Papà me lo diceva sempre: “Voi non avete visto Maradona, io si!”. E noi rosicavamo perché ad avercela la fortuna e la possibilità di guardare toccare palla il calciatore più forte di tutti i tempi. E così, da piccolo, guardavo le videocassette degli anni d’oro degli azzurri, quando un San Paolo strapieno di gente vibrava sismicamente alle punizioni, alle giocate e alle invenzioni del genio del gol.
La vita di Diego, è risaputo, è stata piuttosto tormentata e il numero 10, forse l’unico numero dieci di tutti i tempi, ha spesso costituito l’altra faccia di una medaglia che non sempre è stata d’oro come quella del Mondiale in Messico dell’86. Tanti i giudizi, tante le critiche, troppe le persone che hanno invaso la sua dimensione personale, più intima, dimenticandosi che forse, quando si ama il calcio, ci si deve limitare al Maradona con la palla incollata al sinistro. “Nel calcio non ho mai fatto uso di sostanze”, ha detto Diego a più riprese nel corso della sua vita. Questo dovrebbe bastare per non andarsi a perdere in discorsi fini a se stessi che ci allontanano dalla sfera calcistica che più amiamo commentare.
Tre novembre 1985 e Ventidue giugno 1986. Sono soltanto due delle date che più sono rimaste scolpite nella memoria di chi ama il calcio e di chi ama il Napoli. In quel Napoli-Juventus è raccolto tutta la magia del sinistro di Diego, le ipotesi dei più grandi fisici su una traiettoria inspiegabile del pallone, appena sopra una barriera di un calcio di punizione in area di rigore. Una situazione impossibile che cedette davanti allo storico “tanto gli faccio gol comunque”, testimoniato da Giuseppe Bruscolotti, quel palo ‘e fierro storico compagno di squadra del Pibe. Et voilà. Come se nulla fosse la palla si alza sopra la barriera e si abbassa poco dopo finendo alle spalle di Tacconi, come se fosse stata telecomandata dall’alto e come se i piedi di Diego fossero stati il tramite di un mandato divino. Certe cose, alcuni penseranno, puoi spiegarle soltanto così. Non a caso, invece, un anno dopo la sua famosa rete contro l’Inghilterra, nei Quarti di finale del Mondiale in Messico dell’86, fu soprannominata Mano de Dios. Quel Maradona si fece carico di un popolo, che si ribellava all’impertinente colonialismo europeo degli inglesi. Un po’ come dire che si, Dio stava dalla parte dei più sfruttati, dalla parte degli argentini. Il gol del secolo poi? Fu un prendersi gioco delle difese avversarie: Diego saltò mezza squadra inglese come se stesse dribblando i conetti durante l’allenamento, dei birilli immobili che in nessun modo possono toglierti il pallone. Con un’eleganza e una semplicità tali da far sembrare possibile quello che in realtà è impossibile, proprio perché compiuto soltanto da Maradona.
Sessanta volte Diego, sessanta volte un uomo che è nato e risorto, che si è distrutto e si è fatto da solo. Che dalla povertà Argentina è giunto sul tetto del mondo, realizzando i sogni di quel Diego bambino. “Il mio primo sogno è giocare il Mondiale, il mio secondo è salire campione”. Dopo anni, sembra quasi il più facile dei detto-fatto. Come un qualcosa di predestinato, come se Dio avesse già scritto la sua vita. Gli ostacoli difficili, il rapporto controverso con il suo io più trasgressivo, l’eroe che ha restituito una dignità al popolo argentino e al popolo napoletano nella cui persona ognuno si riconosceva. Ha detto bene Maurizio De Giovanni, Diego Maradona è un eroe epico: e l’Epica intreccia realtà e storie inventate, non per questo riconosciute come meno veritiere dalle coscienze popolari. E in quanto mito epico Diego è eterno, più vecchio e più buono come il vino: più passano gli anni e più si accavallano aneddoti, racconti, storie sul suo conto, che vanno ad arricchire un’infinità tradizione, destinata a rimanere eterna. Che Diego questo è, è eternità del calcio e consapevolezza che, da un momento all’altro, arriva un qualcosa o un qualcuno a ricordarti che all’umano si contrappone il divino. Che in fondo, chissà, anche il più ateo che avrà visto Diego sarà diventato credente.
