Complice la clamorosa debacle subita per mano della Norvegia, che ci obbliga per la terza volta consecutiva ad inseguire la qualificazione ai prossimi Mondiali tramite i Play-Off, l’argomento più caldo di questi giorni è la crisi del movimento calcistico nostrano.
Ciclicamente si torna sempre a parlarne, ma appaiono ormai evidenti e impossibili da ignorare i problemi strutturali del sistema calcio Italia: strutture dietro anni luce rispetto ai competitor, mancanza di sinergia su scala nazionale riguardo alla formazione dei talenti, poca cura dei settori giovanili, scarso coraggio nel dare fiducia ai giovani in maniera continuativa. Tuttavia, tra i vari argomenti tirati in ballo, in queste situazioni si menziona spesso anche la scarsa competitività della nostra Serie A.
Sarebbe inutile ed illusorio nascondersi dietro a un dito: l’epoca d’oro del nostro campionato è un lontano miraggio. A cavallo tra l’inizio degli anni ottanta e la metà degli anni duemila, l’Italia è stata il centro del calcio globale per quanto concerne la spettacolarità della competizione, grazie al considerevole numero di campioni che hanno scritto la storia di questo sport con indosso le casacche delle squadre più rappresentative del nostro Paese.
Ciononostante, è giusto considerare la Serie A un campionato attualmente dietro anni luce rispetto alle principali competizioni europee? Oppure il rischio è quello di cadere nel facile tranello dell’allarmismo, della smania di provare a trovare una soluzione ad un problema esistente guardando dalla parte sbagliata?
Uno degli argomenti maggiormente tirati in ballo da parte dei “fatalisti” della Serie A è il calo delle reti realizzate negli ultimi anni. La stagione corrente, per quanto attualmente in corso, dimostra effettivamente un trend piuttosto evidente: non solo si segna meno rispetto agli altri anni (la settima giornata ha fatto registrare il record negativo di reti segnate in un singolo turno del nostro campionato, solo 11), ma in generale i nostri attaccanti fanno molta fatica a trovare la via della rete, basti pensare al fatto che dopo 3 mesi i capocannonieri sono due centrocampisti (Riccardo Orsolini e Hakan Calhanoglu, 5 marcature a testa).
Ma siamo davvero così indietro rispetto agli altri campionati? Proviamo a trovare una risposta leggendo ciò che dicono i numeri. Prendiamo in esame i numeri della Serie A in termini di reti totali e di media reti per gara dalla stagione 2013/14 ad oggi:
- 2013/14 = 1035 reti (2,72 per gara)
- 2014/15 = 1024 reti (2,69 per gara)
- 2015/16 = 979 reti (2,58 per gara)
- 2016/17 = 1123 reti (2,96 per gara)
- 2017/18 = 1017 reti (2,68 per gara)
- 2018/19 = 1019 reti (2,68 per gara)
- 2019/20 = 1154 reti (3,04 per gara)
- 2020/21 = 1163 reti (3,06 per gara)
- 2021/22 = 1089 reti (2,87 per gara)
- 2022/23 = 974 reti (2,56 per gara)
- 2023/24 = 992 reti (2,61 per gara)
- 2024/25 = 973 reti (2,56 per gara)
Tenendo conto anche della stagione corrente, che al momento procede alla media di 2,22 reti per gara, i dati ci raccontano di una Serie A che ha avuto un picco di reti segnate nel biennio del Covid (2020-2021) per poi successivamente avere una netta discesa nelle ultime 3 annate, stabilmente sotto le 1000 marcature totali. Ora, per una comparazione efficace, andiamo a riportare i numeri di Premier League e Liga, i due campionati più vicini in termini di Ranking UEFA e con il medesimo numero di squadre partecipanti, nella stessa finestra temporale:
Premier League
- 2013/14 = 1052 reti (2,77 per gara)
- 2014/15 = 975 reti (2,57 per gara)
- 2015/16 = 1026 reti (2,7 per gara)
- 2016/17 = 1064 reti (2,8 per gara)
- 2017/18 = 1018 reti (2,68 per gara)
- 2018/19 = 1072 reti (2,82 per gara)
- 2019/20 = 1033 reti (2,72 per gara)
- 2020/21 = 1024 reti (2,69 per gara)
- 2021/22 = 1071 reti (2,82 per gara)
- 2022/23 = 1084 reti (2,85 per gara)
- 2023/24 = 1238 reti (3,26 per gara)
- 2024/25 = 1115 reti (2,93 per gara)
Proiezione stagione corrente: 2,74 reti per gara
Ricapitolando, il massimo campionato inglese si presente come una competizione sicuramente più vivace e più continua nei numeri, ma che soltanto in una occasione ha superato il picco della Serie A precedentemente menzionato (le 1238 reti del 23/24), mostrando in generale un vantaggio sì presente ma meno ampio rispetto al percepito.
