Premessa. Chi vi scrive si era illuso che finalmente fosse cambiato qualcosa per il movimento italiano del pallone e, cosa più assurda, che un uomo solo, Roberto Mancini, avesse tracciato un solco, facendo un lavoro ventennale in poco più di tre anni e con i suoi amici blucerchiati della prima ora.
Il 92’ dà e il 92’ toglie. Si, perché la favola dell’Italia di Mancini è cominciata proprio nel secondo minuto di recupero di un secondo tempo di una partita di Nations League. Era il 18 ottobre 2018 e allo Stadion Slaski di Chorzov andava in scena Polonia-Italia, una partita stradominata dagli Azzurri, con lampi di luce costanti che hanno portato poi al gol meritatissimo di Biraghi nell’extratime. Da quel giorno i tifosi hanno assistito ad un crescendo di risultati, prestazioni e consapevolezze acquisite, con l’apoteosi della vittoria di Wembley nella notte dell’11 luglio scorso e di un Europeo, con ampi meriti. Ciò che è decisamente meno spiegabile è la repentina involuzione, a partire dal pareggio casalingo di settembre contro la Bulgaria – al quale probabilmente non si è mai dato il giusto peso in termini di analisi – e alla triste resa contro l’accademy della Spagna di Luis Enrique, venuta a dispensare calcio a San Siro e salutata con il sorriso piuttosto che con una nota di preoccupazione per quello che ancora non sembrava possibile… Ma che invece è accaduto. Perché l’Italia di Roberto Mancini è riuscita nella seconda impresa in questi ultimi otto mesi, ovverosia quella di sciogliersi in una tiepida notte siciliana divenuta gelida al minuto 92 a causa della più estemporanea delle conclusioni a rete, quella di Trajkovski, uno che qualche gol in quella porta lo ha segnato con la maglia del Palermo.
Tutto vero. L’Italia regina d’Europa resta fuori dal mondo per la seconda volta di fila e lo fa senza neanche passare dalla finale contro il Portogallo. Il “regicidio” di Palermo si è consumato per mano della Macedonia del Nord, Cenerentola dello scorso campionato Europeo e orfana dei due calciatori di maggior talento, vale a dire il napoletano Elmas e l’ex napoletano Pandev: il primo, infatti, ha scontato il turno di squalifica, il secondo, invece, ha lasciato i colori della sua Nazionale la scorsa estate. A fine gara il tecnico macedone Milevski non ha perso occasione per irridere ancora di più i suoi avversari di serata, rivendicando una vittoria “all’italiana” contro i maestri del catenaccio e del contropiede. Ecco, ci eravamo tanto illusi ed essere risvegliati da tal “gentil riconoscimento” proprio non ce lo meritavamo.
L’Italia è fuori dal Mondiale dopo essersi laureata campione d’Europa, con una rosa, nel complesso, non a fine ciclo e dopo essere passata per avversari decisamente più abbordabili rispetto a Spagna e Svezia del 2017. Lo status della rosa, il percorso florido del recente passato e, di converso, lo status (più basso) degli avversari di queste qualificazioni, imponevano maggiori responsabilità e adesso, invece, impongono una riflessione su come dividersi le colpe ma, soprattutto, su come elaborarle.
Coloro che oggi puntano l’indice contro Roberto Mancini fanno parte di una minoranza rispetto a coloro i quali, pur non condividendo qualche scelta del CT – ad esempio un eccesso di riconoscenza nei confronti dei protagonisti della spedizione europea estiva –, trovano giusto affidare all’ex bandiera della Sampdoria la nuova Italia proiettata ai Mondiali del 2026.
È la Federazione, semmai, a destare le preoccupazioni maggiori, sia per quello che poteva essere fatto nel breve, sia per un cambiamento di pelle da essa stessa invocato ma mai attuato nei fatti. Da novembre in poi, a questa Nazionale è stato imputato di aver smarrito quella magia che aveva reso possibile il sogno europeo e che era nata in un clima di cameratismo, prima nel ritiro sulle spiagge sarde, poi a Coverciano e poi in giro per il continente. La proposta alla Federazione per ricreare, almeno in parte quel clima, c’era stata, nella fattispecie rimandando la trentesima giornata di campionato e dando ai ragazzi più tempo per allenarsi e vivere le giornate di ritiro pre-partite insieme. C’è da chiedersi: “Avrebbe funzionato?” Forse no. Di certo ha funzionato la superficialità con cui si è gestita la situazione quando era lampante che c’erano problemi di natura mentale alla base degli insuccessi azzurri d’autunno e una/due gare da “o dentro o fuori” all’orizzonte.
Lassismo, volontà di non stravolgere accordi commerciali con i veri padroni del calcio di oggi, vale a dire le televisioni? Forse un po’ tutto. Ma allora usiamo una parola che compendi tutto ciò: cultura. Se il mondo si è dimenticato dell’Italia calcistica è perché questa ha smarrito, o forse non ha mai avuto, una cultura che trattasse l’intero movimento – dagli under alla Nazionale A, dalla terza categoria di club alla Serie A – come parti di un insieme da valorizzare e tutelare anziché dei compartimenti stagni, cosa che invece appare evidente.
