Dopo trentatré anni…Tra la rete di Dzeko, in quell’Inter-Napoli che apriva il 2023, e il pari a reti bianche contro il Monza, che invece lo chiude, c’è un mondo, una realtà diventata palcoscenico del ritorno al coronamento di un sogno che mancava da trentatré anni. Cinque mesi dopo la sfida del San Siro (4 gennaio 2023), il Napoli, ‘na sera ‘e maggio, faceva esplodere un entusiasmo di una città trattenuto dentro troppo a lungo, destinato ad unire più di due generazioni. Sono già passati sette mesi, sebbene per alcuni sembri una vita fa, perché la sterzata che ha causato il cambio di direzione è stata così decisa da spegnere prima del tempo l’onda dei cuori azzurri che ha chiuso Napoli (e il Napoli) nella bolla di un sogno per mesi interi. Eppure, è successo tutto “poco fa”, e il 2023 non può che rappresentare l’anno dello scudetto; anche perché, “a festeggiare troppe volte si perde il gusto”, mentre a Napoli, proprio perché l’attesa ha aumentato il desiderio, quest’anno sarà senz’altro indimenticabile.
Oggi si può affermare che lo scudetto, vissuto attraverso striscioni e frasi di personaggi che di questa città hanno fatto la storia, ha cambiato la narrazione di Napoli. Insomma, c’è una Napoli pre-scudetto e una Napoli post-scudetto, che trova il suo fulcro in quella sorta di leggendaria commistione tra sacro e profano – che vede una statuetta di Padre Pio, con sullo sfondo quell’altare a cielo aperto rappresentato da Largo Maradona. Napoli è un mondo altro, lo si chieda pure a chi ha respirato cosa significa calcio (e cosa significa vincere lo scudetto) in questa città tanto pregata quanto bestemmiata. S’avverava quella sorta di “profezia” che pendeva dalle parole di De Laurentiis, e che pure lasciava Spalletti con uno sguardo perplesso. I due, rapporto particolare a parte, hanno scritto, insieme ad ogni protagonista sul campo, probabilmente la più bella pagina della storia azzurra dopo la figura di Diego – che pure come un dio pareva aver scritto tutto da lassù: lo scudetto del Napoli, la vittoria dell’Argentina al Mondiale in Arabia, la Supercoppa di Spagna al Barça e l’Europa League al Sevilla; così, tanto per rivestire tutto di un’atmosfera mistica.
Il giocattolo rotto. Tanto per ironizzare, in una delle città che hanno fatto del teatro – basta pensare a Totò ed Eduardo – uno dei principali catalizzatori della propria storia e della propria arte, il presidente del Napoli non poteva essere altrettanto teatrale: dal “e adesso vinceremo la Champions League…” all’ammissione di colpa di qualche giorno fa, s’è ancora ribadito quanto il vero protagonista della vittoria sì, ma anche della (momentanea) disfatta azzurra, sia stato De Laurentiis. Spalletti, e chissà forse anche Giuntoli, ci avevano forse visto lungo, ben consapevoli che questa gestione, con la conquista dello scudetto, sembrava – e sembra ora, come quasi da conferma – spinta al massimo del proprio potenziale. Tanto valeva essere lasciare ai napoletani il ricordo d’essere stato l’artefice dello scudetto, piuttosto che colui che volesse forzar troppo la mano; e su questo, Spalletti ha avuto certamente ragione, suscitando già a distanza di pochi mesi, un affetto e un amore che Naoli riserva soltanto a chi è nato tra le proprie mura.
Il mea culpa su Garcìa – parafrasando, il “dovevo già rendermene conto…” -, l’aver voluto a tutti i costi accentrare nelle proprie mani (ancor di più, e forse persino legittimamente da presidente che ha contribuito al terzo scudetto) contornandosi di figure forse non all’altezza del Napoli, il ritorno di Mazzarri nelle vesti del traghettatore e i risultati deludenti hanno del tutto spento un certo tipo di entusiasmo. Non è bastato, dunque, il ritorno al passato, sebbene anche il (secondo) toscano sia stato sempre coccolato dai suoi tifosi, per riaccendere una fiammella destinata a spegnersi. E il futuro del Napoli, tra l’addio di Elmas, quello di Kim in estate, quello che sembra più prossimo di Zielinski – nonostante la certezza di Osimhen, fresco di rinnovo – sembra, adesso, più incerto; a tal punto da considerare fortemente dubbia la partecipazione azzurra alla prossima Champions League – salvo un mercato che possa toccare i punti più deboli, diventando pretesto per un girone di ritorno di fuoco.
Corsi e ricorsi storici. Sembrava finita dopo l’addio di Higuaìn, sembrava non potesse esserci altro Napoli vincente dopo Maurizio Sarri; salvo, poi, fare i conti col Napoli di Osimhen e di Spalletti. Certamente, in una città che da secoli ha vissuto di arte dell’arrangiarsi, o’ pallone è diventato un modo per scacciar via le preoccupazioni e i cattivi pensieri. Forse è per questo che, a volte sventolando come bandiere al vento (prima ad est e poi ad ovest), si pretende che il Napoli giochi sempre per trascinare tutti sul carro, portando i napoletani in uno scenario fatto di più palcoscenici e meno realtà. Ci sono voluti trentatré anni per assistere al terzo scudetto del Napoli; e questa considerazione – senza creare i fraintendimenti di chi “ne dobbiamo aspettare altri trentatré?” – è da farsi per affermare il più banale dei dopo la tempesta, c’è sempre il sole. Per una società che proviene dai campi della serie C, che ha scalato B, A, tornando in Europa e tornando a vincere uno scudetto sotto gli occhi degli stessi che l’hanno sostenuta contro Albinoleffe, Sambendettese o Treviso (tanto per dirne qualcuna), le fasi di transazione sono soltanto diventate il trampolino di lancio per una nuova programmazione.
Con buona pace di tutti, nel ritenere che De Laurentiis abbia enormi colpe per la gestione post scudetto – e che ai più sia apparso quasi surreale che le abbia pubblicamente ammesse scusandosi con i napoletani e facendo dietrofront come poche volte nella sua carriera calcistica -, fin qui il patron azzurro ha “sempre avuto ragione”, trascinando verso quello scudetto che sembrava improbabile nei momenti più criticati della sua presidenza. L’augurio, di tutti naturalmente, è che possa avere ragione anche nel 2024, quando il Napoli – col mai dire mai, obbligatorio nel calcio – magari avrà strappato clamorosamente un tagliando per la prossima Champions League. Sebbene, dunque, la situazione azzurra attuale, che pure meriterebbe un’analisi a parte, sia piuttosto preoccupante, a fine anno è meglio farsi coccolare dai ricordi e da una consapevolezza: che l’entusiasmo di questa città, specie in relazione a quel calcio con cui si fa colazione insieme ad un buon caffè, non finirà mai, e che anzi è da ammirare proprio nei momenti più duri – rappresentata e incorniciata dalle oltre 49.000 persone che, sì pur approfittando delle festività natalizie, sono restate accanto a calciatori, allenatore e società. Ché alla fine, non bisogna mai dimenticarlo (specie nell’anno dello scudetto), il calcio è questione di passione e ammore; e Napoli ne sarà sempre tra le più belle testimonianze, calcistiche e non.
Foto: Profilo Instagram Official SSCNapoli
