Il giorno dopo Napoli-Como. Allegri e un esordio da “smorfie”: tra errori individuali gli azzurri voltano le spalle agli episodi

Smorfie, di amarezza, di incertezza, di paura di una stagione che si preannuncia lunghissima. Ma la prestazione del Napoli targato Max Allegri non deve portare a trarre conclusioni affrettate. Si parte da un canovaccio, per niente velato e sotto gli occhi di tutti. Al Como spagnoleggiante di Fabregas gli azzurri lasciano volentieri il pallino del gioco. Non è un partire sconfitti, ma un semplice modo di intendere il calcio – e, viva Dio, non ce n’è solo uno. Certo è che, se ti fidi di un calcio episodico, e di una sorte che puoi stuzzicare e trascinare dalla tua parte, di errori non puoi permettertene.

E per il primo quarto di gara, l’atteggiamento in campo rispecchia i pronostici della vigilia. Il Como fa gioco, manifestando ancora un’identità più che precisa improntata al dominio del terreno; il Napoli aspetta e riparte, creando incursioni interessanti sulla sinistra con un Lang che potrebbe andare verso la riconferma. Sul lancio verso Diao, il primo errore di un Olivera da dimenticare: rotta la diagonale, l’esterno uruguagio va dritto sull’uomo, e per il senegalese classe 2005, abile nell’inserirsi tra gli spazi, è troppo facile bucare la difesa azzurra. Il resto è troppo semplice: appoggio a Baturina e palla nel sacco.
E se il vantaggio non ammazza gli azzurri, che anzi proprio con Lang sfiorano il pari sul cross col contagiri di Politano, è Hojlund ad inventarsi il gol del pari, da punta vera. Il danese riceve sulla trequarti, si fa spazio e conclude di prepotenza riaccendendo gli animi e rimettendo in piedi l’incontro.

Quando poi gli episodi non riesci a portarli dalla tua parte, devi avere la grande capacità di startene buono, essere pulito col pallone e rischiare il rischiabile – specie quando di fronte hai una corazzata come quella lariana. L’impostazione dal basso va nel peggiore dei modi, e Anguissa costringe Rrahmani a cavarsela come può: Baturina raccoglie, palla in angolo e il Como torna in vantaggio. E sarebbe anche peggio, se non fosse che è Meret stavolta a mettere a mantenere alta la concentrazione – e il Napoli in partita – quando vola prima su Baturina, smanacciando sulla traversa, e poi su Nico Paz, congelando a terra l’uno a due.

La ripresa comincia sulla falsa riga del primo tempo, col Napoli che lascia (troppo) totalmente il pallino al Como, spesso snervandosi in una lieve pressione in cui il pallone gira troppo veloce per provare a recuperarlo. Ma gli ingressi di De Bruyne, Alisson e Spinazzola fanno eccome la differenza, sebbene non come a Genova, e l’esterno difensivo sostituisce un Olivera che, prima di sedersi in panchina, si divora il gol del due a due. La catena di sinistra trova gli spunti ideali per giocare nello stretto come vuole Allegri, e sarà da quel lato che nasceranno inside, episodi mal sfruttati dagli azzurri. Hojlund fa il bello e il cattivo tempo, e spreca quando stavolta l’errore in costruzione capita al Como. Butez se la cava con un mezzo dribbling, su un pallone troppo corto sul quale il danese non ci arriva col piglio giusto.

Ed è ancora da quella porzione di campo che Alisson spreca clamorosamente il gol del due a due su una buona sponda di Lucca, negli ultimi dieci di gara. Il gol annullato a Lobotka, poi, è solo la certezza che la sorte dà e la sorte toglie. Ecco perché, al fischio finale, pur tra il sostegno del Maradona, qualche smorfia resti eccome. A maggior ragione se, tolte le nitide occasioni sul finale di primo tempo, la prestazione del Como è stata tutt’altro che quella di una squadra difficile da battere. A tal punto che, quando Fabregas annusa il pericolo, non si fa problemi a passare a cinque in fase di non possesso quando mancano venticinque di gioco. Da lì in poi, infatti, i lariani spaventano poco gli azzurri, sebbene arrivino troppo facilmente alla conclusione dalla trequarti.

Tutto da buttare? Assolutamente no. E pare anche assurdo doverlo ripetere come una sorta di cantilena. Chiunque faccia un giro sui social capirebbe che l’animo dei partenopei è perennemente in preda ad uno stato emotivo poco equilibrato. Sentenziare su una squadra o su un allenatore dopo due giornate è sbagliato, a prescindere, anche qualora dovessero rivelarsi giuste le supposizioni iniziali. C’è un anno del Centenario da giocare, c’è un’annata lunghissima con cui fare i conti. E le sensazioni del Napoli dalle prime impronte allegriane non sono del tutto negative, semmai denotano l’incertezza e l’insicurezza di chi ha da sempre manifestato paura del cambiamento. Da Spalletti a Sarri, passando per Conte e adesso Allegri. Ma c’è una certezza da cui non si sfugge: i traguardi e gli obiettivi arrivano solo quando questa paura viene attraversata, da una piazza unita, da un certo equilibrio anche degli addetti ai lavori. Conte docet – o almeno dovrebbe. Bene ribadirlo, specie se si è solo alla seconda di campionato…

FOTO: SSC Napoli