Da inizio campionato Pippo Inzaghi e il suo Benevento sono andati alla ricerca di un elemento che alla base di qualsiasi impresa calcistica: l’equilibrio. Dal 4-3-2-1 al 3-5-2 finendo, è evidente dalla sfida contro il Parma, ad un inedito 5-3-2. Agli occhi più attenti non sarà sfuggito quanto l’esperienza in A abbia fatto bene al tecnico giallorosso che ha saputo adattarsi ai momenti di stagione vissuti, sapendo quando fosse importante essere martello e sapendo quando fosse importante essere incudine. Quella contro il Parma, indipendentemente dal risultato – il 2-2 resta comunque un punto guadagnato in vista del rush finale per la salvezza – è stata una prestazione tatticamente (quasi) perfetta, specie in fase difensiva dove i ducali hanno trovato gol soltanto da palla inattiva e nel ‘mucchione’ finale a due minuti dalla fine.
A fare la differenza nel modulo di Inzaghi sono state principalmente le posizioni di Depaoli e Improta, abili a fare bene entrambe le fasi, salendo all’occorrenza per offrire una soluzione offensiva, e scalando su Gervinho e Man in fase di non possesso. I due quinti di centrocampo, arretrando, hanno dato man forte al trio difensivo composto da Tuia, Glik e Barba. A fare da schermo avanti alla difesa, insieme a Schiattarella, Hetemaj e Ionita. I due interni di centrocampo avevano il compito di uscire in pressione sul portatore di palla, nella zona laterale del campo. Particolare merito va dato al compito di Hetemaj: l’ex Chievo era sempre in raddoppio su Gervinho, insieme a Depaoli. In questo modo l’ivoriano era costretto a ricominciare da dietro e a dover rinunciare alle sue fiammate per le quali è conosciuto in Italia. Una delle caratteristiche tipiche del Benevento è cercare di costringere l’avversario alle corsie laterali e ai cross. L’enorme densità giallorossa ha impedito agli uomini di D’Aversa di costruire nelle zone centrali del campo – Graziano Pellé è, difatti, stato un fantasma sul terreno di gioco. L’unica opzione dei ducali è stata la conclusione dalla distanza, spesso con Montipò pronto a metterci i guantoni.
La partita è, invece, cambiata nella ripresa quando D’Aversa ha giocato il tutto e per tutto inserendo anche Cornelius e contando sulle sue sponde di testa. L’errore in marcatura sul gol del pari siglato da Kurtic e la sponda del norvegese per la conclusione, definitiva del pari, di Man, hanno sancito l’equilibrio in campo ed evitato al Parma una sconfitta che avrebbe compromesso definitivamente la permanenza in A. L’aver costretto gli ospiti a campanili all’interno dell’area di rigore sannita sancisce l’efficienza di un 5-3-2 che garantisce solidità difensiva. Il calcio, poi, è fatto di episodi. Motivo per il quale il Benevento ha rischiato di perderla nel finale, quando il Parma è giunto all’arrembaggio con ben 4 uomini offensivi per evitare la sconfitta contro una diretta concorrente.
In fase di costruzione, tuttavia, gli esterni bassi come Depaoli e Improta hanno spesso partecipato alla manovra offensiva, lasciando la difesa nelle mani di un trio solido. La prima opzione in fase di ripartenza è sempre la ricerca della profondità, Gaich o Lapadula alle spalle della difesa. Non solo, i giallorossi cercano anche di pressare su ogni seconda palla, per provare a ritrovarsi a costruire a ridosso della trequarti avversaria. Malgrado l’utilizzo di due punte più fisiche che mobili, l’intesa tra il peruviano e l’argentino funziona a meraviglia. Testimone il raddoppio sfiorato con la bella azione conclusa da Lapadula, che grazie ad una finta di corpo ha ben saputo raccogliere una palla in profondità dal compagno con la 7 di Imbriani sulle spalle. Attenzione particolare è da dedicare, poi, alle palle inattive: prima il gol di Glik e poi quello di Ionita hanno certificato l’enorme lavoro sui calci piazzati, messo appunto da Pippo Inzaghi. Preparato lo schema sul gol del polacco: Schiattarella serve Hetemaj e palla precisa sulla testa di Barba; la sponda per il centrale della Polonia alla prima rete stagionale è la riuscita di perfetti meccanismi provati in allenamento.

La solidità difensiva del 5-3-2 e la capacità di sfruttare l’ampiezza di gioco, ancora una volta creata grazie alle posizioni di Depaoli e Improta, rappresentano due armi all’arco del Benevento. Malgrado le due reti subite, come già sottolineato in precedenza, e frutto più di giocate individuali che di errori difensivi, i giallorossi sembrano aver trovato la quadratura tattica più adeguata. Non certamente perfetta se priva di sacrificio e voglia di lottare fino alla fine, caratteristiche che però non sono mai mancate negli uomini di Inzaghi. La lotta per la salvezza sarà ancora dura ed è ipotizzabile pensare che, specie negli scontri diretti, il tecnico giallorosso continui ad utilizzare questo assetto tattico assicurandosi prima di tutto si evitare quanto più possibile i pericoli avversari, per poi sfruttare la profondità dei suoi attaccanti e le palle inattive per colpire. Un’idea certamente più lontana dal Benevento delle 30 conclusioni e passa nella sfida d’andata contro il Sassuolo, prossima sfidante in campionato, ma certamente più efficace e più consapevole, non soltanto dei propri mezzi, ma anche dell’importanza di non concedere nulla agli avversari, specie dirette concorrenti alla salvezza. Un calcio lontano dall’alta pressione che si è vista, ad esempio, nella sfida d’andata contro l’Inter. Un calcio che sacrifica un po’ della predisposizione propositiva della squadra, a favore di una solidità difensiva che impedisca qualsiasi tipo di costruzione avversaria e che lasci ai singoli – è ciò che accaduto contro il Parma – l’unica possibilità di insaccare alle spalle di Montipò. Bel gioco e cinismo rappresentano da sempre due poli opposti del dibattito che negli ultimi anni si è sviluppato in Europa e non solo: ciò che conta, qui, è che il Benevento abbia compiuto un altro, seppur piccolo, passo verso l’impresa salvezza.
