Il punto su Napoli-Lecce e una fame mai scomparsa: il ritorno di re Kevin, il cambio angolazione e un Conte recordman

Non è la prima volta che il Napoli perde in brillantezza, e non è la prima volta che ne esce con la qualità della squadra e dei singoli. L’avvio del confronto tra gli azzurri e il Lecce allenato da Di Francesco non comincia sotto una buona stella, e la rete di Siebert che salta indisturbato in area di rigore gela nei primi minuti il Maradona. I salentini non hanno nulla da perdere, si giocano le proprie carte e le sgasate di Pierotti riescono a trovare con troppa facilità Banda sulla sinistra. E l’esterno quando punta la difesa avversaria rischia di diventare sempre un’insidia. Con Antonio Conte che non rischia i big, dall’inizio fatta eccezione per un Anguissa che ha ancora da trovare la giusta condizione fisica, gli azzurri restano inconcludenti e non riescono a riacciuffare il pari prima della fine dei quarantacinque di gioco iniziali.

Lo spetto di gare come contro il Verona e il Parma aleggia sul terreno di gioco, ma stavolta Conte può assicurarsi di voltarsi in panchina e ritrovare insieme sia Scott McTominay che Kevin De Bruyne, oltre a Romelu Lukaku che gradualmente continua a tornare in condizione. E quando i due talenti ex Premier calcano il Maradona, tra l’ovazione di tifosi che li hanno apprezzati insieme troppo poco tempo, la gara è destinata a cambiare. Gilmour verticalizza e gestisce bene già nel primo atto della sfida, ma conclusione di Politano a parte (con annessa illusione del gol) è troppo poco per rimettere in piedi la gara impensierendo Falcone. Ma quando nella ripresa Gallo sbaglia in copertura sull’ex Inter e Sassuolo, oramai da considerarsi un veterano azzurro, diventa facile servire Hojlund permettendogli la decima rete stagionale e la doppia cifra.

Con Lobotka ancora ai box Conte si gode la riscoperta del talento di Gilmour, che riesce sempre a superare verticalizzando la seconda linea di pressione. È sulla trequarti, infatti, che agiscono sia De Bruyne che McTominay – era forse questa l’idea iniziale dei Fab4, con una resa diversa da come ci si aspettasse: un doppio ricevitore a verticalizzare e poi la fantasia. Quando l’ex City prende palla è capace di inventare la qualunque, di sovrapporsi per scaricare a rimorchio o attirare uomini per liberare Alisson con i tempi giusti. E se è vero che il ritorno al gol di Matteo Politano nasce da un calcio d’angolo, approfittando di una deviazione malandata, è anche vero che contro il Lecce è facile per De Bruyne primeggiare e prendersi la scena. Quando gli azzurri arrivano sulla trequarti con facilità emerge tutta la qualità e il rimpianto degli ultimi mesi, quelli in cui Conte è stato costretto a privarsi di schierare insieme due pezzi da novanta, alle spalle di un attaccante come Hojlund che assicura pericolosità e rendimento.

Diverse angolazioni, nuove prospettive. Non solo la consapevolezza di quanto abbiano pesato le assenze di un gigante come De Bruyne, ma anche la manifestazione di quanto Conte sia stato capace di ricostruire un nuovo abito, mettere in luce – sì, forse per forza di cose ma sarebbe stato difficile in alternativa – talenti come quello di Antonio Vergara. E nonostante tutto non solo il Napoli è perfettamente in rotta con la Champions – l’uscita quest’anno resta discutibile, così come discutibile e sfortunata quella con il Como in Coppa Italia -, ma il tecnico leccese ha solo due punti di differenza rispetto all’anno scorso, all’altezza della 29ª giornata di serie A. Un dato non da poco, che testimonia da un lato quanto la quota scudetto rischi di abbassarsi, ma dall’altro la certezza che la qualità, in una stagione falcidiata dagli infortuni, resta fuori di discussione e dubbi.

E se questo non dovesse bastare allora si passi alle statistiche e ai numeri che, al di là dell’apprezzare o meno il gioco di Conte, non mentono mai. La matematica d’altronde non è un’opinione e a volte vale la pena essere più pragmatici. Con il successo ottenuto contro il Lecce, Antonio Conte raggiunge quota 600 punti in carriera – 270 panchine e 180 vittorie, con una media punti di 2.22 a partita, la più alta nella storia della serie A. L’undicesimo a raggiungere quota 600 punti, e al dodicesimo c’è Maurizio Sarri. E non è tutto, perché Conte e il Napoli hanno anche il merito di aver reso il Maradona un fortino inespugnabile: è infatti dal 29 dicembre 2024 che gli azzurri non perdono tra le mura amiche, una striscia di 25 gare interne consecutive in cui si è sempre fatto bottino – attualmente la striscia più lunga nei top cinque campionati europei. E, se non bastasse ancora: le 14 gare consecutive in campionato senza subire sconfitte in casa hanno permesso di eguagliare il record storico che apparteneva al Napoli di Sarri, annata 2015/2016.

Un Conte da record. Ciò non toglie che, com’è giusto che sia, non resti esente da critiche. Ma vedere un Napoli a -9 dalla vetta, ad un solo punto dal Milan e con uno scontro diretto all’orizzonte e la possibilità di guadagnare ancora terreno sull’Inter, forse è abbastanza per avere (ancora) prova della fame del tecnico salentino. Uno scudetto e una Supercoppa nell’arco del solo anno solare 2025 – qualcosa che non si vedeva dai tempi di Maradona – e la caparbia insistente di chi non vuole mollare la presa fin quando a deciderlo non sarà la matematica. Poi, a fine anno, De Laurentiis e Conte ragioneranno sul da farsi, con l’ex Juve, Inter e Chelsea che ha aperto spiragli a dare prosieguo ad un progetto che ha infiammato di nuovo la piazza dopo l’addio di Spalletti e la parentesi targata Garcìa-Mazzarri-Calzona.

Si guarda Napoli-Lecce, con alle spalle il dolce ricordo di quando Cavani fece tremare l’allora San Paolo al 94′, e si ripensa con amarezza a qualche punto di troppo perso per strada. A qualche scelta arbitrale discutibile che ha negato al Napoli qualche punto in più, almeno considerando Verona ed Atalanta, e si rischia di inciampare nella retorica del what if. Ma non è tempo di guardarsi le spalle, specie se ci sono ancora 27 punti in palio. Fin quando c’è vita c’è speranza, fin quando c’è la matematica il Napoli sarà lì a lottare, in primis per agguantare con decisione la Champions; e poi per provare, come spesso detto da Conte, a dare fastidio. E, considerando i rientri di De Bruyne e McTominay, questo Napoli può tornare non solo a spaventare e a mettere pressione, ma anche a divertirsi con qualità per congelare l’Europa che conta e, chissà, cominciare a riprogrammare con anticipo la nuova stagione. Gli azzurri la spuntano anche col Lecce, con la qualità e non senza qualche brivido di troppo. Ma se sono bastati quarantacinque minuti a cambiare le sorti in campo, due giganti che stanno trascinando gli azzurri e non tutto il potenziale espresso, vedere un Napoli al completo sarebbe doveroso e giusto. Per chiudere in bellezza un’annata più storta, per godersi re Kevin e stare a guardare cosa accadrà ai piani alti. Perché la fame, anche in mezzo agli infortuni che hanno decimato le possibilità di Conte, non è mai mancata. Anzi, ancor di più adesso, il fiato sul collo torna a farsi sentire più sinistro per le avversarie.

Foto: profilo ufficiale Instagram Kevin De Bruyne