Il calcio del Gattopardo, l’ultimo tango di Leo Messi e quei soliti volti “rassicuranti”: Mou, Max e Malagò portano indietro le lancette del tempo

Forse è soltanto una sensazione. Forse è soltanto il frutto di una serie di coincidenze, di scelte apparentemente scollegate tra loro. Forse il calcio, dove è più facile avere coraggio che in altri ambiti, sta semplicemente riscoprendo il piacere di guardarsi alle spalle. Una sorta di restaurazione calcistica. Le lancette che girano al contrario, i volti già visti che tornano al potere, le idee conosciute che prendono il posto di quelle nuove. Perché cambiare, in fondo, è faticoso ad ogni latitudine. E allora meglio affidarsi alle certezze del passato, ai nomi che conosciamo, ai vecchi santoni, ai vecchi equilibri. Meglio una garanzia, vera o presunta, che il rischio di provare qualcosa di nuovo e schiantarsi sul biasimo morale della gente, anche quella che non ha titoli o qualifiche per giudicare.

Messi e l’ultima corsa verso il futuro

Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, dopo 21 anni di camiseta albiceleste, anche l’ultimo grande viaggio è arrivato al capolinea. Al Monumental, contro il Benin, Lionel Messi ha salutato la nazionale argentina con un gol e due assist, chiudendo la sua storia con la Selección a 208 presenze e 126 gol. Ma soprattutto chiudendo un’epoca.

Ed è proprio guardando Messi che viene da chiedersi quanto sia strano il rapporto che il calcio ha con il tempo.

Perché c’è stato un momento in cui sembrava che anche lui fosse finito nel tritacarne di una nazionale che aveva smarrito la propria essenza vincente. Dopo Maradona, l’Argentina aveva conosciuto l’angoscia di non essere più quella squadra capace di mettere paura al mondo. Il fallimento del Mondiale del 2002, le sconfitte nelle varie Coppe America, le finali perse, il Mondiale del 2010 terminato con il tracollo contro la Germania, la gestione dei CT Maradona e Sampaoli, il disordine, le aspettative mostruose, il confronto continuo con il Dios del passato. E in mezzo c’era Messi che per anni è sembrato quasi condannato a dover dimostrare qualcosa che non avrebbe mai potuto dimostrare: di essere Diego.
Poi, semplicemente, ha smesso di provarci. Ha preso per mano l’Argentina e l’ha accompagnata nel futuro. Dal 2021 in poi è cambiato tutto: la Copa América conquistata al Maracanã, la Finalissima del 2022, il Mondiale in Qatar vinto, la Copa América 2024 e poi la cavalcata del 2026, quando l’Albiceleste è arrivata ancora una volta fino alla finale mondiale. L’ultimo passo, quello verso la conferma del titolo, è mancato soltanto contro la Spagna, capace di vincere 1-0 ai supplementari a New York.

E in quel viaggio non c’era soltanto Messi. C’erano De Paul, Dibu Martínez, Julián Álvarez, Lautaro, Mac Allister, una generazione cresciuta insieme a lui e capace di trasformare finalmente una squadra che sembrava dipendere da un solo uomo in una squadra che aveva imparato a vincere. E, soprattutto, c’eravamo anche noi a toccare il cielo con un dito insieme a loro.

Adesso però Messi non c’è più. E forse, proprio mentre una leggenda lascia spazio al futuro, il calcio decide di fare il percorso inverso.

Capitolo FIGC – Tutto deve cambiare perché nulla cambi

In Italia, del resto, la restaurazione ha assunto forme persino più raffinate. Il 6 ottobre è arrivata la decisione del CONI: commissariamento della FIGC e Giovanni Malagò indicato come commissario della Federazione, con nuove elezioni da celebrare entro il 31 gennaio 2027.

Il presidente del CONI, Luciano Buonfiglio, succeduto proprio a Malagò alla guida dello sport italiano, commissaria la FIGC presieduta da Malagò e, per commissariare la FIGC, sceglie come commissario… Malagò. Tutto ciò è talmente italiano e “burocratese” che quasi non dovremmo stupirci. Il problema, infatti, nasce da un cavillo regolamentare legato al tesseramento di Malagò al momento della candidatura e dell’elezione alla presidenza federale. E la soluzione individuata è quella di lasciare proprio Malagò alla guida della macchina, nel frattempo, fino a quando il quadro non sarà nuovamente sistemato.

Tutto deve cambiare perché nulla cambi. Una frase che, dalle pagine del Gattopardo, sembra essersi trasferita direttamente nei palazzi dello sport italiano. E qui la restaurazione diventa quasi una filosofia di governo. È il vecchio calcio che si protegge dal nuovo. E non è nemmeno necessario andare troppo lontano: sono ancora freschi i tempi estivi nei quali il potente e fortunato ex presidente del CONI aveva prima giochicchiato e poi liquidato ciò che rappresentava il nuovo che avanzava nella struttura della Nazionale, da Maldini e Leonardo fino alla scelta di Roberto Mancini e di Claudio Ranieri. Il tecnico di Jesi, ex Inter e Manchester City ritorna alla guida della nazionale dopo la fuga nell’agosto 2023 per inseguire i danari arabi chissà se più o meno puliti di quelli che avrebbe intascato il mai CT Andrea Pirlo per aver sottoscritto un accordo di sponsorizzazione con un’agenzia di scommesse russa. Ma questa è un’altra storia.

