Da una parte il calcio più all’italiana (almeno così si diceva una volta), dall’altra un calcio più moderno, messo al servizio sì della vittoria, ma anche dello spettacolo e della geometria sul rettangolo verde. Certamente non tra le gare più spettacolari e più piacevoli da vedere, quella andata in scena a Milano tra Inter e Napoli è stata una partita sbilanciata negli intenti. La rincorsa sul primo posto, cioè, è di Inzaghi, e a Conte va bene – e va bene, in realtà, a prescindere dai nerazzurri – lasciare che sia la compagine di Lautaro e compagni ad avere il pallino del gioco e a fare la partita. Gli azzurri fanno tutto quello che si può fare quando c’è da difendere una vetta e si affronta un avversario comunque superiore: non lasciare spazi, e provare a limitare le incursioni centrali. A Conte sembra vada bene che si lascino le corsie sulle quali Dimarco e Dumfries possono sfrecciare – meglio un cross e un duello aereo da combattere, se hai Rrahmani e Buongiorno -, piuttosto che far palleggiare i nerazzurri al centro. Risultato? Su 13 tiri totali, all’interno dell’area di rigore i padroni di casa vanno al tiro due massimo tre volte – e in queste trova pure l’ottima risposta di Meret a chiudere lo specchio.
Se il Napoli fa densità e prova a ripartire sfruttando la velocità di Politano e Kvara, è anche vero che la squadra allenata da Conte strizza sempre l’occhiolino al vantaggio, a tutti i costi. Nasce da un calcio d’angolo, e una mini mischia in area, il vantaggio siglato da Scott McTominay, bravo a capitalizzare col tocco a due passi. Il resto però è poco o nulla, tolta l’occasione di Simeone che rischia di beffare l’Inter al 94′. Alcuni errori sono ancora evidenti, e Conte ha ragione mettendo spesso in luce quanto l’anno scorso stia ancora pesando sul groppone – gli errori in costruzione possono pesare in maniera piuttosto decisa, specie considerando che di fronte hai le ripartenze di uomini come Thuram.
Non c’è dubbio, però, sul fatto che il Napoli abbia comunque ingarbugliato un Inter meno brillante rispetto alle scorse gare – e destinata a subire gol più facilmente. La capolista, almeno momentaneamente, è anche la squadra che ha subito meno reti, Juventus a parte che ne ha anche messe a segno di meno poiché, al possesso palla di alcune partite, faceva specchio poca concretezza sotto porta. Rrahmani e Buongiorno fanno la loro partita, costringendo i nerazzurri a passare in vantaggio soltanto su una prodezza di Calhanoglu sul finire di primo tempo. E c’è da tremare quando, nella ripresa, finisce a terra proprio l’ex centrale torinese, autore di una partita che neutralizza Thuram e Lautaro. L’argentino fa particolarmente fatica e viene braccato in area di rigore. Certo, c’è da ammettere che nella ripresa l’Inter alza i ritmi e va alla conclusione più volte, mai però con occasioni plateali che possano far pensare ad una superiorità netta.
Il mini ciclo di partite era per gli uomini di Conte il primo test fondamentale per capire la tenuta della squadra, e il Napoli lo conclude da primo in classifica. In un campionato che, contro ogni pronostico, vede adesso ben quattro squadre a 25 punti, tra cui, accanto all’Inter e all’Atalanta, anche Fiorentina e Lazio. Tutti col fiato sul collo della capolista che, sebbene soltanto per un punto, mantiene la vetta tenendo a bada la situazione. Sì, si poteva far meglio, specialmente contro la Dea in casa, che però in questo momento metterebbe in difficoltà anche le big del calcio europeo. Ma al tempo stesso, bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno, ricordando che nessuno si sarebbe mai aspettato un Napoli in vetta – e no, neanche se sulla panchina siede Antonio Conte.
