“A Napoli è scattato l’allarme rosso”, “Il Toro Lautaro ha visto il rosso della maglia del Napoli e si è scatenato”. Calma, non vogliamo sfruttare la divisa da trasferta di ieri, 5 settembre, per abbandonarci ad una bieca retorica sulla sconfitta maturata contro l’Inter a San Siro. O forse sì però deve valerne davvero la pena.
Il Napoli veste di rosso, una maglia che richiama la storia, lo scudetto dell’87, Sosa e Lavezzi, goleador a San Siro contro l’Inter nel 2007 e nel 2008, il primo Napoli di Sarri. Ma se pensiamo alla liturgia cristiana, il rosso è il colore dei paramenti sacri nei giorni più duri, difficili e complessi, che fanno memoria della Passione, della Pentecoste e del Martirio. E forse non c’è immagine migliore per raccontare la notte del Meazza: novanta minuti divisi in tre momenti, tre stati d’animo, tre diverse versioni dello stesso Napoli.
LA PASSIONE – Soffrire senza cedere
Il Napoli accetta la partita che l’Inter vuole giocare. Gli uomini di Chivu attaccano, spingono sulle corsie laterali, accumulano palloni nell’area azzurra. Il Napoli soffre, si abbassa, difende. Ma non è necessariamente una resa.
L’Inter interpreta la gara secondo una filosofia precisa, senza rinunciare ai propri principi neppure nei momenti più complicati.
Nel complesso della gara i nerazzurri hanno fatto sessanta minuti di trazione anteriore. Che cosa vuol dire? Dominio? No, sta di fatto che l’Inter ha giocato per andare avanti, per far male all’avversario e per imporsi indipendentemente dal piano gara attuato da chi le stava di fronte.
Questi sessanta minuti non sono stati fatti continuativamente: la squadra di Chivu ha avuto i venti minuti iniziali in cui provava a stare alta, ad aggredire e prendendosi anche dei rischi con Anguissa e Politano ad un passo dal portare il Napoli sul 1-0 già dopo pochi minuti; e poi dal 55° in poi, quindi per quaranta minuti nel secondo tempo, dove è tornata a spingere con maggiore continuità trovando addirittura i tre gol vittoria.
Lato Napoli. Dopo la sfuriata iniziale dei nerazzurri, gli uomini di Allegri si prendono via via il controllo emotivo della gara. Questo snerva l’Inter che, infatti, torna in campo nel secondo tempo distratta e commette due errori nella costruzione del gioco.
Il Napoli, dunque, soffre la pressione ma contemporaneamente lavora sulle certezze dell’avversario, provando a incrinarle lentamente. La sofferenza non produce immediatamente superiorità territoriale, ma costruisce le condizioni per il momento successivo.
LA PENTECOSTE – Il fuoco che accende il Napoli
Poi arriva il fuoco sacro. Quello che al Meazza coincide con i pochi minuti capaci di ribaltare completamente l’inerzia della partita.
Infatti, gli azzurri – ieri in rosso – passano alla cassa a riscuotere non uno bensì due
gol, raccogliendo i frutti di una partita che li ha visti crescere costantemente. L’errore di Barella, troppo maldestro nella sua area in occasione del gol di Politano; la disattenzione dell’Inter di pochi secondi dopo – che non si accorge che il pallone non è uscito in fallo laterale – figlia dello shock del primo gol preso: queste mancanze sono state propiziate dalla presenza del Napoli e dalla bravura dei calciatori nell’andare a erodere goccia dopo goccia, secondo dopo secondo e minuto dopo minuto, le certezze di un’Inter padrona in casa sua e che infatti aveva cominciato benissimo.
È qui che il piano di Allegri trova la sua massima espressione. Attendere non significa rinunciare ad attaccare, così come soffrire non equivale necessariamente a subire. Il Napoli riconosce il momento, sfrutta gli errori dell’Inter e li punisce con la propria presenza offensiva, con la voglia di trasformare il controllo emotivo conquistato nel primo tempo in qualcosa di concreto.
Il fuoco, però, dura poco. E soprattutto lascia a questo Napoli il compito più difficile: capire come gestire ciò che ha conquistato.