L’Italia del Pallone è la “Terra del Corto Muso”, quella che si pensava avesse svoltato con la proposta del bel gioco e delle idee, ma che, in realtà, non ha mai abbandonato la vecchia via. “Vecchia” in tutti i sensi. Nel paese dove conta più il risultato – specie se di misura perché è proprio dei guerrieri che sudano e danno l’anima in campo – e meno il percorso intrapreso per conseguirlo, a quanto pare, conta tanto anche non perdere certe figure, uomini forti del riconoscimento del popolo. Ma in nome di cosa, di preciso, tali personaggi vengono costantemente onorati e protetti? In nome del calcio o di vuote parole? Decisamente le seconde.
Chi, invece, è stato messo alla porta è stato, quasi dieci anni fa, Roberto Baggio. Sei anni dopo il suo commovente addio al calcio, il Divin Codino venne nominato Presidente del Settore tecnico della Federazione con l’obiettivo di rinnovare il movimento italiano del calcio, a poco più di un mese dalla disfatta dei Mondiali sudafricani. Baggio non impiegò molto ad intuire dove risiedessero i veri problemi e realizzò che fosse necessario lavorare in prima linea, partendo dal basso. Cominciò chiedendo un forte investimento – che si diceva ammontare a 7,5 milioni di euro – volto a supportare un programma di ricerca capillare sui settori giovanili italiani. Il suo progetto venne intitolato “Rinnovare il futuro” e constava di 890 pagine. Uno dei punti decisivi di questo programma di rinnovamento era quello sui formatori e, in particolare, sui formatori dei più piccoli, perché una cultura del pallone che non tiene conto dei primi calci sta sicuramente lasciando indietro qualcosa di importante. Si trattava di un sistema di raccolta dati, monitoraggio a livello periferico, formazione di istruttori federali che avessero conseguito prima una laurea, una discreta esperienza lavorativa e buone qualità pedagogiche. Il progetto prevedeva, inoltre, la creazione di un gruppo di studio con ricercatori federali e stagisti universitari in contatto costante con gli uomini di campo. Il principale scopo per i ragazzini era creare un rapporto con la palla e per realizzarlo bisognava sottoporli a test fisici e tecnici, per non lasciare nulla al caso e coltivare il loro talento.
Nel piano di Roberto Baggio, il ruolo del Settore Tecnico doveva prevedere una supervisione capillare di tutto il territorio: come Bielsa aveva fatto con il Newell’s Old Boys circa 20 anni prima, anche lui aveva diviso l’Italia in distretti, circa 100, con 3 allenatori federali per ciascuno. L’obiettivo era quello di seguire con attenzione una media di 50mila partite all’anno, vivisezionandole. Fondamentali, per questa impresa, erano la relazione quotidiana con i settori giovanili e la creazione di una grande banca dati multimediale che tenesse conto delle esercitazioni e delle partite, opportunamente filmate e archiviate.
Abete, allora presidente delle FIGC, e gli altri organi federali, dopo l’entusiasmo iniziale storsero il naso dinanzi a queste richieste, puntualizzando che il compito di Roberto Baggio non era quello di rifondare il settore tecnico da zero bensì occuparsi della formazione degli istruttori, i maestri del calcio. Ad occuparsi dei giovani sarebbe stato il settore giovanile e scolastico, con la supervisione di Gianni Rivera e al costo, massicciamente contenuto, di 170mila euro.
Roberto Baggio, che aveva capito il problema e messo a punto una strategia adeguata, fu messo in minoranza, fino a diventare un separato in casa, perché nessuno se la sentiva di assecondare il suo piano di rinascita, nato esclusivamente in nome e per conto dell’amore per il calcio. Fu, addirittura, incaricato di occuparsi dello scouting, un compito importante ma, di certo, poco pertinente con il suo ruolo da Presidente del settore tecnico. Questo rapporto diventato malsano si chiuse definitivamente nel gennaio del 2013 con le dimissioni del Divin Codino e questo commento: “Non avevo diritto di voto e ho capito che era inutile stare ad assistere a riunioni che nulla avevano a che fare con il mio incarico di presidente del settore tecnico. Faccio un esempio: quando abbiamo presentato il progetto, abbiamo fatto cinque ore di anticamera e abbiamo avuto un quarto d’ora per presentarlo. È stato approvato, sono stati stanziati 10 milioni, e sono grato al presidente Abete. Ma purtroppo al momento non ho ricevuto i fondi, e tutto è rimasto sulla carta”.
Prendendo in prestito la celebre frase dell’ex numero 10 della Nazionale, si può dire che paghiamo costantemente gli errori di un sistema che «non sbaglia i calci di rigore perché non ha il coraggio di tirarli».
È triste oggi guardare all’Italia del pallone ed è ancor più triste parlarne con consapevolezza ma non farlo arrecherebbe ancor più disonore al nostro calcio e, soprattutto, alla sfera della comunicazione, dalla cui voce e dalla cui penna passa una fetta del cambiamento che tanto si invoca.
Fonte foto: profilo ufficiale Nazionale Italia
