Cinque giornate. Sono bastate cinque giornate a far capire quanto quest’anno la serie A sia una potenziale giostra del divertimento. La concorrenza al vertice, le qualità ancor più emergenti di allenatori come Alvini, Pisacane e Gattuso, le nuove regole a favore del tempo effettivo di gioco, sono solo alcune delle componenti che hanno reso l’avvio di stagione una prima infarinata di emozioni e gol. E ancora nessuno zero a zero.
E c’è chi, da questa prima spietata lotta, ne sta uscendo vincitore confermando i pronostici. E chi, invece, sta partendo col freno a mano tirato, stavolta forse anche troppo. L’Inter si conferma momentaneamente miglior squadra in zona gol, e nonostante abbia dimostrato una fragilità difensiva a cui non aveva abituato, resta lassù a contendersela colpo su colpo con la Roma. Una Roma che non si sa ancora perché sia una sorpresa. Certo vedere i giallorossi lassù fa un certo effetto, ma la scelta di Giampiero Gasperini non poteva che assicurare un processo di crescita che mirasse a ritornare tra i grandi di spessore – sia provando a prendersi la vetta, sia provando a ritrovare confidenza pian piano con la Champions League. Solo tre i gol subiti, un solo gol in meno messo a segno, che certificano il lavoro “difensivo” maniacale dell’ex Atalanta, che ha lanciato un segnale forte, anzi fortissimo, a Cristian Chivu.
Occhio alla sorpresa Lazio, con Gattuso che, sebbene abbia messo a segno soltanto otto reti, ne ha anche subite solo tre. Un nuovo ciclo, in una piazza difficile caratterizzata dallo scontro tra la Presidenza di Claudio Lotito e il tifo organizzato. Un equilibrista che, al momento, procede senza guardare giù, sulla scia di un allenatore che ha fatto anche della grinta la sua principale peculiarità.
Un passo indietro, in termini di punti – ancora troppo pochi per tracciare una griglia delineata da qui ai successivi mesi – ci sono Milan e Juventus. Se dai bianconeri ci si aspettava forse di più, specie in relazione ad una sconfitta (quella di Sassuolo) che ha gettato qualche ombra sulla coerenza tra prestazioni e idee di gioco, sulla sponda rossonera di Milano s’è aperto un nuovo ciclo. Ruben Amorim non è forse riuscito a vestir bene del tutto la propria squadra, ma va detto che i diavoli sono ancora imbattuti in campionato, e che hanno pareggiato contro compagini di qualità (e al momento di alta classifica) come Juventus e Lazio.
E il portoghese, prima ancora che aspetti tecnico-tattici, sta portando in Italia una ventata di onestà intellettuale che, in un sistema fatto spesso di battibecchi e di dissing, rappresenta una porta che merita di essere spalancata. Per vedere cosa c’è in casa, o gli spazi che offre l’immobile per essere arredato.
A dare il braccio alle strisciate c’è poi il Como di Fabregas, una realtà ormai consolidata a tal punto da non essere più una sorpresa. Ci si sorprende quando non ce lo si aspetta, adesso, invece, i lariani sono diventati un punto fermo della serie A, meritandosi la “etichetta” di squadra big a prescindere dall’inizio di stagione. D’altronde il passo falso è a Frosinone, con i cui tre punti Fabregas e squadra starebbero lassù, proprio accanto a Roma ed Inter. E questo, con la progettualità della dirigenza e la possibilità di investire e di pazientare un progetto in costante crescita, non è mai stato un caso. Ma il frutto di un lavoro a tavolino che, oltre ad essere sostenibile economicamente, è stato ed è lungimirante. Nessun dubbio che, anche questa annata, sentiremo eccome parlare della qualità del Como, pronto ad insediare le altre concorrenti delle parti alte della classifica.
