Napoli, la storia insegna (se si vuole apprendere): Allegri e l’elogio all’equilibrio

Se Aristotele avesse discorso a Napoli della necessità di propendere all’equilibrio, oggi forse quasi nessuno ricorderebbe che in medio stat virtus – se non sempre, molto spesso.
In una città come questa, inferno e paradiso sembrano divertirsi da secoli al tiro alla fune per riuscire ad avere questa terra bella e maledetta tutta per sé. E così Napoli viene animata da creature che vivono di eccessi, trascinate giù verso il baratro, sospese nel cielo verso l’alto, a giorni alterni o a seconda di quanto sole batte entri dalle loro finestre.
Dovrà pur esserci insomma una spiegazione, umana ancor prima che calcistica, al perché in questa piazza non riesca a regnare l’equilibrio. Abituati così, forse da troppo tempo: a sognare in grande ed infiammare gli animi romanzando tre punti, un calciatore o una stagione intera; a dichiarare fallimento o a deporre le armi alla prima sconfitta in campionato, alle prime prestazioni sottotono. Nel bene o nel male, vivere sempre col fiato sul collo. Napoli sa sospingerti fin lassù, nel cielo. Ma più sei in alto e più sarà grande il tonfo in caso di caduta. E questo chi ha vissuto Napoli lo sa.

Napoli è la città degli umori, perché non è accettabile che Sarri e Spalletti seggano su panchine a strisce bianche e nere. Non quando hanno dichiarato di andare fino al palazzo o di non sedersi su nessun’altra panchina in Italia. Chi vive questa città assorbe nell’immediato un’idea di fedeltà difficile da ritrovare altrove, sotto la benedizione di un dio chiamato Maradona che regna sovrano su ogni tifoso.
Chiede di viversi e di essere vissuta al tempo stesso, di sposarne le incoerenze e le contraddizioni. Anche quando ci sarebbe bisogno di rinunciare ad indossare le ali per tenere i piedi ben piantati a terra.
Eppure una certa storia insegna, Antonio Conte fu chiaro e diretto lo scorso maggio. Lento e sincero, genuino e passionale il suo innamoramento nei confronti della città, che non gli ha mai sporcato l’onestà intellettuale che le deve – e che merita.

Non sono riuscito a compattare l’ambiente diceva, ammettendosi l’unico fallimento dei suoi due anni a Napoli – e per uno come Conte, ammettere non è cosa da poco. Aveva ragione, ampia ragione. Perché aveva capito qualcosa che, ancora oggi, addetti ai lavori e tifosi faticano a riconoscersi. Da un lato l’incapacità di gestire i propri umori, i propri istinti finendo ripetutamente e ciecamente nella dimensione del troppo. Dall’altro l’incapacità di essere intellettualmente onesti, di finire per cavalcare gli umori della piazza per accaparrarsi un briciolo di visibilità in più.
Pochi, forse troppo, quelli capaci di mantenere un equilibrio nelle analisi, ricordando a squarciagola che le somme si tirano alla fine. E che pure c’è da non esaltarsi poggiando i piedi su potenziali sabbie mobili. Profeti della via di mezzo, pur sempre l’unica in grado di farti vivere una stagione spingendo l’ambiente, e non rischiando fare una controproducente ammuina.

È successo con Allegri prima, già condannato al rogo dopo appena quattro partite ufficiali sulla panchina del Napoli, e sta succedendo anche adesso con Costantino Favasuli. Estremi opposti, stesso modus operandi. Con il primo giudicato già non da Napoli per un gioco che privilegia solida organizzazione difensiva – come ha vinto Conte? -, e il secondo già etichettato come il nuovo Callejon o il nuovo Maggio che merita di giocare titolare. Appena una partita in serie A e un debutto in Champions. Con personalità, senza ombra di dubbi, ma non meritevole della pressione che questa piazza riserva come omaggio di benvenuto.
Solo due esempi, che rendono bene una narrazione che va avanti da tempo, e che spesso contribuisce a minare la serenità dell’ambiente. E questo Napoli ne avrebbe bisogno eccome, perché quando si diventa grandi c’è bisogno anche di “ridimensionare” gli animi. Non si chiede ad una piazza come questa di anestetizzarsi o di sedarsi, ma accendere gli animi nei momenti giusti. Senza rischiare di farlo in maniera sproporzionata diventando, più che cifra distintiva, cavallo da tenere a bada.

Post Napoli-Bologna, vinta con la rete di Lobotka, per quanto meno surriscaldati gli animi sono sempre gli stessi. Dall’elogio di Favasuli alle critiche per Lucca – che si voglia o no vestirà azzurro almeno fino a gennaio, e basterebbe questo per sostenerlo -, passando per la solita retorica su Massimiliano Allegri. “Anche col Bologna pochi tiri…”, “Sì, ma non c’è gioco…”; reiterati come una cantilena, figli di una mancanza di spirito critico.
Certamente il tempo opera in silenzio e restituisce ad ognuno quanto ha seminato. E campo e tempo sono gli unici che hanno il potere di emettere verdetti. Ben vengano le critiche, che siano più o meno costruttive, a patto che siano oneste, sentite, dettate da una volontà di rendersi super partes anche in una città nata dalla passione. Perché chi scrive cerca di mantenere le redini di una certa pressione, non di cavalcare gli umori di un pubblico che a livello mediatico può spostare eccome gli equilibri.

Scrivere è in primis un atto di responsabilità. Farlo con misura significa volere il bene di Napoli e del Napoli. Quando tra addetti ai lavori e tifosi questa piazza lo capirà, si potrà compiere ancor di più un salto in avanti. O, comunque, non cominciare l’anno del centenario coi forconi nascosti dietro la schiena, pronti ad essere impugnati anzi tempo, come spesso accade, troppo presto.

FOTO: SSC Napoli