Sono passati esattamente 40 anni da quel tragico 23 Novembre 1980, data in cui un terribile terremoto colpì Campania, Basilicata e Puglia (con epicentro nella zona irpina) con un bilancio totale di 2914 morti, 8848 feriti e 280000 sfollati, e più di 300000 abitazioni devastate. Pierpaolo Marino, che all’epoca era direttore generale dell’Avellino, ha vissuto in prima persona quell’esperienza e a PrimaTivvù racconta i suoi ricordi di quella tragedia: “Il terremoto l’ho vissuto a casa di Mario Piga, mi invitò a casa della sua famiglia per festeggiare la vittoria contro l’Ascoli. Eravamo a tavola ed è cominciato tutto. E’ stato terribile: all’inizio ebbi l’impressione che stesse passando un trattore in strada, poi la casa ha iniziato improvvisamente a tremare. Mario Piga ha preso il suo bambino e ci siamo precipitati per le scale, il portone di casa era chiuso per la mancanza di corrente elettrica. Abbiamo dovuto rompere il vetro a calci e pugni per uscire dal palazzo. Le scale si sgretolavano al nostro passaggio e Mario si ferì a un piede“.
“In Italia nessuno capì la portata del dramma, il Presidente della Figc Sorbillo che era nativo di Dentecane ci disse che avremmo potuto interrompere il nostro campionato per riprenderlo quando sarebbe stato opportuno. Sibilia invece mi disse: “Pierpaolo dobbiamo continuare, se ci fermiamo non riprendiamo più”. Avevamo anche una penalizzazione di cinque punti in classifica, che all’epoca equivaleva ai 10, 11 di oggi. Continuammo a giocare quindi, Sibilia mi disse che avendo i mezzi meccanici per scavare sotto le macerie si sarebbe dedicato a dare una mano. Io volevo la squadra in ritiro, il problema principale era rintracciare tutti i calciatori per comunicaglielo: mi venne allora l’idea dell’appello sul Corriere dello Sport,“I calciatori dell’Avellino sono pregati di recarsi alle ore 11 di mercoledì all’Hotel President di Montecatini”. La squadra divenne il traino per la ripresa della città, in quella forza di continuare a giocare si identificò tutto il popolo irpino. Avevamo una funzione sociale per le tante famiglie colpite. Gli insulti “terremotati” arrivavano sempre dal Centro-Nord Italia, una cosa becera e vergognosa, come se il terremoto fosse una macchia del popolo, un’accusa per una popolazione“
