Napoli, con il Bodo l’ultima chiamata per poter sognare: il cambio in folle di Max Allegri e un omaggio a Pino Daniele

C’è un momento, nella vita di Pino Daniele, che racconta forse meglio di tante altre il significato di inseguire un sogno. Quello di un ragazzo che avrebbe potuto accontentarsi di una vita dignitosa, di un posto di lavoro all’Alitalia, di una strada relativamente sicura, ma che sceglie invece di scommettere tutto sulla musica. Una decisione tutt’altro che semplice, soprattutto per chi proviene da una realtà nella quale la stabilità economica rappresenta spesso un traguardo da conquistare prima ancora di potersi permettere di desiderare qualcosa di diverso.
È anche attraverso questa dimensione umana che Je so’ pazzo, il film di Nicola Prosatore dedicato al cantautore napoletano e arrivato nelle sale il 15 ottobre, restituisce il percorso di un artista che ha saputo trasformare le proprie inquietudini in un linguaggio musicale irripetibile. Sognare significa, in fondo, rifiutare l’idea che il presente rappresenti necessariamente il massimo e accettare anche il rischio di fallire pur di non rinunciare alla possibilità di arrivare altrove.

Il peccato originale del Napoli di Massimiliano Allegri è tutto qui: essere a ottobre, praticamente all’inizio della stagione, e avere già la sensazione di essersi precluso una parte importante delle proprie ambizioni. A Napoli il calcio è soprattutto un’attività onirica, un esercizio collettivo di immaginazione. È la possibilità di guardare una squadra e pensare che possa accadere qualcosa di straordinario, persino quando le probabilità suggerirebbero prudenza. Togliere questa dimensione al rapporto tra il Napoli e i napoletani significa privarlo di una parte fondamentale della propria identità.

Quella azzurra si conferma essere una vera squadra di passione, ma una passione che in questo periodo sta producendo sofferenza, sempre calcisticamente parlando. Si patisce il risultato, si patisce il gioco, si patisce la sensazione di assistere a una stagione nella quale le aspettative sembrano essersi ridimensionate molto prima del necessario. Eppure, un’altra strada sarebbe stata possibile.

Il presidente Aurelio De Laurentiis e il direttore sportivo Giovanni Manna hanno scelto Allegri, affidandosi a un allenatore dal curriculum importante, abituato a gestire gruppi di alto livello e a confrontarsi con le pressioni dei grandi club. Una scelta legittima, che comportava inevitabilmente dei rischi, come tutte le decisioni che riguardano la guida tecnica di una squadra. Ma esisteva anche un’alternativa: investire su un allenatore come Vincenzo Italiano, un profilo meno ingombrante per storia e palmarès, ma più vicino a una concezione propositiva del calcio contemporaneo. Un tecnico che ha costruito la propria identità attraverso principi offensivi, ricerca del gioco e valorizzazione delle caratteristiche dei calciatori, coerente con un’idea di squadra che in passato aveva già contribuito a portare il Napoli al vertice. Ora, perciò, il problema è diventato anche culturale: che tipo di squadra vuole essere questo Napoli?

L’organico azzurro presenta giocatori di qualità ma anche un’età media non più giovanissima e un carico di lavoro che, dopo la gestione Conte, sembra aver lasciato qualche scoria a tal punto da far apparire l’intero spogliatoio spremuto. È un gruppo che, appunto, avrebbe bisogno di ritrovare energie, entusiasmo e soluzioni nuove e che dovrebbe essere accompagnato verso una dimensione superiore, non semplicemente amministrato.

E allora viene in mente un’immagine automobilistica: il Napoli è una squadra con il cambio in folle, che può continuare ad avanzare, magari anche percorrere parecchia strada. Ma non imprime una direzione, non offre uno slancio e soprattutto non consente di sfruttare fino in fondo la potenza del motore. Il rischio è che il Napoli finisca per disputare una stagione senza infamia e senza lode, sufficientemente solida per evitare il tracollo, ma incapace di alimentare ambizioni realmente significative.

La sconfitta per 1-0 contro il Venezia, squadra che prima della partita era ancora ferma a zero punti in classifica, rappresenta un campanello d’allarme che non può essere liquidato con la consueta retorica della giornata storta e delle parate di uno Stankovic in giornata di grazia. Anche perché, dall’altra parte, c’era una formazione reduce da sei sconfitte consecutive e guidata da Davide Nicola, arrivato sulla panchina lagunare da meno di tre giorni. Adesso, però, non c’è il tempo di rimuginare sulla sconfitta del Penzo. Davanti c’è il Bodo Glimt, una squadra che nel 2026 ha dimostrato di poter mettere in difficoltà avversarie ben più quotate e che arriva a questa sfida europea senza alcuna intenzione di recitare il ruolo della vittima sacrificale.

I norvegesi hanno già raccolto risultati di grande prestigio in questo anno solare, vincendo in casa dell’Atletico Madrid e dell’Inter. Proprio il successo contro i nerazzurri ha rappresentato uno scalpo pesantissimo per una formazione che, da underdog, è riuscita a conquistarsi un posto nella fase successiva della Champions League.

La mano di Kjetil Knutsen si vede soprattutto nella capacità di mantenere una precisa identità anche quando il livello dell’avversario si alza. I norvegesi non rinunciano facilmente alle proprie idee, non si limitano ad abbassarsi davanti a squadre più attrezzate e cercano di sfruttare il possesso per risalire il campo e creare situazioni pericolose. Non è, naturalmente, una squadra da barricate, con l’unico obiettivo di difendere lo zero a zero. Al contrario, proverà a mettere in difficoltà gli azzurri fin dai primi minuti, approfittando delle incertezze di una squadra che oggi sembra soffrire soprattutto quando deve difendere correndo verso la propria porta.

Il precedente più recente, almeno sul piano delle caratteristiche, è quello del Villarreal: una formazione capace di mettere in difficoltà il Napoli attraverso il possesso e la qualità delle proprie combinazioni.

In Europa, però, il Bodo Glimt ha dimostrato di poter fare ancora di più, come raccontano i successi ottenuti tra le mura nemiche di Atletico Madrid e Inter. Tra gli uomini da osservare con particolare attenzione c’è Jens Petter Hauge, ex Milan, che proprio con la maglia rossonera aveva segnato al Maradona nel novembre 2020. Un ritorno simbolico, per un giocatore che conosce già lo stadio napoletano e che rappresenta uno degli interpreti più interessanti del sistema offensivo norvegese.

Per la sfida del Maradona, Allegri dovrebbe valutare un ritorno alla difesa a quattro, nel tentativo di restituire alla squadra una struttura più equilibrata e riferimenti più chiari nelle diverse fasi di gioco. Il possibile rientro di Mathías Olivera sulla corsia sinistra rappresenterebbe una soluzione importante, sia per la copertura difensiva sia per la possibilità di accompagnare la manovra offensiva. Resta invece da valutare la disponibilità di Scott McTominay, la cui presenza potrebbe incidere sensibilmente sulla composizione del centrocampo e sulla capacità del Napoli di accompagnare l’azione.

Foto: SSC Napoli