Gli interrogativi restano: cosa può fare questo Napoli se Lukaku fa così tanta fatica in avanti? Isolato, costretto a duellare – e a perdere, anche stavolta, dopo Hien – la maggior parte dei duelli con l’Acerbi che neutralizzò anche Halland, potrebbe spingere l’allenatore salentino verso nuove soluzioni offensive. L’attacco, infatti, non può essere rappresentato soltanto da Lukaku, e in partite come quelle di ieri Kvara e Politano fanno enorme fatica ad andare al tiro, a mettere in mostra il proprio estro. Il motivo? Due braccetti aggiunti, ad alternarsi, per coprire in fase difensiva. Uno sforzo lodevole ed efficace, atto a neutralizzare o a far fronte anche a manovre più che pericolose come quelle di Inzaghi. Ciò che rasserena è che il Napoli abbia sulla panchina un allenatore che vuol vincere a tutti i costi e, sebbene incidenti di percorso più che naturali nel processo di rigenerazione, lo sta dimostrando mettendo il musetto avanti alle altre.
Conte e il Var: più di un dubbio sull’utilizzo attuale dell’On Field Review

Paragrafo a parte merita qualche riflessione di chi qui scrive sulle parole di Antonio Conte dopo la gara, passate inevitabilmente per l’episodio da cui è nato il calcio di rigore di Calhanoglu, poi sbagliato dal turco col pallone che si è infranto sul legno. Il tecnico salentino si è infuriato per la scelta di concedere la massima punizione e per le modalità con cui è avvenuto. Il contatto fra Dumfries e Anguissa lascia più di un dubbio: il centrocampista azzurro fa per proteggere il pallone, non cerca contatto in nessun modo né tanto meno l’intensità del tocco con la gamba di Dumfries è tale da giustificare la reazione dell’esterno di Inzaghi fermo a terra. L’arbitro, però, non ha dubbi e indica il dischetto. Nonostante le proteste azzurre, e il dialogo palese di Di Lorenzo che chiede spiegazioni a Mariani con l’eventualità di andarlo a rivedere, non c’è stata alcuna On Field Review.
Il tema è piuttosto interessante: chi è che decide l’esito di un contatto? L’arbitro sul terreno di gioco o la sala VAR in costante contatto con quest’ultimo? E se è l’arbitro a valutare l’entità di un contatto, in caso di chiaro ed evidente errore, quando e come il VAR può intervenire? «Se c’è un chiaro ed evidente errore, il VAR deve intervenire punto e basta», dice Conte nel post gara, sia per evitare retropensieri, sia per far sì che l’arbitro «non faccia una figura di cacca». Il rigore concesso ai nerazzurri – e poco conta l’esito vincente o meno della realizzazione – è un caso particolarmente grave, ma soltanto l’ennesimo che sta mettendo in discussione il rendimento della classe arbitrale italiana nelle ultime settimane – dalla polemica ancora al Meazza nella sfida dell’Inter contro il Venezia, al contatto che ha portato ad annullare il gol del Monza nella gara casalinga contro il Milan.
La polemica sollevata da Conte intende sottolineare un aspetto che è giusto sia ribadito: le decisioni della squadra arbitrale, siano esse derivanti dal direttore di gara o dagli assistenti al VAR, possono essere decisive. E, in quanto tali nel decidere le sorti di un incontro – che spesso può essere delicato per le sorti dell’alta o della bassa classifica -, devono essere oggetto di discussione e di dibattito, nella volontà di porre fine alle (ancora) numerose polemiche. Ancora, sì. Perché nonostante l’utilizzo di tutte le tecnologie possibili sono più le polemiche, e gli sfoghi di dirigenti e di allenatori – con annesse lettere di scuse da parte dei vertici -, che le sicurezze acquisite. La frase di Conte, d’altronde – «non mi sento sicuro, anzi, mi sento più insicuro» -, deve far riflettere, e deve far sì che in TV e sui giornali si torni a parlare soltanto di calcio.
FOTO: SSC NAPOLI
