Il punto del lunedì. Napoli cinico e “sporco” a Lecce, Conte sempre più in vetta: ma non bastava soltanto vincere?

Un colpo di Jack Raspadori, la palla in buca d’angolo come i migliori giocatori di biliardo, i gol pesanti come solo lui sa fare e tre punti decisivi nella volata scudetto. La trasferta di Lecce rappresentava certamente un pericolo, e la prestazione del Napoli non è stata poi così diversa da quella di Monza. Antonio Conte fiutava le insidie del Via del Mare, con la conseguente necessità di alzare al massimo il livello di concentrazione. Gli azzurri interpretano bene il primo tempo, vedendosi annullare il gol che avrebbe aperto le danze anticipatamente e costruendo una buona chance – ancora con Raspadori che l’aveva sbloccata – sfiorando il raddoppio. Nella ripresa il Lecce prende coraggio e campo, costringe Meret ad alzare la saracinesca e il Napoli a soffrire appena mette piede nella metà campo avversaria. Conte perde Lobotka, toglie Raspadori e inserisce Billing per rinforzare il centrocampo creando poco o nulla dalle parti di Falcone. Ma al tempo stesso confermando la migliore difesa dei cinque maggiori campionati europei – a quota 25 gol subiti, vale a dire ben otto in meno dell’Inter.

Non la migliore delle prestazioni dunque, ma una prestazione cinica e sporca di chi sa che adesso qualsiasi punto è pesantissimo – e, al contempo, che il fine giustifica i mezzi. Si racchiude tutto nelle parole di Conte del post partita, quando avvisa che chi vince scrive la storia, gli altri al massimo la leggono. Ci si ricorda delle vittorie, si entra negli annali, ci si imprime nella storia di un club soltanto attraverso il raggiungimento di un obiettivo concreto che passa per la testa delle classifica, per l’essere migliori di tutti. E poco conta come e quando metti il muso avanti all’avversario, l’importante è fare più punti e sorpassare. Resta innegabile che per anni il Napoli ha rappresentato una società distinta per una certa propensione al gioco, specie nell’epoca del duello con la Juventus di Allegri, del corto muso, dell’avversione nei confronti di un tipo di calcio meno moderno e più all’antica – ma non per questo meno efficace. Dopo Sarri e Spalletti, l’arrivo di Conte, di un allenatore cioè che avesse nelle corde la fame costante di chi vuole vincere e basta, ha in un certo senso rivoluzionato un ideale, uno stereotipo, che le narrazioni e le prestazioni avevano cucito addosso alla maglia azzurra. Da Italiano a Palladino, passando per un ipotetico ritorno di Sarri al nome di De Zerbi. Per anni gli allenatori accostati al Napoli avevano la caratteristica comune di una precisa filosofia di gioco, delle partite da disputare a viso aperto, delle trame di gioco offensive e del divertimento offerto ai tifosi. Ma la filosofia di Conte è molto diversa – non per questo, naturalmente, più giusta o più sbagliata di quelle menzionate: fare arrivare il Napoli in vetta, a tutti i costi.

E allora ecco che la zampata di Raspadori, decisivo appena circa 24 mesi fa in quel gol vittoria all’Allianz Stadium contro la Juventus che sembrò sigillo sul terzo scudetto, basta e avanza. Ecco che non c’è più bisogno di altro, se Rrahmani alza il muro, Olivera risponde presente nel ruolo inedito di centrale difensivo, e Meret – qualcuno direbbe come San Gennaro – ci mette la mano. Può piacere o meno, lo si può accettare con più o meno gradimento, ma i numeri non mentono mai. Se il Napoli è in vetta alla classifica è perché è stato migliore delle altre, perché ha fatto meglio o, se si preferisce, ha sbagliato meno – insieme a tutte le circostanze vincenti che devono crearsi negli incroci del calendario.

Eppure per anni la narrazione è stata diversa. Chi qui scrive c’era nel 2018, quando Napoli e Sarri venivano beffeggiati da coloro che parlavano di quanto il bel gioco fosse fine a sé stesso se poi non si vince, elogiando chi come Allegri di quel calcio ne aveva minimizzato le prestazioni massimizzandone i risultati. All’epoca bastava – si perdoni la ripetizione – mettere il muso avanti, non era necessario divertire né vedere quanto rodati fossero certi automatismi di squadra. Si aprì così il dibattito su chi fosse professore e chi stratega, tra chi preferisse il Napoli che giocava a viso aperto a Madrid in Champions, e chi la Juventus di Allegri che vinceva il suo quarto campionato sulla panchina bianconera. Dopo sette anni le narrazioni si sono ribaltate, arrivando a svilire il Napoli forse come mai fatto per chi tutta questa fame ce l’avesse molto di più nel DNA. Non che non sia giusto esaltare il lavoro di Inzaghi – che insieme a Gasperini rappresenta un certo modello di continuità necessario e indispensabile per arrivare a certi livelli europei -, ma farlo per tirar giù quello del Napoli è poco onesto intellettualmente. Conte ha riportato in cima una squadra che al termine della scorsa annata (10° posto) non aveva né capo né coda, tornando ad esaltare quel che resta dell’undici spallettiano che ha regalato la gioia attesa per 33 anni. Ha fatto del lavoro e del sacrificio – d’altronde come sempre – il suo punto di forza, martellando mentalmente i propri ragazzi e inculcando un’attitudine vincente che poche volte s’è vista nella storia azzurra. E conta zero se l’ha fatto senza coppe, perché non c’è “più facile” che tenga di fronte ai risultati di un duro lavoro. A maggior ragione se hai la bacheca di Antonio Conte. A maggior ragione se sei momentaneamente avanti all’Inter. A maggior ragione se il Napoli a gennaio dal mercato invernale n’è uscito persino indebolito.

Certo, vincere crea antipatia, ma il cortocircuito delle narrazioni pone un quesito a questo punto inevitabile. Non è che a qualcuno, indipendentemente da Lukaku e Osimhen, da Spalletti e Conte, dia fastidio vedere il Napoli che guarda tutte le altre dall’altro verso il basso? Perché è pur sempre inevitabile che lo scudetto si sia abituato ad un clima più freddo e meno accogliente come quello del nord, avendo invece fatto una brevissima vacanza al sud – si ricorda che in trentun stagioni calcistiche lo scudetto è sempre andato a squadre del nord Italia, considerati al massimo come eccezioni gli scudetti della Roma (2000/01) e della Lazio (1999/00). E trentacinque anni, dallo scudetto azzurro 89′-90′, pochi non sono. O, comunque, è tanto quanto basta per considerare una ipotetica vittoria del sud al pari di una piccola parentesi. E viene da sorridere se si pensa che, chi forse preferirebbe questo, lo sta facendo in un’epoca in cui Napoli allarga i propri confini, esige spazio, allargandosi il nodo al collo di una cravatta fatta dei soliti cliché. In un’Italia in cui il centro della cultura si sta spostando verso la vita lenta di un sud che ha capoluogo Napoli, forse è tempo che anche il pallone possa scegliere di ricercare il sole che cala a mare, quello da cui nascondersi tra quei vicoli che, se hanno poco sole, conservano un calore umano unico al mondo.

FOTO: SSC NAPOLI