Dal ritorno di Luciano Spalletti al Maradona alla supremazia di Antonio Conte al loro primo confronto in carriera. Napoli-Juventus non è mai una sfida come le altre, vissuta come una sorta di derby si porta dietro (e sin dai tempi di Diego) la rivendicazione del sud contro il nord, la ribellione ad una certa egemonia di chi rappresenta – o ha rappresentato – il motore del paese. Mentre al sud si faticava e ci si sgolava per far sentire la propria voce e dare giusto spessore alla propria dignità. Dalla tuta alla cravatta, dall’operaio al dirigente. C’è un passaggio cardine, un cambiamento di connotati e di stile che da sempre traccia un confine netto tra le due società agli antipodi dello stivale. E le gare del San Paolo prima e del Maradona poi da sempre rappresentano il pretesto calcistico per potersi vendicare nei confronti di un certo ordine calcistico costituito.
Ma da qualche anno la storia è cambiata. Anzi, da ben sette anni di fila. La Juventus non vince a Fuorigrotta dal 2019. Nella bolgia di un Maradona che è tornato a far spavento ancora una volta la spuntano gli azzurri, stavolta condotti da un allenatore che sta imprimendo alla piazza ancor più maturità e consapevolezza nel considerarsi un punto d’arrivo.
Conte batte Spalletti, e lo fa nella mente ancor prima che nelle gambe. Koopmeiners fa il braccetto di sinistra, e al tecnico salentino basta poco per individuare in quella porzione di campo un certo punto debole. David Neres fa la differenza, non dà punti di riferimento e sul gol del vantaggio dimostra a tutti di aver capito a pieno i compiti sul rettangolo verde. Prima stringe al centro tra Cabal e Koopmeiners, poi istantaneamente si allarga a sinistra e riceve. E se Cabal è già fuori gioco, diventa semplice bruciare sul tempo l’ex Atalanta e servire al centro Hojlund. Lo strapotere fisico del danese si abbatte sulla difesa bianconera, e la fame di gol gli permette la spaccata vincente che vale il vantaggio.
Le pedine. Allargare le maglie in fase offensiva, stringere al centro in fase difensiva e di copertura. Due dettami ben chiari quelli di Conte ai propri soldati. E se Hojlund è implacabile in area di rigore, sa di dover partire spesso in posizione più defilata. Perché è sempre sulla corsia di sinistra che la Juventus lascia troppi spazi, e ad inizio ripresa solo i guantoni di Di Gregorio gli impediscono una doppietta che è già nell’aria. McTominay torna quello dell’anno scorso, riempie l’area di rigore sfiorando già nel primo tempo la rete in un paio di circostanze. Fa densità, sovrasta tutti (anche i compagni di squadra) e va ad un passo dall’iscriversi al tabellino.
L’unica nota stonata è l’errore di Olivera sul pareggio della squadra allenata da Spalletti. In modo quasi speculare i bianconeri si fanno spazio sulla sinistra, Conceicao raccoglie il pallone di Cambiaso portandosi dietro l’urugaiano; McKennie premia l’inserimento di Yildiz che con un diagonale chirurgico batte Milinkovic-Savic.
Per una Juventus che pareggia però, c’è un Napoli che non si scompone. Gli azzurri appaiono sin troppo consapevoli della propria supremazia, di una mentalità che Spalletti sta cercando di ricostruire sulla rosa bianconera. Conte non cambia il canovaccio di una partita a scacchi che, nonostante le pedine bianche e nere, ha già vinto. La vince quando toglie Olivera, sacrificatore e conferma che si può contare su tutti, e inserisce Spinazzola per dare più spinta sulla sinistra. E il gol del raddoppio nasce sempre dai piedi di Neres: Di Lorenzo fa spazio, cross e – complice l’aiutino di McKennie – il colpo di testa implacabile del numero 19, che scaccia via la mancanza (a tratti ben marcata) di Romelu Lukaku. Conte è bravo ad annusare nell’aria il gol del vantaggio, e scoccato il sorpasso corre ai ripari per evitare eventuali beffe finali. Tolto Neres è il momento di Politano, che sa difendere palla, esser lucido e ripiegare all’occorrenza. Non è un caso che, qualche rischio evitabile, il Napoli lo prenda centralmente sull’azione (ben costruita) da Zeghrova, che fa tutto da solo ma conclude debole e centralmente.
Contare fino a…sette. Almeno questo, se non Contare fino a dieci, almeno fino a sette. Sette come gli anni consecutivi in cui la Juventus non vince al Maradona, sette come le sette vite di Conte. Un gatto che non muore mai. Con un Napoli rimodellato, senza Anguissa, Lukaku, De Bruyne, Lobotka e Gilmour – a cui s’aggiungono Meret e Gutierrez, problemi meno gravi (e neanche tanto) -, Elmas diventa un perno capace di sfoderare una prestazione di tutto rispetto; Vergara l’arma in più da giocarsi quando c’è bisogno di garra e senso di appartenenza per portarsi a casa i tre punti. E nonostante tutto, Conte si concede persino il lusso di lasciare in panchina un suo fedelissimo come Matteo Politano, facendo esplodere già le qualità di David Neres e un’enorme fiducia in Noa Lang. Ciò di cui l’olandese aveva bisogno.
Sette, come i secondi minimi da contare in mente prima di avanzare critiche ad un tecnico che, oltre a scrivere la storia del quarto scudetto, ha dimostrato ancora una volta di avere più fame di prima. E di essere, in attesa della sfida tra Torino e Milan, ancora la capolista della serie A – e in piena corsa per giocarsi le proprie carte in Champions. Chi chiede di più a questo Napoli potrebbe essere accusato di disonestà intellettuale, e non parrebbe non esagerata l’accusa.
Conte sta tenendo in mano le redini di una piazza che, dopo Luciano Spalletti, pareva impossibile da risollevare. E tenerne in mano le briglie della passione, di un certo altalenante voltafaccia, di un tirare dove tira il vento, di certe riflessioni più di pancia che di cervello, è impresa non da poco. E quando questa impresa sta riuscendo, guardando tutti dall’alto della classifica, prima di criticare non puoi quantomeno non dormirci su.
Se post Bologna la paura è che avesse perso il controllo, le vittorie contro Roma, Atalanta e Juventus – questa sì, la ciliegina sulla torta – hanno certificato che Conte, nonostante una stampa a volte spietata, il Napoli non l’ha mai lasciato. Anzi, lo ha sempre tenuto, lo tiene, e lo terrà ben stretto nelle sue mani, senza mai tirarsi indietro.
FOTO: SSC Napoli
Il giorno dopo Napoli-Juventus. Le sette vite di Conte, la supremazia azzurra e il ciclone Hojlund
