Dopo che ho attraversato tutte le categorie, non riuscire a salvare il Portici sarebbe come essere bocciato ad un esame per cui ho studiato tutti questi anni. Chi qui scrive, nelle parole di Sarnataro, e nel corso di una delle solite chiacchierate prepartita, ci vide tutta la professionalità di un allenatore che ha voluto la salvezza a tutti i costi. Non ne è il solo artefice, ma certamente la migliore guida che il gruppo potesse avere in una stagione fatta di alti e bassi. Smantellata la squadra dell’anno scorso – via Romano, Maranzino, Manfrellotti, Filogamo, Calvanese, Russo, Cirillo e via dicendo – il Portici ha ricostruito nuovamente, e Sarnataro s’è visto costretto ad affrontare ciò che un allenatore, specie forse nelle categorie minori, non si augura mai: il ricominciare da capo dovendo rinunciare ad una continuità costruita per un anno intero. Ma tant’è: non sempre si ha la forza di trattenere certi calciatori, come non sempre li si può trattenere controvoglia quando, vuoi per un motivo o per un altro, preferiscono non respirare più l’aria di mare che avvolge la cittadina vesuviana.
La società ha fatto ciò che ha potuto e forse, analizzando da vicino le cose, anche di più. L’arrivo di calciatori come Luca Orlando, sebbene sia pesata eccome la sua assenza per gran parte della stagione, così come il colpo Davide Di Gennaro ha permesso, con le possibilità del club, di aggiungere alla rosa elementi di spessore. Una rosa che, lo si può dire senza problemi, ha sempre confidato nelle proprie potenzialità, lavorando a testa bassa anche quando non riusciva a costruirsi la continuità che il suo tecnico auspicava – chi ha assistito alle sedute di allenamento ha sempre percepito nell’aria sia la professionalità di ogni singolo quanto la fiducia di mettere in pratica le idee di Sarnataro. E il Portici, pur pagando a volte delle scelte errate e degli errori di esperienza, non ha mai rinunciato al volersi imporre sul terreno di gioco – ne è l’esempio quella vittoria contro la Casertana in cui la legge del calcio ha sentenziato che non sempre è più forte chi investe di più. Il peccato è che soltanto sul finale di stagione – e ciò era prevedibile facendo affidamento al lavoro di allenatore e staff che, sebbene i ritardi, avrebbe dato i suoi frutti – il Portici ha cominciato a brillare, vedendo in Di Gennaro il suo punto di riferimento e, in particolare, anche la “punta” che agli azzurri mancava – 15 le reti in 25 gare, compresi 3 assist.
Ciononostante, non sono mancate le difficoltà, frutto di un’errata programmazione e di scelte forse compiute non con totale sicurezza. Se una squadra viene “smantellata” (le virgolette potrebbero anche essere evitate) a dicembre, tagliando fuori i vari Festa, Diop, Numerato, Dell’Acqua, Boufous, Coquin, Maravolo, Sarracino, Castagna, Esposito, Ferraro e Ciccarelli è inevitabile pensare che qualcosa sia andato storto. D’altronde gli errori fatti ad inizio stagione, di programmazione, di mercato, di scelte, sul breve o alla lunga sono destinati ad essere pagati. Poi, però, si reagisce: la società riaccoglie Filogamo, Maranzino e Cirillo, e Sarnataro ritrova il suo farò in regia. Lo scacchiere è (più o meno) ricomposto e, dopo una prima parte di stagione piuttosto altalenante, quanto meno ci sono i presupposti per rialzarsi. L’esito sappiamo qual è stato, e parlare di impresa non è inappropriato: ma l’impresa passa per il lavoro, per la fiducia costante nel riuscire a mettere quanto prima, o quanto meno al meglio, nuovamente insieme i pezzi – in attesa anche del recupero di un calciatore come Orlando. E Sarnataro ci è riuscito, facendo brillare il Portici di più sul finale con le vittorie contro Casertana ed Angri, il tris di Di Gennaro contro il Vis Artena e una determinazione che, in altre circostanze, avrebbe certo trascinato il Portici fuori dalla lotta salvezza molto prima.
