” Si, nostro figlio si chiama Diego Armando”. Giovane coppia di Nola omaggia Maradona. Il racconto

Soltanto l’uomo di cui viene pronunciato il nome è vivo.

L’autore di questa frase è ignoto. Forse un misterioso retore, un sognatore rivoluzionario vissuto nella Grecia del quinto secolo avanti Cristo, un Hindu sulle rive del Gange o, perché no, un garzone napoletano, che “toglietemi tutto ma non il Napoli alla domenica”, magari nato nei primi anni ’60 e, quasi sicuramente, in prima linea in quel 5 luglio 1984, quando al San Paolo venne presentato il più grande di tutti: Diego Armando Maradona.

Quel giorno il Dieci argentino elesse Napoli come la sua casa, come il suo popolo e in cambio non chiese nulla se non la promessa che tutti potessero divertirsi e continuare ad urlare il suo nome a squarciagola. Perché, però, limitarsi fare quest’ultima cosa solo uno, massimo due giorni alla settimana? Verso la seconda metà degli anni ’80, nel capoluogo campano, chi era impiegato all’ufficio anagrafe registrava, il più delle volte, i nuovi nati con lo stesso benedetto nome, indovinate un po’ quale! Così facendo, anche sgridare il proprio figlio per qualsiasi dispetto o capriccio assumeva i contorni, insolitamente piacevoli, di un’opportunità: quella di invocare il proprio idolo indiscusso.

I piccoli Diego o Diego Armando, nati mentre il Napoli si inscriveva di diritto nella cartina geografica del Futbol grazie al suo Dies, avranno lambito la trentina già da un pezzo ma non sono gli unici a poter vantare dei genitori con questa specifica idea romantica in fatto di nomi. Il mito di Maradona, infatti, non si è mai estinto, o affievolito, nella cultura partenopea, né dopo quella notte del marzo ’91 – quando, lasciando la sua casa napoletana, l’argentino chiuse per sempre la sua esperienza in Serie A –, né, tantomeno, dopo la sua tragica morte dello scorso 25 novembre.

La città di Napoli, dopo lo shock iniziale, ha reagito al trauma di quella notizia proprio nel modo in cui Diego, decenni prima, le aveva insegnato a fare verso tutti i tipi di ingiustizia, da quella economica a quella sociale: con il cuore. È con il cuore, dunque, che si orientano anche i processi giuridici e burocratici, come quello di cambiare, in modo repentino, il nome dello Stadio San Paolo in – appunto – Diego Armando Maradona, oppure, riprendere quella cara vecchia abitudine di chiamare Diego Armando i propri figli appena nati.

È il caso di una giovane coppia di sposi che vive a Nola ( NA), Andrea Minieri e Mariarca Ruggiero genitori di tre maschietti, l’ultimo dei quali nato lo scorso 28 luglio. Se per i primi due bambini il criterio utilizzato per il nome è stato quello classico del nonno, per l’ultimo, invece, si è ricorsi a Diego Armando. Sulle nostre pagine, la giovane mamma Mariarca, ci spiega com’è nata l’idea di chiamare il terzo genito Diego Armando “È stato per me un atto di grande generosità nei confronti di Maradona e di mio marito Sapevo quanto lui tenesse al fuoriclasse argentino e quindi ho scelto volentieri questo nome. Sia io che mio marito siamo molto tifosi del Napoli e di Maradona. Noi eravamo impegnati nell’individuazione del nome del nostro terzo figlio e dopo il grande dolore della morte di Maradona, sono stata la prima a voler omaggiare Diego, sapendo di far felice mio marito “.

Doppio regalo, quindi, per il giovane Andrea, il quale, alla gioia del terzo figlio unisce il brivido di poterlo chiamare Diego Armando, come quell’idolo a cui, ultimamente, non poteva non accompagnare anche un sentimento di tristezza per via della sua scomparsa. Ma il Diego di Villa Fiorito ha sempre rifiutato qualsiasi scenario in cui le persone attorno a lui potessero sentirsi tristi e il piccolo Diego Armando Minieri è l’ennesima grande testimonianza di come, uniti nel nome del Dies,scorrano solo gioie oltre che vita.

Al piccolo Diego Armando Minieri – che, lo scorso sabato, avrà sicuramente assistito alla vittoria del Napoli contro la Juventus e, a modo suo, esultato al triplice fischio finale –auguriamo ogni bene e, soprattutto, che possa crescere realizzando i propri desideri con la speranza che, una volta più maturo, possa vivere ogni giorno onorando il suo nome e guardando ad esso non come ad un semplice suono da esclamare o una firma da apporre ma come una missione. Una missione da compiere a testa alta e, qualche volta, con gli occhi che guardano il cielo.