I MARTIRI – Il doppio vantaggio che non basta
Ed è qui che la partita cambia ancora una volta. Il Napoli, avanti di due reti, torna ad accettare l’iniziativa dell’Inter. Solo che stavolta i nerazzurri aumentano progressivamente la pressione, trovano nuove energie dalla panchina con gli ingressi di Thuram, Curtis Jones e Carlos Augusto e trasformano la trazione anteriore in un assedio.
L’Inter trova spazio, uomini e palloni dentro l’area di rigore. Prima Lautaro, poi Thuram e infine ancora Lautaro: tre gol che ribaltano una partita nella quale il Napoli era stato avanti 2-0.
Qui si apre inevitabilmente il paradosso della serata di Allegri. Da una parte il merito di aver costruito una gara capace di attendere, soffrire e sfruttare gli errori dell’avversario; dall’altra il demerito di non essere riuscito a fare ciò che storicamente rappresenta uno dei suoi tratti distintivi: difendere il vantaggio. E non un vantaggio qualsiasi, ma addirittura un 2-0. Nel finale, quando era ancora sul 2-1 ma con il fiato sul collo di un’Inter arrembante, Allegri non ha resistito ed è passato al caro vecchio 5-3-2 con interpreti, tuttavia, ancora poco rodati e per nulla sintonizzati con le frequenze tattiche di Max, vedi Badiashile.

Dopo il Como, l’Inter: cinque gol subiti in due partite ed è logico, consequenziale, cominciare a giudicare il tecnico azzurro per le mancanze dei suoi ragazzi nel fondamentale che egli predilige ancor prima dell’andare a far gol, ovvero “non prenderli”. Allegri non è contento del modo in cui la sua squadra difende. Il Napoli aveva già dimostrato, nella prima fase della gara, di poter soffrire senza spezzarsi. Nel finale, invece, succede qualcosa di diverso: non più resistenza organizzata, ma sacrificio continuo davanti a un’Inter sempre più arrabbiata e rinvigorita dai cambi. È una questione di uomini, può darsi. In altre circostanze, anche solo negli Inter-Milan di un anno fa – ma ancor di più negli anni della Juventus – più l’avversario caricava in avanti, più i calciatori indossavano elmetto e scudo per difendere il bottino, talvolta riuscendoci. Dal Napoli di oggi non ci si sarebbe aspettato, in realtà, neanche il 2-0, figurarsi banchettare sull’Inter. Però il modo in cui si è dato per scontato il doppio vantaggio e ci si è portati il nemico in casa deve far riflettere.
Una cosa è certa, questa non è ancora la squadra di Massimiliano Allegri e qualsiasi rivisitazione, anche un 3-5-2, deve passare dalla mentalizzazione dei suoi uomini nel fare la fase difensiva. A questo punto, infatti, si può anche scegliere di cambiare assetto tattico, ma solo una volta trovate le giuste garanzie dietro, che non passano
dai nomi –Beukema, Buongiorno, Rrahmani, Badiashile o Olivera – ma dal modo in cui questi creano sintonia con i loro compagni avanti.
Ancora un richiamo alla retorica come postilla: “Se Neres avesse segnato il suo rigore in movimento oppure Anguissa avesse deviato in rete il tiro di Lucca adesso staremmo festeggiando tre punti pesantissimi”. Forse sì. Tutti tranne Max, che non avrebbe comunque digerito la facilità con cui sono arrivati i due gol rimonta della Thu-La in mezz’ora. Se non altro, alla sfida su come stringere le viti in difesa, si aggiunge quella, ben più gratificante, su come regolarizzare e aumentare le sortite offensive.
Tanti misteri dolorosi all’orizzonte, così come all’orizzonte c’è l’Arsenal. Il Napoli in versione penitenziale di queste prime tre giornate sembra ripercorrere proprio il simbolismo di quella maglia rossa esibita a San Siro ma il fuoco c’è e ci sono tutti i presupposti e i valori a disposizione per farlo ardere più a lungo. Come il predicatore Hojlund, spesso nel deserto, che è presente a se stesso e che lotta e sgomita come nessuno, dimostrando di non essere dipendente dalle assistenze altrui. Alisson è una costante spina nel fianco e gli esperti difensori nerazzurri se ne sono accorti eccome. Ci sono tante cose buone da cui partire e questa sconfitta non può cancellarle.
Foto: SSC Napoli
