rimpianti, in quanto si è venuta a creare l’occasione ghiotta di scrivere la storia e regalare a un popolo intero il sogno di una vita, un’opportunità che, a meno di clamorosi ribaltoni, la squadra non ha avuto la forza, anche e soprattutto mentale, di cogliere.
Al fischio finale di Napoli-Roma le lacrime di Lorenzo Insigne sono state l’immagine emblematica dei sentimenti di rabbia e delusione che aleggiavano in quegli istanti in campo e sugli spalti. L’esterno partenopeo ha fornito una prestazione magistrale, trasformando alla perfezione il tiro dal dischetto e palesandosi tra i pochi realmente attivi. Una prova da vero leone in un match nel quale Insigne si è preso la squadra sulle spalle ed è stato l’unico a dare vivacità e inventiva all’attacco, oltre al costante sacrificio con i tanti ripiegamenti. Dal pianto del capitano traspare la consapevolezza che il desiderio di concludere il lungo percorso in maglia azzurra con la vittoria del tanto agognato tricolore è quasi svanito. Un’ennesima dimostrazione del suo grande attaccamento alla maglia, che ancora oggi alcuni provano inspiegabilmente a mettere in discussione. Tra vari problemi fisici e le questioni extra-campo che hanno inevitabilmente inciso, Lorenzo non ha vissuto la sua miglior annata per rendimento, tuttavia, come d’altronde sempre in questi anni, l’abnegazione non è mancata, neanche nei momenti di maggiore difficoltà.
Manca ormai meno di un mese al definitivo saluto del talento di Frattamaggiore e l’auspicio è che in occasione del prossimo 15 maggio, giorno in cui disputerà la sua ultima gara al Maradona, gli venga riservato un tributo degno del riconoscimento che merita un figlio di Napoli entrato di diritto nella storia del club. Un figlio di questa città che per anni è stato il capro espiatorio di una buona parte di tifosi, che ha sempre dovuto portare sulle proprie spalle un peso enorme e che spesso gli ha causato insofferenza, ovvero quello di non avere margine di errore ed essere continuamente subissato di critiche ingenerose a prescindere. Eppure non vi è alcun dubbio che tutti coloro i quali non l’hanno mai apprezzato abbastanza avrebbero pagato oro pur di avere una carriera come quella da lui vissuta a Napoli. Lorenzo Insigne con la maglia del Napoli è diventato capitano, raggiungerà quota 430 presenze, ha fornito quasi 100 assist ed è arrivato ad essere il terzo miglior marcatore della storia del club con 120 gol segnati a cinque partite dall’addio. Non sappiamo quando e se rivedremo un napoletano, così come un calciatore in generale, poter vantare numeri di tale spessore in maglia azzurra. Quest’ultimo è un fattore ad oggi trascurato e che con ogni probabilità balzerà all’occhio quando Lorenzo Insigne non ci sarà più.
Foto: SSC Napoli