Liga
- 2013/14 = 1045 reti (2,75 per gara)
- 2014/15 = 1009 reti (2,66 per gara)
- 2015/16 = 1043 reti (2,74 per gara)
- 2016/17 = 1118 reti (2,94 per gara)
- 2017/18 = 1024 reti (2,69 per gara)
- 2018/19 = 983 reti (2,59 per gara)
- 2019/20 = 943 reti (2,48 per gara)
- 2020/21 = 953 reti (2,51 per gara)
- 2021/22 = 951 reti (2,5 per gara)
- 2022/23 = 955 reti (2,55 per gara)
- 2023/24 = 1005 reti (2,64 per gara)
- 2024/25 = 995 reti (2,62 per gara)
Proiezione stagione corrente: 2,63 reti per gara
Interessante il responso che ci arriva dalla massima divisione spagnola, ove le marcature totali tra il 2013 e il 2018 si presentano essere tutto sommato in linea con quelle della Serie A. Ma va tenuto conto, in questo caso specifico, di un aspetto fondamentale: la presenza in campo di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, a conti fatti i due migliori marcatori nella storia del calcio, che in quegli anni hanno polverizzato ogni sorta di record esistente contribuendo in maniera massiccia ai numeri che abbiamo raccolto. Da notare, a tal proposito, il crollo significativo dal 2018/19 in avanti, stagione dell’addio di CR7 al Real Madrid. Ciò vale a dire che in Liga, ad eccezione dei fenomeni, vi è una difficoltà da parte degli attaccanti a trovare il goal ancora più marcata rispetto che alla Serie A.
In linea di massima, possiamo notare come la Serie A sia in calo da un paio di stagioni se messa a paragone con le due massime divisioni europee a 20 squadre. Ma ciò è sufficiente per definire un campionato in crisi? Al di là della matematica, che ci viene in aiuto ma necessita di essere affiancata da una giusta contestualizzazione, degne di nota sono le campagne europee delle nostre formazioni prendendo in esame le ultime stagioni: 3 finali di Conference League (2 Fiorentina, 1 Roma), 3 finali di Europa League (1 Inter, 1 Roma, 1 Atalanta), 2 finali di Champions League (entrambe con l’Inter, tra l’altro attualmente prima a punteggio pieno nell’edizione corrente).
Numeri che mostrano un campionato in grado di presentare formazioni interessanti, capaci di giocarsela sui campi più importanti del continente. Senza ombra di dubbio vi è una differenza notevole sul piano tecnico e atletico, soprattutto nel paragone con le corazzate di prim’ordine, ma l’Italia continua ad essere un’avanguardia dal punto di vista tattico: le nostre squadre sono quasi sempre una gatta da pelare anche per i migliori attacchi, e i nostri allenatori riescono spesso ad ottenere trofei importanti su suolo estero.
In aggiunta, i numeri per quanto freddi e incontrovertibili a volte possono raccontare un messaggio o un altro a seconda dell’interpretazione che gli si vuole dare: la fatica da parte degli attaccanti italiani nel trovare i giusti spazi può essere vista anche e soprattutto come un merito delle nostre difese, che obbligano i tecnici a trovare soluzioni alternative per far male agli avversari, ricorrendo a schemi e sistemi di gioco che valorizzino l’aggiunta di centrocampisti alla manovra offensiva.
Ulteriore nota a margine: sarà sorprendente per alcuni sapere che i numeri della Serie A più recenti, per quanto in calo, sono comunque superiori a quelli dei rimpianti anni d’oro: negli anni dei Maradona, dei Platini, dei Van Basten, dei Ronaldo e via dicendo, non si è mai arrivati vicini a superare la media delle 2 reti a partita (anzi, in alcune rare occasioni si è scesi anche al di sotto di essa). Ciò significa che la bellezza del nostro calcio non è mai stata nel vedere i fuoriclasse segnare reti a profusione, ma nel vederli trovare il bandolo della matassa per scardinare anche le difese più complicate. Non è questione di crisi, è questione di identità. Mancano semmai i suddetti fuoriclasse ma quel problema, in assenza di risorse economiche per acquistarli come un tempo, è risolvibile solo con un movimento sano e in grado di produrli in casa propria.
Il nostro campionato ha da sempre determinati asset su cui poter puntare, ed è giusto porre le fondamenta su di essi: la rinomata eccellenza rappresentata dalle nostre difese e la celebrata incertezza del nostro campionato, quello con più vincitori diversi negli anni recenti, sono fiori all’occhiello da valorizzare anche e soprattutto in un momento del genere. Il nostro sistema calcio ha gravi problemi strutturali che necessitano di profonde e coraggiose riforme, cambiamenti radicali e che daranno frutti solo nel tempo: criticare e mettere in discussione anche la Serie A nel processo sarebbe fuorviante e nocivo per il movimento, essa rappresenta in realtà la certezza principale a cui aggrapparsi in un contesto di forte transizione. Una competizione non perfetta, che può sicuramente essere puntellata e migliorata in vari aspetti, ma che va tutelata e valorizzata nella sua essenza indistinguibile.
