Pillole di Calcio – Dal Sol levante di Ringhio alla Mezzaluna turca del Maestro. Il nuovo calcio europeo Made in Italy

Correva l’anno 2005, il mondo si fermava a piangere la scomparsa del papa Giovanni Paolo II, dopo ventisette anni di pontificato. Si fermava anche il calcio, per commemorare un uomo che aveva unito un mondo diviso da troppi anni, con gesti e parole semplici, universali, ancor prima che con la preghiera. Lo aveva fatto anche con il calcio, papa Wojtyla, lui che da giovane era stato portiere nell’MKS Cracovia, la squadra della sua città. Qualcuno narra che, addirittura, in una sera del maggio del 2005, a circa otto settimane dalla sua scomparsa – avvenuta il 2 aprile – il papa, divenuto poi santo, sia “sceso” a giocare l’ultima partita, schierato tra i pali del Liverpool, nella finale di Champions di Istanbul che i Reds di Rafa Benitez vinsero contro il Milan dopo essere andati sotto tre reti a zero nel primo tempo. Chiedere all’estremo difensore polacco Jerzy Dudek, che quella sera, allo stadio Olimpico Ataturk difendeva la porta degli Inglesi e a fine partita venne incoronato da tutti l’eroe di quella Champions per i due rigori parati durante la lotteria finale e almeno due interventi incomprensibili nei tempi supplementari su tiri a colpo sicuro di Shevchenko. Tuttavia il portiere – poi accasatosi al Real come secondo di Iker Casillas – ha sempre rigettato tutti quegli onori perché, semplicemente, a compiere quei miracoli (vedere per credere) non era stato lui, bensì “Juan Pablo Segundo” – come da lui stesso ha dichiarato anche in numerose interviste ai tempi del Madrid –, il connazionale santo padre al quale pensava prima di parare.

Spesso, anche nel Futbol, non ci resta che scomodare la mistica per spiegare eventi come quella finale di Istanbul del 2005. Cosa ci può essere di scientifico in uno “You never walk alone” o nella memoria di un papa che trascinano una squadra a rimontare e poi a battere uno dei migliori Milan della storia? Forse nulla o forse qualcosa. La risposta a questa domanda, tuttavia, potrebbe trovarla presto uno dei protagonisti di quel Milan e del calcio di quegli anni, ovvero Andrea Pirlo. Il Maestro di Flero, che tutto ha vinto nella sua carriera da calciatore, esportando la sua magia anche oltreoceano, ha, infatti, deciso di rimettersi in gioco come allenatore, dopo l’esperienza alla Juventus fatta di luci e ombre ma anche di una Supercoppa e una Coppa Italia portate in bacheca. Lo farà in Turchia, alla guida di una squadra modesta come il Karagumruk, il cui tifo è circoscritto ad un piccolo quartiere di Istanbul chiamato Vefa, che non dispone né di un centro sportivo né di uno stadio idoneo per la Serie A turca. L’ambiente ideale, insomma, per insegnare calcio, dove si può plasmare il caos di una non-cultura calcistica facendolo diventare un modello, lontano da quegli occhi e da quelle penne indiscrete troppo presenti nel corso della sua prima esperienza italiana di tecnico.
Andrea Pirlo è tornato. È tornato per lavorare, come sempre d’altronde e, in primis, su se stesso. Non è un caso, infatti, che lo abbia fatto proprio in quello stadio dove il 25 maggio del 2005 si consumò una delle pagine, calcisticamente, più drammatiche della sua carriera, anche a causa di un rigore da lui stesso fallito dopo i 120’ conclusisi in parità. Lo stadio Ataturk – che in italiano vuol dire “Padre dei Turchi” ed è un appellativo riferito a Mustafà Kemal, fondatore e primo presidente della Turchia dal 1923 al 1938 –  dista circa 25 km da Vefa e, in occasione delle partite del Karagumruk, è tendenzialmente deserto, a causa di un costante vento e, di conseguenza, della povertà di spettacolo offerto dalla squadra. Una squadra che parla italiano, almeno da un anno, con calciatori come Viviano, Biraschi e Borini, con quest’ultimo che è stato compagno di Pirlo in nazionale. Non solo, alla guida della squadra di Vefa, fino allo scorso dicembre, vi è stato un allenatore italiano, vale a dire il trentatreenne Francesco Farioli, ex preparatore dei portieri al Benevento durante la brillante gestione di Roberto De Zerbi. 

