A Monza il Napoli torna a sorridere in campionato, conquistando tre punti e approfittando dei passi falsi di Juventus e Milan. Eppure, anche contro la squadra ben organizzata di Ivan Juric, c’è un prima e c’è un dopo. C’è un primo tempo in cui il Napoli, sebbene passi in vantaggio sulla traccia Di Lorenzo-Hojlund, evidenzia ancora tutti i limiti che si sono visti nelle prestazioni da inizio stagione. E c’è poi un secondo tempo in cui emerge tutta la qualità di un orchestrale De Bruyne, che sembra mettere ordine e organizzazione, decisive sia nell’affondare il Monza, sia nel rischiare il tanto quanto basta per scongiurare il rischio di una Venezia 2.0.
La prima nota positiva da evidenziare è il ritorno al gol di Hojlund, che sfrutta al massimo la verticalizzazione di Di Lorenzo, ricordando i tempi del Rasmus che veste la maglia dell’Atalanta. L’occasione sprecata di Politano getta nell’aria l’odore di chi è già stato punito, nelle precedenti uscite stagionali, dopo occasioni clamorose divorate dove c’è da far gol e basta. Le incertezze difensive a cui ormai il Napoli ha abituato, come in occasione della conclusione di Varela, scongiurata solo da un sontuoso Milinkovic-Savic. E se il Monza conclude 9 volte, di cui 4 nello specchi, il pari non può non essere nell’aria. Con una difesa corposa – evidente la linea a cinque per evitare quanto possibile le avanzate ben organizzate dei biancorossi -, Rafa Marin perde in marcatura Varela, che fa 8 reti in campionato. È un Napoli troppo passivo che, contrariamente a quanto s’è visto contro la Roma, fatica a far male ripartendo o gestendo bene le manovre in fase di possesso.
Nel calcio episodico di Max Allegri, il gol in apertura di ripresa di Politano è il miglior modo per indirizzare la gara, e non lasciarsi alle spalle dei rimpianti come capitato in altre sfide in cui gli azzurri hanno perso per strada punti importanti. La conclusione di Ondoa, su cui Milinkovic-Savic si impone ancora, dimostrando farsi trovar pronto all’occorrenza, è l’unico vero squillo di un Monza che capitola di fronte alla qualità del Napoli.
Nella ripresa gli azzurri abbassando, dal 41% al 30% il possesso palla dei padroni di casa, conquistandosi il pallino del gioco con decisione e qualità. Allegri pare abbia trovato la formula magica, e riesce ancor a far convivere insieme McTominay e De Bruyne, subentrato al 64′. Quando il belga è sul campo, il Napoli cambia volto. E col Napoli in vantaggio di due reti, grazie alla prima firma stagionale di Rafa Marin che riscatta l’errore in occasione del pari, l’ex City dispensa calcio e sicurezza. Gli bastano tre minuti per la firma del quattro a uno definitivo, sapendo già in anticipo lo spazio da attaccare per battere comodamente Tornqvist. E parte sì da dietro, ad orchestrare la prima manovra con i due centrali, gli esterni più alti e Di Lorenzo e Olivera a stringere in mezzo al campo. Un Napoli tutt’altro che difensivista, ma capace di produrre 10 conclusioni di cui 5 in porta, quasi doppiando le chance della prima frazione di gioco.
Un Napoli che, specie dalle partite nelle partite, sembra avere crisi di identità. Un cambio faccia che, se da un lato preoccupa per la fragilità difensiva che gli azzurri dimostrano – ben 11 reti subite e solo tre gare senza subir reti (Frosinone, Genoa e Bologna) -, dall’altro invece consolida la qualità sempre indiscussa di una rosa condizionata anche dagli infortuni. Ieri l’ennesimo, quello di Lobotka, che starà fuori fortunatamente “solo” un mese e mezzo. Ciò nonostante il Napoli sembra dare la sensazione di poter trovare finalmente il necessario equilibrio tra la fase offensiva e quella difensiva, che ha suscitato la sorpresa di chi continua a credere che Allegri sia solo un difensivista.
Non c’è dubbio sul fatto che Allegri chieda più attenzione in fase di non possesso, e che non ci possa aspettare un Napoli spumeggiante nel gioco. Tuttavia, l’allenatore toscano ha ragione quando dicono che c’è bisogno dei risultati, che il fine ultimo, al di là degli errori da limare, sia restare riguadagnare terreno. E questo, certamente, lo si può fare soltanto cavalcando l’onda di risultati positivi.
Tra incastri perfetti – vedi McTominay e De Buryne -, e crisi d’identità, il Napoli sembra essere per ora consapevole solo a metà delle proprie qualità. C’è certamente da sfoltire l’infermeria, che sembra ormai essere parte delle stagioni azzurre, per avere tutte le armi a propria disposizione.
Finora gli azzurri hanno dimostrato di essere più o meno quadrati anche contro le big, sfiorando successi che avrebbero dato a questo inizio di stagione tutt’altro sapore (Como, Inter e Roma su tutte). E dimostrando, al tempo stesso, di poter essere sul pezzo, comunque sempre in partita nonostante alcuni risultati abbiano deluso le aspettative. I passi falsi contro Fiorentina e Venezia restano lo spettro più grande che aleggia tra i calciatori, ma resta anche forte la sensazione che possa essere solo un momento di passaggio.
D’altronde, fame di Conte a parte, Napoli e il Napoli sono abituate a tutt’altra filosofia di calcio. Allegri, invece, non si smuove; e manda avanti la linea che di modi per vincere, nel calcio, ce ne siano di più. Sa di giocarsi tanto, e sa di giocarsi tanto nell’anno del Centenario. C’è ancora tempo prima di tirare le somme, e quello che sembrava un percorso sterrato può sempre diventare una strada meno dismessa. Perché, al di là di tutto, dietro c’è del lavoro. Malgrado gli errori commessi, le statistiche non mentono mai. Il Napoli soffre in difesa, ma produce anche tante palle gol. Coi dettagli da limare, il Napoli può finalmente trovare un’identità più chiara.
FOTO: SSC Napoli
