“Sono orgoglioso di voi e del senso di appartenenza che avete dimostrato”. È questa una delle poche frasi che i telespettatori a casa sono riusciti ad ascoltare quando Gattuso ha radunato tutta la squadra a centrocampo. Innanzitutto, il ringraziamento a chi non rinnova, primo su tutti Callejon, il cui destino sembra già scritto e la cui carriera al Napoli non poteva che terminare nel migliore dei modi.
Gennaro è un padre di famiglia, difende i propri ragazzi anche quando invita il presidente ad occuparti prima degli stipendi di ogni ragazzo, poi del suo rinnovo contrattuale. Un uomo che tira fuori il discorso multe dimostrando al presidente la maturità dei ragazzi, la volontà di rompere con il passato, la rottura con l’era precedente, quella che ha rischiato di spegnere una città intera che vive di passione, di calcio e di Napoli, 24 ore su 24. Il miracolo non l’ha fatto il santo patrono di Napoli, ma un signore calabrese, il più terrone di tutti, simbolo dell’umiltà che arriva alla vittoria.
Il primo tempo vede un Napoli che subisce il ritmo della Juventus, che sfiora il gol con Ronaldo. Tuttavia, malgrado la squadra di Sarri tenga il pallino del gioco le occasioni più ghiotte capitano agli azzurri: prima Insigne su calcio di punizione e poi Demme a due passi da Buffon sfiorano il gol vantaggio. Nella ripresa, però, ad alzare i ritmi è il Napoli concedendo poco e niente alla squadra bianconera. Maksimovic e Koulibaly ergono un muro in difesa, facendo dimenticare l’assenza del guerriero Manolas. Come si prevedeva la partita ha visto un equilibrio impeccabile, fra due squadre la cui volontà è tenere il pallone e non buttarlo quasi mai via. Due squadre che viaggiano a ritmi altissimi, dando vita in mezzo al campo ad unico corpo, un unico meccanismo che si muove a copertura del pallone e pronto a ripartire. Gli azzurri, però, hanno più benzina, più voglia di vincere e approfittano delle fasi finali della partita. Il coraggio azzurro, la grinta che quasi sembra essere quella trasmessa da Gattuso portano gli azzurri ad un passo dal vantaggio al minuto 90, una beffa quasi replica di quella di cui fu artefice Sarri allo Juventus stadium. Stavolta, però, a sfiorare il gol sono prima Maksimovic e poi Elmas, che ancora una volta a due passi dalla porta colpisce il palo, complice Buffon. La mancanza dei supplementari spedisce la gara ai rigori, a quella lotteria che tanto ricorda la Supercoppa di Doha, anno 2014, dicembre. Meret sostituisce Rafael, ma l’esito è lo stesso: la Juventus sbaglia i primi due rigori, Dybala e Danilo non centrano la porta e regalano un vantaggio difficile da recuperare. È la lotteria più beffarda per i bianconeri che non riescono a spuntarla ai calci di rigori, ultima spiaggia per il primo trofeo italiano di Sarri.
Stavolta, ancora, a vincere sul campo è stato Rino, capace di lavorare tanto sulla compattezza del reparto difensivo e sulle ripartenze affidate al trio Insigne-Mertens-Callejon. Un Napoli bravo a costringere la Juventus a costruire la manovra quasi esclusivamente sulle fasce con i cross di Alex Sandro che hanno sempre trovato la testa di Maksimovic o di Koulibaly. Un Napoli bravo a fare gabbia attorno a Ronaldo, impedendogli qualsiasi giocata che non fosse al massimo quella dell’appoggio ad un compagno. Un Napoli che non ha quasi mai rinunciato alla costruzione dal basso, una di quelle idee sbandierate proprio da Sarri e che ora hanno quasi un sapore di schiaffo morale. La Juventus termina la gara con poco più di 2 o 3 tiri in porta e affidandosi, invece, all’esperienza di un Buffon che sembra essere come il vino e che nega la meritata gioia agli azzurri di terminare la gara ben prima dei rigori.
“Il calcio mi ha dato tanto, molto più di quanto forse non gli abbia dato io. Mi ha fatto diventare cristiano, mi ha aiutato economicamente, mi ha fatto uomo. Nella vita pensi che deve toccare prima ai tuoi genitori, è quando ti capita quello che è successo a me, non lo digerisci, non lo accetti. Il calcio mi ha dato tanto ed è per questo che per me è un lavoro serio e lo faccio con grande passione, so che non posso mollare di una virgola.” Nelle parole di Gattuso c’è quasi della filosofia, specialmente quando sottolinea che credo che c’è un Dio del calcio che restituisce tutto ciò che semini. Un trofeo che è capolavoro di Gattuso, tutto riflesso negli occhi di un uomo che non ha mai mollato nella vita e che non ha intenzione di farlo ora, nel momento in cui questa gli ha riservato la più brutta delle batoste. E’ la città che si veste d’azzurro ed esplode, come se fosse appena finito il lockdown, come un grido di liberazione di una Napoli il cui calore è stato rinchiuso nelle case per troppo tempo. Una vittoria che sancisce l’accesso del Napoli all’Europa League nel corso di una stagione su cui nessuno avrebbe scommesso un euro.
E’ l’amore di Gattuso che rispecchia quello di ogni napoletano perbene che con rispetto, umiltà, forza di volontà ogni mattina si alza per andare a lavorare e tirare avanti combattendo quanto più possibile. È l’arcobaleno dopo la tempesta, ‘o surdat’ ‘nnamurat che torna dalla guerra, abbraccia i genitori e che finalmente urla “è finita, la guerra è finita”. È finito l’oblio in cui si rischiava di precipitare nell’era Ancelotti, è finito il tunnel oscuro, Napoli ritorna con gli occhi all’insù, con gli occhi a quel cielo azzurro che si colma del calore di una città che torna a festeggiare, torna a gioire, è pura aria di libertà, puro godimento di un popolo che non aspettava altro che respirare vita, calcio e passione.
Napoli è’ quel senso di appartenenza sbandierato da Gattuso, che sul palcoscenico di una Napoli tutta teatrale si improvvisa capo ultrà chiedendo ai tifosi di cantargli “Un giorno all’improvviso”. Perché Napoli è così: malgrado passino gli anni, malgrado si abbia consapevolezza di quanto Capodanno possa non cadere esclusivamente alla mezzanotte del 31, è una festa sempre nuova, emozioni improvvise, che si trasformano di trofeo in trofeo, da napoletano a napoletano, rendendo la città in festa un luogo magico, idilliaco colmo di un’atmosfera surreale, forse introvabile in altri luoghi.