Anche l’attuale tecnico della Shaktar Donetsk, la cui stagione si è interrotta a causa dei ben noti motivi legati alla guerra, è molto corteggiato da tutt’Europa. In particolare in Turchia, e al Galatasaray che, stando a quanto scritto da Alfredo Pedullà lo scorso 11 giugno “darebbe carta bianca a De Zerbi per un mercato da protagonista e per una stagione in prima fila”. L’ex calciatore del Napoli, tuttavia, non ha ancora siglato nessun accordo, in attesa di capire quali saranno i reali orizzonti della sua squadra e di tutto il calcio ucraino.

Un altro calciatore che c’era, in quella notte turca del 25 maggio che consegnò la Coppa dei Campioni al Liverpool, è Gennaro Gattuso e non c’è bisogno di ricordare quale maglia indossasse quella sera. Vale la pena, invece, ricordare che dopo quella partita, il centrocampista azzurro si era quasi convinto di lasciare il Milan, travolto da un turbinio di emozioni contrastanti e dall’assenza di lucidità. È stato sempre molto lucido, Rino, nella rivincita di Atene contro i Reds due anni dopo, nel corso dei mondiali vinti dall’Italia nel 2006 e anche nella sua, ancora giovane, esperienza da allenatore. Lo è stato anche lo scorso giovedì quando, nel corso della conferenza stampa di presentazione come allenatore del Valencia, gli è stato, provocatoriamente, chiesto se si sentisse più un leone o un gattino. Nessuna risposta netta, anche perché avrebbe voluto dire fare il gioco di chi non sa, evidentemente, che il Ringhio è una naturale tendenza canina. La risposta di Gattuso, evidentemente, è stato solo un richiamo alla sfida da parte di chi, spesso vituperato in Italia alla guida di Milan e Napoli, ha scelto un contesto straniero per tornare a lavorare, divertendosi e divertendo, proprio come il suo calcio propone abitualmente. La piazza è quella delle grandi occasioni, ed è anche una delle più esigenti: il Valencia dalla florida tradizione, ultimamente si è trasformato in una macchina trita-allenatori, con l’ex Getafe Pepe Bordalas ultimo in ordine di tempo. Starà all’altrettanto vulcanico Ringhio Gattuso rigenerare un ambiente dove, da molto tempo, languono le emozioni in fatto di calcio.

In un Paese, come l’Italia, che vive di gioie fuggevoli e dubbi persistenti, una delle poche sicurezze, nel mondo del pallone, è rappresentata dalla bontà del nuovo corso tecnico e – ma questo non è totalmente un bene – dalla valorizzazione di quest’ultimo da parte dei campionati stranieri. A distanza di un anno ci si chiede come sia stato possibile che, in un mercato prevalentemente di allenatori come quello dell’estate ’21, nessun club italiano abbia affidato la propria panchina a Roberto De Zerbi o, magari, che non vi sia stato nessuno in grado di riportare in Italia un ottimo intenditore di calcio, nonché grande lavoratore, come il commissario tecnico dell’Ungheria Marco Rossi, bravo a valorizzare, tutt’ora, il nuovo corso di talenti Magiari. Ci si chiede come mai nessuno, in questi ultimi anni, abbia pensato concretamente al profilo di Domenico Tedesco, allenatore trentaseienne nato a Rossano Calabro, ma residente in Germania dall’età di due anni, e divenuto in pochi mesi il volto nuovo del calcio Red Bull, dopo aver guidato il Lipsia alle semifinali di Europa League, alla qualificazione alla prossima Champions e, soprattutto, alla conquista di una DFB Pokal, ossia la Coppa di Germania.
Tutto questo, senza considerare che Ancelotti e Conte, che in Italia hanno forgiato il loro credo tecnico e tattico, in questo momento, sembrano, paradossalmente, così lontani dal nostro movimento di club; loro che, due anni fa, sedevano, rispettivamente, sulle panchine di Napoli ed Inter. Il primo si è preso una rivincita piena alla guida del Real Madrid, rispetto alle esperienze con Napoli ed Everton, il secondo, invece, è entrato in corsa a guidare gli altri White del Tottenham e, per ora, ha lasciato tante ottime impressioni centrando l’obiettivo qualificazione in Champions. Al fianco di Conte, nelle sue esperienze con Chelsea ed Inter, vi era Paolo Vanoli che, nella stagione appena conclusa ha guidato lo Spartak Mosca alla conquista della Coppa di Russia, per poi abbandonare la panchina per motivi personali.
Da Carlo Ancelotti ai suoi pupilli Pirlo e Gattuso, passando per De Zerbi, Montella – anch’egli in Turchia, – Farioli, Alessio Lisci al Levante e tanti altri: questa è l’altra Italia del calcio, che lavora, che esporta un credo variegato ma che, nel frattempo, guarda e si radica altrove, senza neanche voltarsi troppo indietro.