A te che sei la vita che volevo
Perché la vita è il sogno che farai
L’ha sempre voluta una vita così, Gennaro Gattuso da Corigliano Calabro, una vita al limite, senza mai fare zero a zero. Tanti onori ma anche tanti oneri, tra l’abisso e la gloria tra campo e panchine in contesti da “trincea”.
La storia da allenatore di Rino Gattuso è la storia di un uomo sul filo dell’esaurimento ma mai sopraffatto dagli eventi, a cui vengono affidati progetti sull’orlo del fallimento, in stile “Cucine da Incubo” di Antonino Cannavacciuolo. È stato così fin dall’esperienza in Serie B col Palermo di Zamparini nel 2013-2014; con il “suo” Milan nel 2017, alla guida di una squadra con calciatori ammassati come figurine alla rinfusa in una delle sessioni di calciomercato più controverse e fallimentari della recente storia rossonera. A Napoli, quando nel 2019 ebbe l’arduo compito di far tornare la credibilità in uno spogliatoio reo del famoso ammutinamento verso Carlo Ancelotti. Nella stagione 2022-2023 è, per soli sette mesi, al timone del Valencia nel pieno della scellerata gestione del patron singaporese Peter Lim, tutt’ora in corso. Nella stagione scorsa, all’Hajduk Spalato, resta fino alla fine alla guida del gruppo chiudendo al terzo posto dopo aver accarezzato sogni scudetto, nonostante problemi strutturali nel club, ritardi degli stipendi e un fuggi fuggi generale in dirigenza.
Infine, è lui il prescelto per Coverciano, dopo l’esperienza Spalletti, per invertire il trend negativo della nazionale italiana, reduce dall’inizio shock delle qualificazioni ai Mondiali (3-0 dalla Norvegia), con il trauma ancora vivo della mancata partecipazione a Qatar 2022 e quello fresco di Euro 2024.
A conferma del fatto che siamo nel mondo reale e non in un set televisivo allestito in una trattoria, quasi nessuna di queste avventure si è conclusa bene per il campione del mondo calabrese. L’unica nota dolce, forse, è rappresentata dalla Coppa Italia vinta con il Napoli nel 2020, al quale poi sono susseguiti i veleni della stagione 2020-2021 (mancata qualificazione in Champions e la sensazione di tanti ammutinamenti minori da parte di alcuni senatori in spogliatoio).
Dopo tanti inverni rigidi, martedì sera, alle 20:45, Rino Gattuso è atteso dall’appuntamento con la Primavera della sua vita da allenatore. Primavera a 77 km da Sarajevo: Bosnia-Italia, finale play off in programma allo stadio Bilino Polje di Zenica alle 20:45. Chi vince va ai Mondiali.

Sarà di nuovo “primavera” per l’Italia?
Gli azzurri tornerebbero ai mondiali dodici anni dopo la triste comparsata di Brasile 2014. Dopo la sconfitta per 1-0 contro l’Uruguay si invocava un cambio ai vertici della lega e quasi si scendeva in piazza inviperiti per un’eliminazione, la seconda di fila, ai gironi della fase finale dei Mondiali. Oggi, invece, firmeremmo per disputare anche solo tre partite ai mondiali di USA, Messico e Canada.
Cosa è cambiato da allora? Poco? Tanto? ad ogni modo nulla è cambiato in meglio: due presidenti federali (dopo Abete ci sono stati, infatti, Tavecchio e Gravina), cinque commissari tecnici (Conte, Ventura, Mancini, Spalletti, Gattuso e un trascurabilissimo Di Biagio ad interim tra Ventura e Mancini, quindi 5), due mancate qualificazioni ai mondiali di Russia 2018 e Qatar 2022, parse come fulmini a ciel sereno ma in realtà perfettamente spiegabili. Come? beh innanzitutto perché tanti, troppi, sono stati e sono i calciatori convocati ma inadeguati alla causa e una mancanza di alternative valide; una nuova consapevolezza di essere inferiori a buona parte dei movimenti calcistici europei e non solo.
In mezzo, tra i due scivoloni ai play off – contro Svezia, prima, e Macedonia del Nord poi –, un Europeo vinto e una via nuova che sembrava tracciata, solo che la voce era di un uomo solo, Roberto Mancini, e attorno c’era il deserto. Sabbia, polvere, sporco: tutto quello che quella splendida vittoria nascose invano sotto il tappeto. Euro 2021 è e sarà sempre un ricordo indimenticabile ma il peccato originale di tutto il sistema calcio è non aver costruito su quella vittoria.