Ad elogiare, però, soltanto l’ex serie A e serie B con la 11 sulle spalle si commetterebbe un errore: chi ha seguito i vesuviani dall’inizio si è reso ancora una volta conto del fatto che Portici resta un trampolino di lancio, un ambiente sano in cui, sebbene le difficoltà, gli allenatori giusti possono valorizzare bene certi elementi: e allora cominciano a spiccare Borrelli – qualche errore iniziale è stato sostituito dalla sensazione che trasmettesse sicurezza alla difesa come fosse in rosa da più tempo – Senese, centrale maturo e bravo ad esprimersi con l’aiuto dell’esperienza di un leader come Maraucci; il sempre attento Scorza e l’imprescindibile Pelliccia, efficace sia in fase difensiva quanto in costruzione offensiva. L’Amato, forse più di prima parte di stagione, è stata una piacevole rivelazione, per quanto abbia trovato meno minutaggio nella seconda parte, dimostrando maturità e capacità di restare concentrato sul terreno di gioco effettuando quasi sempre scelte giuste palla al piede. E poi ancora la fisicità e la giusta gamba di Mirante, la certezza di Maranzino in regia e la rapidità di un Nocerino che completa per caratteristiche un reparto in cui Filogamo ha finalmente avuto più spazio (come forse già meritava un anno fa), sacrificandosi molto per la squadra, ma realizzano meno in zona gol (solo 5 reti); infine, Orlando, forse l’emblema dell’attaccante che sa dare in primis il buon esempio ai compagni di reparto, lottando su ogni pallone e sudando la maglia senza mai mollare. Le 4 reti in 20 partite non oscurano le sue qualità, accompagnate da ben 6 assist (in una stagione difficile dal punto di vista fisico).
Ma forse ogni calciatore meriterebbe un trafiletto a parte, per non aver mai alzato bandiera bianca anche nei momenti più difficili. La forza di questo Portici, come ha ribadito sempre anche Sarnataro, è il gruppo. E in quel gruppo, il tecnico ha sempre avuto fiducia: nuje simme gente seria, allegra…appartenimme ‘o campo e a tutt’ chello che l’appartene. Una frase che ricalca la livella di Totò, una frase simbolica, ma da un significato forte. Senza l’unione probabilmente il Portici starebbe forse raccontando un altro esito. E, sebbene certe scelte abbiano remoto contro, per quanto poi raddrizzate per quanto possibile, la società ha trattenuto Sarnataro e, nelle parole di Ragosta rilasciate a Il Mattino, ha ammesso gli errori di quest’anno. Mea culpa e riconoscenza, oltre ad un immenso grazie, sono le risposte a Sarnataro, staff e squadra che, in attesa di sapere il loro futuro, si godono un’impresa guadagnata a scapito di squadre hanno investito il triplo o il quadruplo, pur raccogliendo briciole (e magari la retrocessione). E, infine, sebbene non si sappia quale sia la sua destinazione, quel Sarnataro che l’anno scorso all’esordio ha trascinato gli azzurri verso una salvezza tranquilla, quest’anno ha dimostrato forse ancor di più quanto idee, lavoro, sacrificio e professionalità – e quando la fortuna ti gira contro anche la giusta dose di grinta e cazzimma – riescano sempre a ripagare. Ed è bello pensare che un dio del calcio abbia ristabilito ordine, regalando a chi mescola in giuste quantità divertimento e disciplina, il premio che meritava senza ombra di dubbio. In fondo, umiltà, competenze e fiducia nel proprio lavoro hanno fatto sempre la differenza e rappresentano i reali punti fermi del lavoro del tecnico porticese.
