Marco Capparella, ex calciatore di Napoli, Avellino e Juve Stabia, è intervenuto alle ore 18.00 della scorsa domenica in diretta Instagram con la pagina Campanianelpallone.
Oltre a ripercorrere i momenti più importanti della sua carriera, il numero 7 rimasto nel cuore dei tifosi azzurri, ha raccontato agli ascoltatori alcuni aneddoti e alcuni particolari inediti.
Una menzione speciale merita il ricordo di Zeman. Capparella, infatti, ebbe l’opportunità di essere allenato dal boemo nella stagione 2003-2004, la prima dell’Avellino dopo il ritorno in serie B che mancava da 7 anni.
L’allenatore ex Pescara è noto per i suoi allenamenti piuttosto faticosi, a causa dei quali molti calciatori ne risentirono. “Zeman è stato un allenatore che mi hai insegnato tanto, ma il primo mese di ritiro l’ho odiato (ride, ndr). Ho cercato di andare via per il troppo carico di lavoro. Non si riusciva nemmeno a salire le scale.
Anche se il lavoro paga, in quel campionato segnai 11 reti. Nel girone d’andata segnai soltanto un gol: facevo difficoltà a seguire i tempi senza palla. Ero molto più bravo con la palla. Mi allenavo 3-4 ore a differenza di un calciatore normale che fa un’ora, massimo un’ora e un quarto.
Nel girone di ritorno, invece, noi giocavamo a memoria.” Il calciatore non ha poi mancato di sottolineare uno egli episodi più belli vissuti con la maglia biancoverde: il momento della promozione in serie B. “Erano 7 anni che l’Avellino non saliva in Serie B. Alle tre e mezza del mattino appena svoltata via Tripalda, abbiamo visto una piazza invasa da tifosi, con fumogeni e gente che ci aspettava, una cosa fantastica. Si creò un bel gruppo e un bello spogliatoio con tanti valori.”
Indimenticabile tappa della sua carriera fu, inevitabilmente, il momento della promozione in A del Napoli, nell’ultima gara a Marassi contro il Genoa di Gasperini (2006-07). “Lì è stata una promozione fantastica. Anche il clima prima della partita: il Genoa doveva vincere per forza, al Napoli bastava un pareggio. Grazie alla rete di Allegretti in Piacenza-Triestina, a dieci minuti dalla fine, anche al Genova bastava il pari. Prima della gara c’era un gemellaggio forte: si cantava Napoli e si cantava Genova. Uno scenario spaventoso. Dentro di me speravo non si rompesse il gemellaggio in quel giorno. Quella fu la partita più bella che giocò il Napoli: giocammo un calcio fantastico e ci fu anche una traversa di Sosa. Quando sono tornato a Napoli è stato uno scudetto. Facemmo le 6 di mattina e girammo Napoli. In quel Napoli ci furono anche scappottate, ma è giusto così perché ogni domenica bisognava vincere: c’era una grande famiglia.”
Del Capparella ex calciatore, infine, è giusto sottolineare i primi passi mossi nel settore calcistico con la passione per l’aspetto tecnico. “La vita dopo il ritiro è molto difficile. Diventa tutto un po’ complicato, ma 5 anni fa sono andato a fare uno stage con il Chievo Verona e mi hanno dato l’opportunità di aprire una scuola di tecnica. Ho cominciato a Venezia, l’ho portata in giro per l’Italia, anche in Svizzera e poi qui in Abruzzo. Vedremo quello che poi ci riserverà il futuro.”
“Dico che per fare il calciatore ci vuole 75% la testa, 10% l’abilità e il 15% il fattore C. Se ti capitano infortuni importanti diventa molto più complicato e molto più difficile. In un’età già avanzata diventa poi più difficile e più difficile recuperare. L’importante è aver dato l’apporto anche fuori il terreno di gioco. Vieni così ricordato come un buon calciatore e una grande persona”.
Le ultime parole, invece, sono una riflessione sulla sua carriera in cui, come ha sottolineato, è riuscito ad essere non solo un buon calciatore, ma anche una brava persona all’esterno del terreno di gioco, supportano i compagni quando ce ne fosse bisogno.
