Pillole di Calcio – Lo chiamavano “Pandemonio”. Goran Pandev dice addio al calcio. Il Triplete, il Napoli e quel conto aperto con la Juventus…

La stella di Verghina, o Sole di Verghina, rappresenta uno dei tratti culturali che più determinano come tali, alcuni popoli eurasiatici. È un simbolo che ritrae una stella a sedici raggi, risalente all’Età del Ferro e quindi a mille, se non addirittura milleduecento, anni prima della nascita di Cristo. È un simbolo religioso, nato dalla tendenza degli antichi di rappresentarsi il loro dio come un sole. Fu ritrovata, per la prima volta, 1977 durante alcuni scavi archeologici a Verghina, nella regione greca della Macedonia, oggi una nazione indipendente che, dal 2018, porta il nome di Macedonia del Nord, dopo un lungo contenzioso con i “cugini” greci che rivendicavano la paternità di molti fondamentali della cultura macedone, tra cui anche la famosa stella, stagliata sulla bandiera di stato, con qualche raggio in meno.
Ce ne sono state poche, di stelle, nell’universo macedone del calcio: ce n’erano zero in quella notte di Palermo dello scorso 24 marzo, in occasione della semifinale con l’Italia di quel gironcino per accedere ai prossimi Mondiali in Qatar. “Zero”, però, non è sempre sinonimo di “sconfitta in partenza” e lo sanno bene ambo le parti in causa di quella sera, con gli ospiti ellenici a far festa all’ultimo minuto e gli italiani che ancora si leccano le ferite per quel fallimento.

Tornando alle stelle macedoni, qualcuno ricorderà di sicuro Darko Pancev, un attaccante esploso a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, che vedeva la porta come pochi e che con i suoi gol ha portato, nel 1991, la Stella Rossa Belgrado a diventare il primo club balcanico a vincere la Champions League e poi la Coppa Intercontinentale. Tuttavia, quel “Cobra” – com’era stato soprannominato dalle sue parti – divenne “Ramarro” in Italia, e più precisamente all’Inter, vittima di quel frullatore di talenti – uno su tutti Bergkamp – che era diventata la Beneamata di fine era Pellegrini. Il suo problema, messo a nudo da un calcio italiano che all’epoca era una vera e propria All Stars League, era quello di andare a prendersi il pallone per giocarlo coi compagni. Piuttosto, preferiva ricevere e fare il resto, cosa in cui aveva dimostrato anche di eccellere. Proverbiali le sue massime rivolte ai tifosi interisti inviperiti, per rimanere in tema rettili: “Voi fischiate, io guido Ferrari. Voi fischiate ancora una volta, io guido seconda Ferrari!”.
Adesso, prendete Pancev, sostituite la C con un D, mettetelo nell’Inter versione “Età dell’Oro” del 2010 e avrete il calciatore macedone, più forte e vincente di sempre: Goran Pandev.

– Pronto, Goran, sono Josè Mourinho, come stai?
– Salve mister, molto bene grazie. Anche lei vedo che non se la passa poi così male.
– In effetti sono stato peggio. Dimmi un po’, come sta tua moglie?
– Ah, vedo che sa che mi sono sposato. Benissimo, aspettiamo un bambino. Dovrebbe nascere ad aprile.
– Meraviglioso. E dimmi, quella storia con i giudici?
– Guardi mister, tutto risolto. Proprio mezz’ora fa ho vinto la causa contro la Lazio e ora sono libero. Mi dispiace per la mia gente di Roma ma devo dire che oggi, per me, è finito un incubo.
– Sono molto contento. Non si tratta così un calciatore. L’ho detto già un anno fa: uno come te non si cede. A proposito, devi venire a giocare da noi, all’Inter!
– Mister, grazie ma, con tutto il rispetto, come faccio a giocare? Sono fuori rosa, sono sei mesi che non faccio una partita e, per di più, all’Inter ci sono attaccanti come Eto’o, Milito e Balotelli.
– Tu non ti preoccupare. Se stai bene fisicamente e meriti, giochi. Ti aspetto alla Pinetina.

È andata più o meno così la conversazione tra lo Special One Mourinho e Goran Pandev, quel 23 dicembre 2009. Non è la prima corrispondenza di amorosi sensi tra i due anzi, bisogna tornare indietro di circa un anno. È l’inverno del 2008 e, a un anno e mezzo dalla scadenza del contratto, il fantasista macedone della Lazio di Delio Rossi e il suo entourage cercano di avviare, col patron Lotito, le trattative per il rinnovo del contratto, trovando, però, la porta dell’ufficio del presidente sempre chiusa. Soluzioni? Due: la cessione o l’esclusione dalla squadra. È sulla prima che interviene Mourinho, allora al suo primo anno di Inter, confidando alla stampa che, fosse stato lui nel mondo Lazio, uno come Pandev non lo avrebbe mai venduto, ma chi meglio del portoghese, allora, per insinuarsi in questa insanabile frattura?
È così, dunque, che il 4 gennaio 2010, Pandev torna all’Inter, in quella squadra che lo aveva portato in Italia nel 2001 prelevandolo dal Belasica, la squadra della sua terra macedone.
Due giorni dopo Mourinho lo butta subito nella mischia, in un Chievo-Inter 0 a 1 che il macedone decide con un colpo di testa, anzi no. L’allora gol line technology umana dell’arbitro convalida come rete il tiro di Balotelli. Però è lesto il nuovo attaccante, per uno che non vede il campo da sei mesi. Giocherà titolare tutte le successive gare, Champions compresa, a parte qualche rara eccezione. Goran Pandev – inserito come ala destra nei tre dietro Diego Milito – diviene, in un nano-secondo, il fattore su cui il mister di Setùbal non aveva potuto contare nel girone di andata, alla pari di fattore Snejder, il trequartista su cui non aveva potuto fare affidamento nella stagione precedente. L’impatto del macedone è devastante, in termini di rendimento più che di meri numeri realizzativi, anche se rimane negli occhi del popolo nerazzurro, il gol su calcio di punizione nel derby di ritorno tra Inter e Milan – quello che l’Inter vince in nove uomini e del cambio di Pandev ritardato di un attimo, giusto il tempo di segnare la punizione del 2 a 0 – e i gol in finale di Supercoppa Italiana contro la Roma e di Coppa del Mondo per club contro la squadra africana del Mazembe.

