Speciale Pillole di Calcio – Nel nome di Diego. Il miracolo del Fùtbol nella connessione tra Messi e Maradona

Tutto si è compiuto. Sette giorni prima della festa che rievoca il miracolo del Natale e diciotto prima dell’Epifania, gli dei del calcio hanno deciso di anticipare, in via del tutto eccezionale, l’allineamento dei pianeti e l’arrivo a destinazione delle comete e dei re, che con i doni onorano qualcuno che sta addirittura più in alto di loro. Tutto questo per favorire il ritorno a casa della coppa del Mondo, – un trofeo d’oro dalla manifattura italiana e dalla mistica sudamericana – sulla rotta per il Rio della Plata, dove non è nato il calcio, inteso come insieme di regole, ma l’amore per il calcio. Dopo vent’anni l’Argentina riporta nel tabernacolo del fùtbol, che è il Sudamerica, quel riconoscimento mondiale per il quale ogni bambino vive e lavora, talvolta anche duramente e in condizioni disagiate.
A proposito di tabernacoli, questa – e forse si era già capito – è una storia di sacro misto a profano, tra le Sacre Scritture e l’Odissea. È la narrazione delle gesta di un eroe – o di un dio fatto uomo, se preferite – che si compie senza che nessuno lo tradisca, di un re che lascia il suo regno e vi ritorna da dios, nel nome di un altro dios che lo ha mandato tra le genti.

È una storia di analogie, di corsi e ricorsi storici, di un sistema, dove ogni elemento è perfettamente connesso con tutti gli altri in un insieme organico e funzionalmente unitario. La mistica di Lionel Andres Messi Cuccittini inizia a Rosario il 24 giugno del 1987 e si compie a Lusail, in Qatar, lo scorso 18 dicembre, con il punto più alto di una carriera che sembra aver travalicato anche i concetti di spazio e di tempo. Per raccontare questo mito del calcio di tutti i tempi, e questa storia che, ribadiamo essere di analogie e di profonde relazioni ancestrali, può essere utile partire dal giorno in cui la vita di Leo cambia per sempre, di nuovo, destabilizzando chi, come lui, occupava già da tempo un posto in prima classe nell’Olimpo del calcio.

È il 25 novembre del 2020. Il mondo è scosso dalla morte di Diego Armando Maradona e, sempre più nel particolare, l’Argentina, Napoli e Messi sono un po’più poveri d’amore, un po’più soli. Quest’ultimo, tre mesi prima, era stato ad un passo dal lasciare la sua Barcellona – lo avrebbe poi fatto nel 2021 per approdare al PSG– e un progetto tecnico come quello blaugrana decisamente ridimensionato, dopo una gestione scellerata, targata Bartomeu, cha ha impattato pesantemente sull’immagine del fuoriclasse argentino, con calunnie pubblicate sui giornali sportivi catalani. È questo il contesto di fine 2020 in cui vive Leo, il quale sente mancare, e non poco, anche il calore della tifoseria, assente dagli stadi e dalla Rambla a causa della pandemia.
Diego e Leo hanno condiviso molto, a cominciare dallo scranno su cui tutt’ora sono idealmente seduti in qualità di Signori del Calcio. Hanno indossato la 10 nell’Argentina, la 10 nel Barcellona, l’uno è stato il maestro dell’altro, il primo a difenderlo e ad ammonirlo quando serviva che lo facesse un padre, anziché un pubblico spesso in malafede con i più grandi. Maradona e Messi hanno condiviso anche Rosario, la città del Calcio, che non ha dato i natali al Pibe de Oro ma che lo ha accolto come culla della sua seconda vita, dopo l’apice e il crollo cominciato inesorabile nel 1991. Diego sceglie la città di Rosario e i colori del Newell’s Old Boys per rimettersi in forma e giocare i mondiali di U.S.A ’94, dopo la squalifica di un anno e mezzo a causa del doping, un’esperienza non indimenticabile a Siviglia e qualche mese di assoluto anonimato vissuto in assenza di grazia e in presenza di un amico come Fidel Castro, nonché dell’equipe medica del leader cubano, a salvargli la vita nella prima di tante cadute. Nell’ottobre del’93, Maradona sceglie Rosario e i leprosos – ovvero “lebbrosi”, come vengono soprannominati in patria – del Newell’s per onorare l’impegno, il suo corpo ma soprattutto, la sua terra. È così che, il 7 ottobre, all’Estadio Coloso del Parque – oggi Stadio Marcelo Bielsa in onore dell’uomo che, più di tutti ha portato il Newell’s sul tetto dell’Argentina – Diego fa la sua prima apparizione con la maglia rossonera, in occasione di un’amichevole contro gli ecuadoriani dell’Emelec di Guayaquil, con la 10 sulla schiena e la fascia da capitano al braccio. Quella sera, il Colosso è gremito, tutto per “Maradò” e i decibel che scandivano così il suo nome non sono poi così diversi da quelli di Napoli. Il minuto 67 è l’istante chiave della partita e anche della storia, che ha le sue radici nei dettagli ma solo se in questi c’è sufficiente grazia. Perché Diego gioca le amichevoli come le finali dei mondiali anzi, come i quarti di finale: ricevuta palla sulla trequarti, la tiene incollata al destro, aggira lo schermo della difesa fatta da maglie bianche e scaraventa sul palo lontano un diagonale terra-aria. “Il rincontro dell’idolo con il futbol e con il genio”: così la voce di Victor Hugo Morales commenta questo gol, a spiegare prosaicamente come, dopo 10 anni, l’Argentina sta finalmente riabbracciando suo figlio, che è tornato per restare. A proposito di figlio: quella sera un padre e il suo bimbo di sei anni si tengono per mano sugli spalti del Colosso del Parque, per assistere al genio del Dieci. Sono Jorge e il piccolo Lionel Messi.
Non sappiamo cosa capiti di preciso nel nostro organismo, o meglio, la scienza ce lo dice ogni giorno e in maniera sempre più accurata, ma il perché e il come funzionino certe sue regioni resta sempre avvolto un po’ nel mistero. Quella sera è probabile che alcuni recettori della memoria di quel bambino stessero già lavorando nell’intento di scannerizzare per intera l’azione del gol di Diego e di salvarla nelle parti più remote dell’inconscio, per riprodurla poi sul campo. In quale occasione? Il 29 novembre 2020, quattro giorni dopo la morte di Maradona, nella prima partita di Leo Messi da “orfano” del suo padre spirituale. Al Camp-Nou va in scena Barcellona-Osasuna, le bandiere sono a mezz’asta, lo stadio è vuoto a causa del covid, il Barcellona di Ronald Koeman sbriga la pratica in un tempo e al 57’ è addirittura sul 3 a 0. Al 73’, però, tutto comincia a compiersi perché il 10 del Barcellona, a secco di gol fino a quel momento, riceve palla sulla trequarti, la tiene incollata al sinistro, aggira lo schermo della difesa fatta da maglie bianche e scaraventa sul palo lontano un diagonale terra-aria. Vedere per credere: azione e gol in fotocopia anzi, speculari, rispetto a ventisette anni prima, a diecimila chilometri di distanza. Maradona, in quella occasione, aveva colpito di destro sul fronte opposto del campo, proprio come un oggetto che si riflette su una superficie: il futbòl, evidentemente, è quella superficie. L’esultanza di Messi per questo gol segnato è destinata a rimanere nella storia di questo sport. Il 10 rosarino, infatti, si sfila la maglia del Barcellona ed ecco comparirne un’altra, indossata sotto, ovvero quella del Newell’s Old Boys, con la 10 di Diego. L’epifania della diez del Newell’s è tutta nel racconto di Messi che – alla disperata ricerca di un modo per omaggiare Maradona – nel suo personalissimo museo, trova la porticina di un altarino stranamente aperta. È la teca nella quale conserva gelosamente la maglia che Diego ha indossato per sole cinque partite con la squadra di Rosario. Chi ha aperto quella porta che fino a quel momento era sempre stata chiusa ma, soprattutto, si tratta della vera maglia indossata da Maradona in occasione dell’amichevole contro l’Emelec? Su questo punto ci sono molte versioni contrastanti: c’è chi dice che la dieci indossata in quella sfida del 7 ottobre sia finita in regalo a Fidel Castro ma non è da escludere che abbia fatto un giro immenso, guadando l’Oceano Atlantico e giungendo tra le mani di Lionel Messi.

