Lorenzo Insigne ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport. L’ex capitano del Napoli è tornato sulla sua esperienza in azzurro ed ha anche raccontato della possibilità poi svanita di un suo ritorno nel mese di gennaio.
Ecco le dichiarazioni da lui rilasciate:
Ti ha sorpreso l’interesse di squadre di Serie A nonostante non avessi giocato per diversi mesi? Il Napoli ti ha chiamato?
“Se è per questo, qualche telefonata è arrivata pure dall’estero, ma i miei interlocutori erano preoccupati del fatto che da giugno a gennaio io mi fossi allenato da solo. Ho sempre detto che, col mio fisico, mi sarebbero bastati 15-20 giorni per tornare in forma, ma loro volevano un giocatore già pronto. A Napoli sarei tornato a piedi. Mi hanno contattato un paio di settimane prima di firmare per il Pescara, non ci dormivo la notte. Pur di vestire di nuovo quella maglia mi ero proposto al minimo dello stipendio, 1.500 euro al mese. ‘Se poi dimostro di star bene, rinnovo. Sennò smetto, ma con la squadra del mio cuore’, pensavo. Non ci sono rimasto male perché le scelte altrui vanno rispettate. E poi, dopo Napoli nel mio cuore c’è Pescara”.
Sei andato via quattro anni fa e il Napoli è diventato due volte campione d’Italia. Quante volte ti sei mangiato i gomiti?
“Non mi sono mangiato niente. Io sono un tifoso del Napoli e mi fa solo piacere che abbia conquistato due scudetti. A me resta il rammarico di non aver vinto nell’anno dei 91 punti, ma in fondo con il Napoli ho trionfato ogni giorno: da napoletano, giocare in quello stadio, con quella maglia e con la fascia da capitano è una vittoria”.
Quanto ti ha pesato la pressione dei tifosi, dell’ambiente, il non essere considerato, alla lunga, un vincente?
“Ha pesato tanto. Andavo in campo con una responsabilità difficile da sopportare. Da giovane ho fatto qualche cavolata, ho litigato coi tifosi. Oggi me ne pento e dico che non lo farei più, perché ho capito che le critiche, anche le più dure, erano fatte per spronarmi. Sai il problema qual è? Che la gente non mi ha capito abbastanza, un po’ anche per colpa mia. Sono uno simpatico, mi piace scherzare. All’inizio però resto sulle mie, diffidente, tengo le distanze perché non puoi mai sapere se, chi ti avvicina, lo fa con qualche secondo fine. E così sono passato per presuntuoso. Ma io tengo troppo alla maglia del Napoli, e la cosa che mi fa rabbia è che non sono riuscito a dare tutto quello che avrei voluto. Non sono riuscito a farmi capire. Quando a gennaio il club mi ha chiamato, avevo le lacrime agli occhi. ‘Che fai, piangi?’, dice mia moglie. ‘Sì’, rispondo. ‘Piango perché io amo il Napoli’”.
Che cosa vorresti dire oggi ai tifosi?
“Che con il Napoli non è stato calcio. È stato amore. E l’amore non si pesa”.
Rifaresti la scelta di andar via? Ed è stata una scelta più tua o del club?
“Dopo 12 anni non avevo più energie fisiche e mentali. Separarsi è stata una cosa voluta da entrambe le parti, senza colpe da attribuire a una o all’altra. È stata una scelta che andava presa. Certo non mi aspettavo di finire in Canada”.
I tuoi allenatori: Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso e Spalletti. Chi ti ha dato di più?
“Con Sarri ho espresso il mio miglior calcio al Napoli. Mi è piaciuto tanto l’approccio e il rapporto che ho avuto con mister Gattuso perché è una persona di cuore, diretta”.
I tre compagni del Napoli che porteresti con te in qualsiasi squadra.
“Hamsik, Koulibaly e Mertens”.
Sei andato via quattro anni fa e il Napoli è diventato due volte campione d’Italia. Quante volte ti sei mangiato i gomiti?
“Non mi sono mangiato niente. Io sono un tifoso del Napoli e mi fa solo piacere che abbia conquistato due scudetti. A me resta il rammarico di non aver vinto nell’anno dei 91 punti, ma in fondo con il Napoli ho trionfato ogni giorno: da napoletano, giocare in quello stadio, con quella maglia e con la fascia da capitano è una vittoria”.
Quanto ti ha pesato la pressione dei tifosi, dell’ambiente, il non essere considerato, alla lunga, un vincente?
“Ha pesato tanto. Andavo in campo con una responsabilità difficile da sopportare. Da giovane ho fatto qualche cavolata, ho litigato coi tifosi. Oggi me ne pento e dico che non lo farei più, perché ho capito che le critiche, anche le più dure, erano fatte per spronarmi. Sai il problema qual è? Che la gente non mi ha capito abbastanza, un po’ anche per colpa mia. Sono uno simpatico, mi piace scherzare. All’inizio però resto sulle mie, diffidente, tengo le distanze perché non puoi mai sapere se, chi ti avvicina, lo fa con qualche secondo fine. E così sono passato per presuntuoso. Ma io tengo troppo alla maglia del Napoli, e la cosa che mi fa rabbia è che non sono riuscito a dare tutto quello che avrei voluto. Non sono riuscito a farmi capire. Quando a gennaio il club mi ha chiamato, avevo le lacrime agli occhi. ‘Che fai, piangi?’, dice mia moglie. ‘Sì’, rispondo. ‘Piango perché io amo il Napoli“.
Che cosa vorresti dire oggi ai tifosi?
“Che con il Napoli non è stato calcio. È stato amore. E l’amore non si pesa”.
Rifaresti la scelta di andar via? Ed è stata una scelta più tua o del club?
“Dopo 12 anni non avevo più energie fisiche e mentali. Separarsi è stata una cosa voluta da entrambe le parti, senza colpe da attribuire a una o all’altra. È stata una scelta che andava presa. Certo non mi aspettavo di finire in Canada”.
I tuoi allenatori: Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso e Spalletti. Chi ti ha dato di più?
“Con Sarri ho espresso il mio miglior calcio al Napoli. Mi è piaciuto tanto l’approccio e il rapporto che ho avuto con mister Gattuso perché è una persona di cuore, diretta”.
I tre compagni del Napoli che porteresti con te in qualsiasi squadra.
“Hamsik, Koulibaly e Mertens”.
Il tuo manifesto è il cross sul secondo palo per Callejon che fa gol?
“Anche al Pescara, quando qualcuno crossa sul secondo palo, il mister esclama: ‘Insigne per Callejon!’. Non è mai stata una cosa preparata, codificata. Io sapevo che lui era là e lui sapeva che io, quando rientravo da sinistra verso il centro, gliela mettevo sulla testa o sul piede”.
