Benevento-Inter aveva soltanto lasciato un briciolo di speranza che lo spirito delle Streghe potesse costituire un intoppo alla gara dei nerazzurri. Purtroppo, però, non è andata così. E’ troppo evidente la differenza tecnico-fisica che c’è tra le due squadre, troppo l’alto tasso tecnico di certi top player dell’Inter quelli che, proprio perché costano per le proprie qualità, fanno la differenza in ogni gara.
Non c’è, naturalmente, da farne un dramma. Non sarebbe potuta andare diversamente alla luce di quanto visto in campo: i ragazzi di Conte hanno nel mirino lo scudetto; mentre lo scudetto del Benevento si chiama salvezza, ed è a quella che la società sta mirando sin dall’inizio del mercato, allestendo una squadra che possa rimanere nella massima serie.
In un Vigorito finalmente riaperto al pubblico dopo 7 mesi, Inzaghi propone il consueto 4-3-2-1, affidandosi ancora a Moncini e alle iniziative di Caprari. Schiattarella è luomo-regia, sostenuto da Dabo e Ionita. La scelta dei terzini ricade su Barba e Maggio, calciatori dalle caratteristiche più difensive che offensive, nel tentativo di tenere a basa le incursioni laterali di Hakimi e Young.
La fase di non possesso è certamente quella che più merita attenzione perché non pochi sono stati gli errori del Benevento che hanno permesso ai nerazzurri di arrivare facilmente al gol. Il primo dei quali subito dopo appena 30 secondi di gioco. Come si vede dalla foto messa in evidenza, la posizione dei giallorossi sulla prima rete subita lasci ampi spazi alla manovra d’attacco dell’Inter: tutto nasce dalla pressione alta della squadra di Inzaghi, che coinvolge spesso anche i terzini. Kolarov ha il contagiri e l’uno-due Hakimi-Sanchez – uomo che mette in crisi il centrocampo del Benevento, a nulla vale la marcatura a uomo di Schiattarella su Sensi – permette a Lukaku di siglare il primo tap-in.

E anche se il secondo gol può sembrare così diverso, lo è meno di quanto si pensi: la sventagliata a destra è sempre per Hakimi e il fatto che la palla finisca sui piedi di Young dalla parte opposta sottolinea quanto i giallorossi fatichino a stare al passo degli esterni nerazzurri, padroni delle due porzioni laterali di campo.
Se a ciò si aggiunge che la terza rete dell’Inter, come si vede nell’immagine proposta, è un regalo di Montipò diventa dura evitare l’imbarcata. Una delle prime caratteristiche del Benevento è, infatti, la volontà di costruire sempre dal basso rinunciando quanto più possibile a gettar via il pallone. Una caratteristica che rende meriti ad Inzaghi, voglioso di imporsi sul campo con la propria idea di gioco, ma che al tempo stesso prevede dei meccanismi perfetti (o quasi) sui quali il tecnico continuerà certamente a lavorare.
L’errore successivo di Letizia, subentrato a Barba per infortunio, è frutto di una leggerezza difensiva, segno di una giornata no, che non sorride di certi negli episodi del match. Concedere certe distrazioni all’Inter diventa una sorta di autodistruzione, che impedisce al Benevento di restare in partita da un punto di vista del punteggio. Il match sul finire del primo tempo è già deciso, quasi a spezzare qualsiasi speranza di rimettere in discussione i punti in palio.

Ma se il Benevento pecca in fase difensiva, in fase offensiva di non possesso Inzaghi può certamente sorridere. Sul gol subito dall’Inter, nato da un rinvio sbagliato di Handanovic e fotocopia di quello del suo compagno di reparto avversario, si vede tutta la filosofia del tecnico: un calcio offensivo che miri a schiacciare l’avversario nella propria trequarti con un pressing sempre molto alto. Dabo è un centrocampista che aiuta molto in questa fase: è suo il pallone riconquistato e finito, solo dopo, fra i piedi di Caprari che sigla l’1-3. Sono ben 5 i calciatori delle Streghe ad andare in pressione e l’idea, probabilmente, è stata proprio quella di costringere l’Inter al lancio lungo, cercando di limitare una costruzione palla a terra – sappiamo bene quanto anche con i cambi di gioco l’Inter abbia poi fatto male ai giallorossi. Non è la sola azione, quella del gol, in cui il Benevento effettua una pressione così alta; poche, però, le volte in cui i nerazzurri sbagliano in costruzione.

La chiave tattica del match cambia, quando nella ripresa Insigne fa spazio a Tuia. Inzaghi sceglie di inserire un altro centrale, di creare densità in area e di passare all’ormai solito 3-5-2, o se preferiamo, 3-5-1-1. In questo modo saranno Foulon e Letizia a fare da elastico, ritornando in difesa a dare man forte ai propri compagni e salendo nella fase offensiva del gioco. L’Inter riuscirà ugualmente a siglare un’altra rete, ma l’opzione altrnativa dal 4-3-2-1 classico permette alle Streghe di subire forse meno le offensive laterali, spine nel fianco del primo tempo del Vigorito.
Qualche parola merita anche la fase di costruzione, seppur attuata con fatica contro la compagine di Conte. Il jolly del centrocampo è proprio l’autore della doppietta, Gianluca Caprari. E’ lui a venire spesso in contro confermando l’ipotesi di un attacco a tre i cui esterni siano molto più stretti e vicini al centrocampo, dando spazio alle sovrapposizioni degli esterni di difesa. E’ del maghetto romano la palla che lancia Moncini contro la porta difesa da Handanovic; soltanto il palo frena l’attaccante dalla prima gioia personale.
In alternativa, spesso anche i giallorossi possono scegliere di optare per il cambio di gioco, offendendo ancora una volta con la spinta degli esterni d’attacco e di difesa e provando a creare pericoli rinunciando alle imbucate centrali.
Come detto da Inzaghi in conferenza più di una è la responsabilità della squadra sui gol subiti dall’Inter che hanno aperto all’imbarcata del Vigorito. Un aspetto sul quale il mister lavorerà sicuramente in vista della gara interna contro il Bologna. Tuttavia, l’ex tecnico della formazione emiliana si è detto soddisfatto dell’atteggiamento dei suoi e della voglia di rimettere in piedi, fin quando possibile, una gara che sulla carta non ha mai procurato dubbi. Il Benevento continuerà a lavorare su questi aspetti nella ferma volontà di imporsi sul terreno di gioco sempre seguendo una precisa filosofia del suo dodicesimo uomo: quella di un calcio propositivo. Che ci si vuole si salvare, ma alla propria maniera.