Quello contro l’Osasuna è solo un esempio di un neologismo coniato da quello che è, insieme, l’analista e il paroliere più grande del calcio, ovvero Jorge Valdano. La leggenda argentina del Real Madrid, dopo l’esibizione di Leo in occasione dei quarti di finale dei mondiali contro l’Olanda ha ribadito l’attitudine, più che mai pronunciata, di Maradoneggiare, da parte della Pulga. La verità è che questa tendenza a fare come Lui è intrinseca nella natura di Messi, sin dai tempi delle partitelle al Grandoli, accompagnato per la mano dall’adorata nonna Celia, dai tempi del tifo sugli spalti del Newell’s per le gesta di Diego e, a maggior ragione, dopo il trasferimento in Catalogna per giocare con il Barcellona. Basti pensare che a soli vent’anni, grazie alla memoria visiva di cui sopra, riguardante i gol di Diego Maradona, Messi ne replica ben due nella stessa stagione: il 18 aprile del 2007, nella semifinale di Copa del Rey contro il Getafe, realizza la versione 2.0 del gol del secolo contro l’Inghilterra, saltando, però, 5 giocatori anziché 6 come il Pibe, per un totale di 13 tocchi, ovvero 2 in più dell’azione dell’86; poco meno di due mesi dopo, invece, in un derby contro l’Espanyol, Messi riproduce l’espediente del gol di mano di Diego segnato sempre agli inglesi, con un giovane Leo che a fine gara risponderà Diego è unico, non ce ne sarà mai un altro. Io non penso di imitare i suoi gol, sono semplicemente giocate di una partita.
Lo spettacolo più grande, però, non sta tanto nel riprodurre fedelmente un gol quanto un’intera campagna mondiale come in occasione di Qatar 2022, dove Leo Messi ha preso per mano una nazione e l’ha portata a vincere quella coppa che mancava in bacheca da 36 anni, sciorinando quella stessa onnipotenza calcistica da Aquilone Cosmico in Messico ’86. Il contributo dato dai giovani come Julian Alvarez, Enzo Fernandez, Nahuel Molina, esattamente come fatto nell’86 dai vari Burruchaga, Brown e dallo stesso Valdano, consiste nell’aver avuto fede in quel vero, bello e giusto dispensato oggi da Lionel Messi ma che, altro non è, che l’emanazione di un Sole, mai spentosi, chiamato Diego Armando Maradona.

Buon Natale a tutti!

Fonte foto: pagina ufficiale FIFA e pagina ufficiale Instagram Lionel Messi