Pandev lascia, così, la Milano nerazzurra a poco meno di tre anni dalla scadenza del contratto e soprattutto, dopo aver vinto tutto: dal Triplete del 2010 ai tre trofei della stagione successiva, con la sua firma indelebile nelle finali. Ad attenderlo c’è il Napoli di Walter Mazzarri, galvanizzato dal ritorno in Champions League dopo il terzo posto della stagione 2010/2011. L’avventura di Pandev in maglia azzurra, sintetizzata in numeri, parla di 124 apparizioni, di ventidue reti ma, soprattutto, dei suoi tentativi in prima persona di battere gli odiati rivali storici della Juventus. In particolare sono tre i momenti chiave di questo dualismo Pandev-Juve:
-il 29 novembre il macedone mette a segno i primi gol con il Napoli nella gara del San Paolo contro la Juve di Antonio Conte. Quella sfida finì con un 3 a 3 rocambolesco che non rese affatto giustizia all’ottima prova degli Azzurri e di Pandev, sostituto di Cavani per una notte e autore di una doppietta. È il battesimo di fuoco con la città di Napoli che lo ribattezzerà molto presto “Pandemonio”, per via del suo estro e della sua capacità di cambiare le sorti di una gara;
– il 20 maggio 2012, Goran è uno dei protagonisti della fantastica vittoria del Napoli sulla Juventus che regala agli Azzurri la Coppa Italia. Il macedone è autore dell’assist per il gol del 2 a 0 di Marek Hamsik che ipoteca il trofeo. Con questo trofeo Pandev diviene il primo calciatore ad aver vinto quattro edizioni consecutive della Coppa Italia, grazie alle vittorie con le maglie di Lazio, Inter e Napoli. Si ripeterà due anni dopo, sempre con la maglia del Napoli, vincendo la Coppa nella finale contro la Fiorentina;
-l’11 agosto dello stesso anno, nel remake di Supercoppa Italiana giocato a Doha, l’ex Inter sale in cattedra con un gol e un assist ma passa alla storia per il cartellino rosso ricevuto da Mazzoleni, per presunti insulti all’assistente, in una delle pagine più oscure della storia del calcio italiano degli anni recenti.

La parentesi turca al Galatasaray è il preludio all’ultimo romantico atto della carriera di Pandev. È il Genoa, infatti, che nel 2015 sceglie di affidarsi alla sua sapienza tecnica e per ben cinque stagioni di fila è Goran a togliere sempre le castagne dal fuoco evitando al Grifone di retrocedere. Retrocessione diventata inevitabile per i rossoblù la scorsa primavera, quando il beniamino macedone, ormai alla soglia dei trentanove anni, guarda caso, aveva già deciso di lasciare la Lanterna per approdare al Parma, in Serie B. Con i Ducali, Pandev mette a segno un solo gol in undici scampoli di gara. È il canto del cigno prima del definitivo addio al calcio giocato, avvenuto lo scorso 22 settembre. Queste le sue parole di commiato:

“Mi guardò indietro e non sembra ancora vero…E stato un viaggio incredibile. Tante emozioni, le portò tutte dentro e so di condividerle con guanti mi hanno accompagnato lungo questo camino. Ringrazio la mia famiglia mia moglie Nadica i miei figli Filipo, Ana, Sofia che sono stati il mio sostegno. Ringrazio mio padre e mia madre per avermi permesso di inseguire un sogno. Ringrazio la mia gente per il colore che mi ha dato…Siete stati magnifici. Ringrazio tutta la Branchini, Giovanni, Carlo Leo senza di voi non avrei fatto tutto questo. Ringrazio tutti i miei allenatori dirigenti per la fiducia ricevuta, per tutto quello che ho imparato. Ringrazio tutti i miei tifosi, dal primo all’ultimo. Vorrei abbracciarvi…Finisce un capitolo bellissimo…Porto con me un incredibile bagaglio di emozioni…Sono felice di averle condivise insieme…Con il tutto il mio cuore. Goran…”.

Nella settimana degli addii, certamente spicca quello di Roger Federer, icona del tennis, che ha unito la gente alla maniera dei più grandi dello sport mondiale – Mohammed Alì, Micheal Jordan e Diego Armando Maradona, per citarne alcuni – ma, nel nostro e nel loro piccolo, è giusto rendere omaggio anche a chi come Goran Pandev e, non dimentichiamo, Andrea Ranocchia e Rodrigo Palacio hanno contribuito a veicolare l’idea di un calcio di valori, unendo, anziché dividere, fino alla fine, lasciando il campo con l’amore dei tifosi al seguito. Buona vita a voi.

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter SSC Napoli