Stupiscono Frosinone e Cagliari, e lo fanno dimostrando l’assioma più assoluto nella storia del calcio. Le vittorie, i punti salvezza e gli obiettivi stagionali, si raggiungono in primis con le idee. Compagini costruite ad hoc, con coerenza, qualità, fiducia e lavoro costante che hanno sorpreso tifosi e addetti ai lavori. I sardi crollano solo contro l’Inter, ma fanno la voce grossa (e fuori dal coro) contro Atalanta e Udinese, dimostrando che, qualità a parte, le idee possono portare lontano – se ci sono, se sono valide, se chi le attua le difende con determinazione e convinzione. Lo stesso discorso vale per Massimiliano Alvini, che ha tutti i connotati dell’allenatore che in carriera ha raccolto, per ora, meno di quanto meritasse. Ma il calcio è un signore galantuomo, e alla lunga tende a riequilibrare gerarchie e meriti. Per ora il suo Frosinone è forse la vera sorpresa di questo campionato. Una squadra umile, che sta scoprendo potenziali talenti come Antonio Raimondo e riscoprendo vecchie conoscenze come Jack Calò.
Il segreto è il lavoro, e la vittoria contro il Como di Fabregas lo ha già dimostrato.
Questo il contorno necessario al cui interno si inserisce la più deludente delle big: il Napoli di Massimiliano Allegri. Una squadra reduce da un mercato di riparazione, atto principalmente a dover riequilibrare il bilancio societario, con la necessità di valorizzare acquisti che in passato non hanno dato i frutti sperati – basti pensare a Rafa Marin, a Lucca e a Lang. Una squadra che sta forse risentendo ancora di due anni trascorsi sì a vincere, scrivendo altre pagine memorabili di storia azzurra, ma anche a spingere il proprio fisico oltre i limiti, come ha sempre chiesto Antonio Conte. Lunghissima l’infermeria di Allegri, da Alisson Santos a Marianucci, passando per McTominay (che è tornato nel corso della sosta a Castelvolturno) e Buongiorno, per poi ritornare a Meret e Giovane. Non pochi elementi fuori, che costringono il livornese, come accadde per l’artefice del quarto Scudetto, a fare di necessità virtù.
Il calendario non ha aiutato, né in Italia né in Europa. Beccare Inter, Como e Arsenal quando c’è da forgiare gli azzurri con una filosofia di gioco certamente diversa non è certo cosa facile. La vittoria a Firenze avrebbe forse scacciato i fantasmi e portato gli azzurri a racimolare il racimolabile in queste prime uscite stagionali, ma quella del Franchi s’è trasformata nell’ennesima prestazione poco convincente che conferma gli spettri delle precedenti analisi. Non c’è dubbio che il Napoli abbia come obiettivo rientrare tra le prime quattro per accaparrarsi un posto nella prossima Champions League, e che miri, proprio tra le grandi, a non sfigurare passando il primo turno e tornando ad avere un ruolo più di spicco nel “calcio che conta”.
Non si può certo negare che le premesse non siano delle migliori, e che l’aver conquistato solo sette punti in campionato abbia gettato l’ambiente in un clima di scetticismo e preoccupazioni. E però, perché c’è sempre un però, va anche detto che la stagione è ancora lunga, lunghissima. E che Max Allegri sta solo facendo forse più fatica, rispetto ai suoi emeriti colleghi, a trovare ago e cotone giusti per vestir per bene lo scugnizzo nei primi giorni di scuola. Nulla di irreparabile, o forse segnali premonitori di un futuro un po’ più ombroso? Difficile dare una risposta oggi. Il ritorno dalla pausa delle nazionali però, dirà certamente di più sul destino della compagine forgiata da un Allegri alla vecchia maniera.
La certezza attualmente, oltre alla classifica, è che il Napoli non stia in mano al primo che è passato, né ad un allenatore che non ha i requisiti per sedere sulla panchina azzurra. In attesa del ritorno, insomma, dare un occhio ai traguardi raggiunti da Allegri può far mantenere una certa lucidità. Quella che serve se si vuole remare tutti dalla stessa parte, senza andar troppo giù o troppo su. Mantenendo bene le briglie della ragione e dell’istinto. D’altronde, non ci piove, è l’unico modo per seguire una strada da tracciare, che non sia dissestata e piena di maggiori insidie.
FOTO: SSC Napoli
