Milan-Napoli, il day after– Buongiorno, campionato! Il Manifesto programmatico di Conte esposto a San Siro e una tradizione vincente che si rinnova alla Scala del Calcio

Luci a San Siro non ne accenderanno più. La depressione calcistica pervade i tifosi rossoneri del Milan per l’ennesima volta dall’inizio dell’anno e le luci della scala del calcio paiono non potersi più accendere – e non solo metaforicamente, come nel pezzo omonimo di Roberto Vecchioni. La misura della bontà di un progetto tecnico nuovo di zecca la fornisce un impegno ad alto tasso di difficoltà e se il derby aveva rappresentato, per Fonseca e co., una scarica felice di endorfine, Liverpool, Fiorentina (in trasferta) e la capolista Napoli, hanno sentenziato che, forse, quelle endorfine sono state le ultime. Giusto, tocca parlare di Napoli. Sì perché, al contrario, quando negli ultimi anni le luci a San Siro le hanno accese gli azzurri, è sempre successo qualcosa di squisitamente bello. Il primo grande successo napoletano a Milano nell’era ADL avviene nel 2011/12, con Mazzarri. Un 3-0 senza appello all’Inter che, nonostante quello stemma al petto da campione del mondo, si avviava al suo personalissimo lustro di dannazione. Lustro di dannazione, e anche qualcosa in più, che il Napoli di Benitez ha inflitto al Milan di Allegri due anni dopo, inaugurando, con un 2-1 a San Siro, un periodo di oblio e assenza dal calcio che conta, specie in Europa. In entrambi gli anni, la stagione si è poi conclusa con la vittoria della coppa Italia.
Per non parlare poi dello 0-4, sempre al Milan, che ha convinto gli esperti della Treccani a mettere la parola “sarrismo” nei propri dizionari. Nel 2020, con un’inaspettata vittoria per 1-0 contro l’Inter di Antonio Conte in Coppa Italia, grazie ad un gol di Fabian Ruiz, il Napoli malaticcio di Gattuso ipoteca la finale di Coppa Italia, poi vinta contro la Juventus in un Olimpico vuoto causa covid. Poi le vittorie del Napoli spallettiano, sempre contro il Milan, con vista sullo scudetto.
E poi? Poi di nuovo Mazzarri, ma con una storia un po’ diversa: un 1-0, stavolta per il Milan, firmato Theo Hernandez, e un esonero deciso quel 12 febbraio 2024, a certificare come nefasta quella stagione nefasta.
Sembra passata un’era geologica e, invece, otto mesi dopo, Lukaku e Kvara impongono la legge del Napoli a San Siro, proprio come ai vecchi tempi, quando vincere a Milano preannunciava qualcosa di dannatamente bello alla fine della stagione. E che sia questa la prima campana a festa dell’anno?

Da San Siro a San Siro: come nelle più grandi occasioni, il Napoli pubblica il suo manifesto programmatico nel più importante stadio d’Italia. Un manifesto alla maniera di Marinetti e del futurismo che recita che, per lo scudetto, gli azzurri di Conte ci sono e che la strategia per vincerlo è la stessa adoperata per avere ragione di Empoli, Lecce e Milan.

1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerarietà.

2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. […]

9. Noi vogliamo glorificare la guerra, il militarismo, il pattriottismo, il gesto distruttore dei libertari […]

Ora, tralasciando il fatto che nel Manifesto del Futurismo originario c’erano invettive gratuite alle donne e inni alla guerra, intesa come sangue e dolore, e che questo è solo calcio, i punti rispetto a cui sovrapporre Conte e Marinetti sono sostanzialmente questi:
-il pericolo che, apparentemente, il Napoli corre quando gli avversari hanno la palla e dal quale gli azzurri non rifuggono bensì se ne nutrono, acquisendo energia;
– il coraggio, l’audacia, la temerarietà con cui i partenopei danno il loro colpo di coda ribellandosi alle scorribande avversarie, impadronendosi inaspettatamente dell’inerzia del match;
-l’atteggiamento militaresco, con l’elmetto sul capo di ciascuno, a distruggere le certezze degli avversari, laddove ce ne siano.
Ecco, questo è il manifesto di Antonio Conte, applicato ad una realtà per natura bella, leggiadra, barocca, ma sporcata di fango, perché questo, forse, era l’unico modo per ridare la vita ad una creatura che non c’era più.

Oggi, perciò, è dolce l’erbetta milanese per un Napoli ben diverso da quello sul quale otto mesi fa volteggiavano le cornacchie. Quella “nuttata” è passata – non da oggi, 30 ottobre, day after di Milan Napoli 0-2 – e ora tocca dire “Buongiorno”, urlando di gioia alla maniera di Roberto Benigni in “La Vita è bella”.

Il volto in campo del Napoli plasmato da Antonio Conte ha la fisiognomica proprio di Alessandro Buongiorno, con tratti sinuosi da cui si evince la giovinezza del soggetto, ma anche tutta l’intenzione di non essere affatto spensierato come i giovani normali bensì applicato, monacale. Un giovane vecchio. Un giovane favoloso. Sostituto di Kim e allenatore: il Napoli ha rimpiazzato le due “zavorre” della scorsa sciagurata stagione come meglio non poteva ed è proprio dall’innesto difensivo che si deriva la volontà di colui che lo guida dalla panca. Se Kim garantiva cattiveria in difesa unita ad un’uscita da dietro in conduzione pressoché magistrale, l’ex capitano del Torino si starebbe affermando sempre di più come un chielliniano della prima ora, che vigila e sventa ogni singolo pericolo dell’area piccola anche quando dorme. E possiamo discutere anche già da ora su chi dei due sia meglio tra il coreano – già semi-dimenticato dall’Europa dopo il suo trasferimento in Baviera – e Alessandro Buongiorno, uomo simbolo di questo Napoli che vuole bissare, con tutte le sue forze, il successo in campionato di due anni fa.

Fonte foto: pagina ufficiale Instagram Alessandro Buongiorno