Raffaele Palladino, dalle giovanili del Monza all’impresa Champions contro il Dortmund: analisi di uno dei più promettenti allenatori italiani

Protagonista la scorsa settimana di una rimonta destinata a restare nella storia del calcio italiano, Raffaele Palladino è entrato rapidamente nei cuori dei tifosi dell’Atalanta, dando l’ennesima prova del suo talento sulla panchina. Tuttavia, la storia del tecnico nato a Mugnano di Napoli parte da più lontano, e spiega benissimo come nella vita i percorsi migliori siano quelli fatti step by step, di progressi lineari senza mai fare il passo più lungo della gamba, arrivando nei posti giusti quando si è adeguatamente pronti.

Il passaggio dal campo alla panchina

Prodotto dei settori giovanili di Benevento e Juventus (con cui accumula anche 57 presenze complessive nella prima squadra), disputa una carriera rispettabilissima vestendo le maglia, tra le altre, di Genoa, Parma, Crotone e Monza: proprio in quest’ultimo Club, nell’Ottobre 2019, annuncia il suo ritiro dal calcio giocato. Tuttavia, Palladino non ne vuole sapere di lasciare il mondo che tanto ama, e decide di intraprendere sin da subito il percorso da allenatore; la sua intenzione però è quella di non bruciare le tappe, ha le sue idee tattiche e il suo credo calcistico ma è anche consapevole del fatto che per mettere ciò in pratica ha bisogno di imparare le basi del mestiere, quasi come se fosse un “tirocinante”. Il suo cammino comincia proprio a Monza, i Brianzoli gli danno infatti l’opportunità di diventare collaboratore tecnico nel settore giovanile, interfacciandosi per la prima volta con l’altro lato della barricata.

A fine stagione, nell’estate 2020, viene messo a capo della selezione Under-15 del Monza, che guida per un campionato di categoria, per poi diventare successivamente il tecnico della squadra Primavera. Qui Palladino dà la prima importante dimostrazione del suo potenziale: prende una squadra che arrivava dal terzultimo posto nella Primavera 2 (la Serie B di categoria) e al primo colpo chiude con 47 punti (più del doppio rispetto alla stagione precedente) e il quarto posto finale (a sole 3 lunghezze dal primo), sfiorando il sogno promozione che si ferma soltanto nella finale Play-Off (persa con il Parma per il peggior piazzamento in regular season).

La grande occasione

Questi notevoli risultati consentono a Palladino di ricevere la prima grande occasione della carriera, quando nel Settembre 2022 il Monza decide di assegnargli la panchina della prima squadra, subentrando all’esperto Giovanni Stroppa che era partito malissimo con appena 1 punto nelle prime 6 giornate. La situazione appare quasi disperata: un allenatore alla primissima esperienza nel calcio professionistico, in una squadra alla sua prima stagione in assoluto in Serie A, chiamato a debuttare in casa contro la Juventus allenata da Massimiliano Allegri, uno dei tecnici più vincenti e rispettati del nostro calcio. Ciononostante, il debutto è da assoluto predestinato: il Monza gioca una partita di maturità e organizzazione eccezionali, mettendo la Juventus più volte alle corde e vincendo anche il match per 1-0, ottenendo la sua prima vittoria contro la squadra con più Scudetti in Italia. La stagione continua sugli stessi standard del debutto, con un calcio veloce, dinamico e insidioso per le avversarie, chiudendo con una salvezza tranquillissima all’undicesimo posto con ben 52 punti.

Gli ottimi traguardi vengono replicati l’anno successivo, con un’altra stagione di metà classifica chiusa al dodicesimo posto, lanciando nel mentre giocatori come Di Gregorio, Colpani, Carlos Augusto e dando una seconda giovinezza a calciatori esperti come Izzo, D’Ambrosio e Gagliardini.

L’approdo nel calcio europeo

Dopo due stagioni straordinarie, Raffaele Palladino lascia il Club che lo ha lanciato per approdare alla Fiorentina, la sua prima sfida in una realtà storica come quella viola. Chiamato al difficile compito di raccogliere l’eredità di Vincenzo Italiano, il tecnico di Mugnano riesce a trovare il giusto mix tra continuità ed innovazione, ottenendo importanti traguardi anche in quel di Firenze: trasforma il bistrattato Moise Kean in uno dei migliori centravanti italiani del momento, dona a Rolando Mandragora una ribalta mai raggiunta prima, specie in fase realizzativa, fa rinascere Dodò e Gosens, e nonostante un’annata caratterizzata da difficoltà ed infortuni chiude in campionato al sesto posto con 65 punti (5 lunghezze dalla zona Champions), mentre al suo debutto nel calcio europeo guida la squadra fino alle semifinali di Conference League, perse contro una squadra sempre insidiosa come il Betis.

Terminata la stagione, prende la coraggiosa decisione di lasciare il Club a causa di divergenze con la società. Posto che, col senno del poi, le perplessità in merito alla progettualità societarie fossero condivisibili e per certi versi visionarie, la scelta di lasciare “i soldi sul tavolo” denota la dignità e la mentalità di un allenatore irriducibile: la base per lavorare bene è la fiducia reciproca, senza la quale non ci sono le condizioni per andare avanti.

La sua si rivela una scommessa ampiamente vinta, anche perché dopo qualche mese ai box arriva un’occasione enorme, dato che l’Atalanta sceglie proprio lui per sostituire Ivan Juric partito malissimo nella stagione 2025/26. L’approdo ai Nerazzurri è di enorme impatto: prende la squadra con 13 punti e un’anonima metà classifica, e nel giro di 15 giornate la porta in piena corsa per un piazzamento europeo, e attualmente a 6 punti dalla zona Champions. Proprio parlando di Champions, qui porta i bergamaschi ad un passo dalla qualificazione diretta agli ottavi, mentre ai Play-Off fa la storia eliminando in rimonta il sopracitato Borussia Dortmund, distruggendo per 4-1 una squadra che meno di due anni fa era in finale di Champions. In tutto questo, ha ridato un gioco bello da vedere all’Atalanta dopo mesi difficili, trovando la giusta amalgama tattica per Scamacca, Krstovic, Pasalic, De Keteleare e il ritrovato Samardzic, che prima del suo arrivo sembrava completamente disperso.

Un allenatore capace di dare gioco e di gestire ottimamente qualsiasi gruppo, la sua mano si vede non solo quando arriva in un Club, ma soprattutto quando va via: il Monza e la Fiorentina hanno affrontato stagioni difficilissime dopo il suo addio, la prima retrocedendo mestamente all’ultimo posto, mentre la seconda come sappiamo sta lottando per evitare il medesimo epilogo, segno di quanto il lavoro di Palladino incida per tirare fuori il massimo da ogni situazione. Un tecnico che con umiltà si è formato un passo alla volta, guadagnandosi la stima di tutti gli addetti ai lavori per la preparazione e l’equilibrio costante delle sue dichiarazioni, sembra avere tutti i mezzi per una carriera di grandi successi, e l’Atalanta comprensibilmente si tiene stretto il caposaldo del nuovo e ambizioso ciclo, forse l’unico in grado di portare avanti la pesantissima eredità lasciata da Gasperini e, chissà, magari anche di completarne l’opera.

fonte foto: pagina Facebook ufficiale Atalanta Bergamasca Calcio