Il Real Madrid e il ritorno al futuro

Se l’Italia ha il suo piccolo laboratorio della restaurazione, il Real Madrid ha deciso di costruirne uno direttamente al Bernabéu.
Nel maggio 2025 Carlo Ancelotti saluta Madrid e lascia spazio a Xabi Alonso, l’ex metronomo blanco, l’uomo nuovo, il tecnico giovane, l’allenatore che avrebbe dovuto rappresentare una nuova idea di calcio. Una scelta che aveva perfettamente senso: una leggenda del club, diventata allenatore, con una visione moderna e un curriculum che sembrava destinato a crescere ancora. Poi, però, il nuovo ha avuto bisogno di tempo e al Real Madrid il tempo di crescere non c’è: devi già essere grande. È così che, a gennaio 2026 Xabi Alonso lascia il Real Madrid e Florentino Pérez comincia a guardare nello specchietto retrovisore e a cercare José Mourinho. Di nuovo.

Il vecchio lupo di mare buono per ogni latitudine: Manchester United, Tottenham, Fenerbahçe, Roma e ancora Madrid. Il tecnico che la stessa piazza madridista aveva ripudiato nel 2013, dopo tre eliminazioni consecutive in semifinale di Champions League e dopo un rapporto ormai logoro con i senatori dello spogliatoio. Tredici anni dopo, rieccolo. Le lancette sono tornate indietro. Il problema è che il calcio, nel frattempo, è andato avanti.
E così il Real si ritrova a riproporre un’idea calcistica che sembra appartenere a un’altra epoca. Un calcio più prudente, più verticale, meno avvolgente, spesso incapace di produrre quella superiorità offensiva che dovrebbe appartenere a una squadra costruita per dominare, soprattutto in virtù di un mercato estivo di 200 milioni e passa. Questo Real rischia di non avere né il coraggio del calcio moderno né la solidità del calcio antico, mentre il Barcellona continua a rappresentare, almeno per filosofia e cultura calcistica, l’antidoto più naturale a qualsiasi tentativo di restaurazione, il Real sembra cercare nel passato le risposte alle domande del presente.

Mourinho, intanto, continua a garantire una cosa che non ha mai smesso di garantire: lo spettacolo. In conferenza stampa: le responsabilità sono sempre altrove, negli arbitri, i giocatori inadeguati, il calendario, la sfortuna, gli avversari, il destino. Del resto, la colpa è degli altri. Sì, soprattutto di chi continua a stipulare contratti con lui per farlo allenare.

E poi c’è Napoli, dove la restaurazione diventa religione

Se però vogliamo parlare di un calcio antico fatto di ponti levatoi che si alzano e si abbassano, di pece bollente, cilicio e di una fede in un Dio che, quando non è oppressivo, può anche essere misericordioso in qualche episodio fausto, allora non possiamo che parlare di Massimiliano Allegri. E quindi di Napoli.

Qui la storia diventa persino più curiosa. Lo scorso 23 settembre, il presidente del Besiktas Serdal Adalı ha raccontato all’emittente A Spor il retroscena della trattativa che avrebbe potuto portare Vincenzo Italiano al Napoli. Quando il club turco contattò l’entourage dell’allenatore, Italiano non aveva ancora risolto il proprio rapporto con il Bologna e avrebbe riferito che era in corso una trattativa con il Napoli. Poi qualcosa si inceppò, il Besiktas accelerò e Italiano finì in Turchia.

Secondo questo racconto, dunque, il Napoli sarebbe stato davvero a un passo da Italiano: un allenatore giovane che, da Trapani in poi, in Serie B, ha costruito una carriera senza mai davvero sbagliare una stagione. Uno che ha salvato lo Spezia nel 2021, preso una Fiorentina che faticava perfino a stare lontana dalla zona retrocessione e l’ha portata per tre anni consecutivi in Europa, raggiungendo tre finali: due di Conference League e una di Coppa Italia. Quella stessa Coppa Italia che avrebbe poi conquistato con il Bologna nel 2025, riportando un trofeo nella città emiliana dopo più di mezzo secolo. Certo, Italiano aveva un difetto. Osava: baricentro alto, pressione, possesso palla, squadra propositiva ma anche difesa spesso esposta, autostrada per gli avversari e qualche sconfitta cocente.
Poi, però, Italiano si è messo in discussione. Ha stretto le viti dietro senza rinunciare alla propria idea davanti. Ha imparato a perdere qualcosa in spettacolarità per guadagnare in equilibrio. Ha continuato a proporre calcio. Evidentemente non era abbastanza.  
Per De Laurentiis serviva di più: un nome ad effetto; un allenatore che conoscesse il mestiere, che sapesse gestire lo spogliatoio, che non avesse bisogno di troppe spiegazioni sul funzionamento dell’azienda. Un “aziendalista”, appunto, per usare la definizione con cui lo stesso presidente ha accolto Allegri dopo la deludente stagione al Milan e ha firmato con il Napoli fino al 2029.

Dopo due anni di Antonio Conte, dopo uno scudetto e un secondo posto, dopo uno spogliatoio che lo stesso Conte aveva descritto con immagini tutt’altro che rassicuranti, il Napoli ha deciso di affidarsi a un allenatore che, prima ancora di costruire un sistema di gioco, deve rimettere ordine e “ridare vita” alle umane genti. Per il calcio, eventualmente, citofonare più tardi.

Foto: SSC Napoli e figc.it