Nuova vecchia Italia. Perché?
Andare ai mondiali sembra scontato, ai nastri di partenza, specie per chi in quasi 100 anni ne ha vinti 4, ma la realtà è che, dopo tutto quello che è successo, qualificarsi sarebbe una novità. La vecchia Italia è quella che ogni quattro anni dava appuntamento alle decine di milioni di tifosi davanti al televisore e li faceva sognare, gli rendeva quelle estati memorabili con il pretesto del pallone. La vecchia Italia era quella di Buffon, di Gattuso, di Bonucci, volti in giacca e cravatta di questo nuovo corso tecnico, che stanno provando ad accompagnare i calciatori in questo periodo delicato. I primi due sono stati gli eroi di Berlino del 2006, Leo invece ci ha fatto gridare a squarciagola l’11 luglio di 5 anni fa, in quella notte di Wembley con il suo gol a Pickford e quel “Ne dovete mangiare di pastasciutta” all’indirizzo degli inglesi, padroni di casa di quella finale e sconfitti ai rigori dagli azzurri.

Capitolo Gattuso: Bosnia-Italia è la madre di tutte le partite. Però ce n’è un’altra, sempre in maglia azzurra
Il nostro CT, ex allenatore del Napoli, è alla partita più importante della sua carriera. Prima di martedì, il climax della sua già ultradecennale vita da allenatore lo aveva raggiunto in una strana notte del giugno 2020, in uno stadio Olimpico vuoto a causa del Covid, alla guida del Napoli. Quella sera, con un’altra maglia azzurra, Ringhio conquistò la Coppa Italia, in finale proprio contro la Juve di Bonucci e Buffon che quella sera erano in campo, titolari, insieme al mostro sacro di Cristiano Ronaldo.
Gattuso non è mai stato un fine comunicatore (alla Guardiola, Allegri o alla Ancelotti), capace di portare dalla sua la stampa. Non è mai stato un fine artigiano della tattica e non ha mai avuto gruppi collaudati con società unite negli intenti. La nazionale italiana, tuttavia, è diversa dai club: non va fatto mercato, non va impostato un lavoro di campo quotidiano e non è prioritario impostare una tattica o organizzare una preparazione atletica per affrontare quaranta partite in nove mesi. La nazionale italiana è istinto, occhio, cuore, anima, empatia. Gattuso, in questi mesi da CT, ha allenato prima se stesso, limitatamente a questi valori, e poi li ha messi a disposizione dei suoi ragazzi. Li ha aspettati, li ha coccolati, li ha raggiunti, talvolta all’estero, per ascoltarli, parlargli, offrirgli la cena e, quando necessario, gli ha intasato anche la casella dei messaggi e il registro delle chiamate, come fa un padre quando un figlio fa un po’ più tardi il sabato notte. Non ce ne voglia Sergej Barbarez, 54enne CT della Bosnia – che siamo sicuri essere una persona meravigliosa –, ma ad oggi non c’è nessuno che meriterebbe di andare ai Mondiali come il nostro Ringhio nazionale. Lui, che è di per sé un approdo umano, di valori sinceri.
Piccola parentesi sul contesto sportivo italiano attuale. Un rinascimento sportivo ma a 359°
Oggi l’Italia sta vivendo, senza voler esagerare troppo, un rinascimento sportivo: 40 medaglie a Parigi 2024 (12 ori) e 30 ai Giochi invernali (10 ori), numeri che certificano una crescita solida e trasversale. Solo gli Stati Uniti riescono a mantenere lo stesso livello in entrambe le edizioni. Nel totale combinato, l’Italia si conferma tra le grandi potenze mondiali.
Oltre alle glorie olimpiche c’è la stella di Jannik Sinner, ci sono le due nazionali iridate di Pallavolo, l’astro nascente di Kimi Antonelli in F1 e gli echi delle imprese di Marcell Jacobs (oro nei 100m a Tokyo 2021) e Jimbo Tamberi (oro nel salto in alto maschile nella stessa olimpiade) sono ancora vivi nelle nostre menti. Sarebbe un peccato se l’Italia del calcio (pur sempre sport nazionale) perseverasse nel suo psicodramma e non cominciasse, quantomeno, un percorso per provare ad allinearsi con le altre discipline.
Fonte foto: figc.it; pagina ufficiale X Nazionale Italiana
