Al di là della qualificazione ai Quarti, conquistata ai rigori contro il Cagliari, ieri al Maradona Antonio Conte ha dovuto fare di necessità virtù mandando in campo una formazione con otto campi rispetto alla sfida dell’Olimpico. Con la coperta un po’ corta, e anche in vista dell’incontro con la Juventus di Luciano Spalletti, l’allenatore di Lecce ha spedito dal primo minuto Giuseppe Ambrosino e Antonio Vergara. Entrambi classe 2003, entrambi napoletani, entrambi emozionati per aver realizzato il sogno di partire titolare con la maglia della propria città. E certo tardi, forse fin troppo tardi.
In Italia, se si fa l’esordio in stagione nelle varie competizioni a 22 anni, s’è considerati ancora giovane. Ma se si cambia latitudine e ci si sposta in Europa, ci si accorge dei vari Pedri, Cubarsì, Musiala, Joao Neves, Doué o Barcola, per dirne alcuni. Calciatori che sembrano essere entrati più o meno a pieno regime nei ritmi delle più rappresentative competizioni nazionali ed europee. E che l’Italia abbia un problema nel far emergere i propri giovani è evidente, sotto gli occhi di tutti. E sono più o meno individuabili anche le cause, sebbene le soluzioni siano ancora poco nitide.
Ma tra le cause ce n’è – forse tra le ultime – una in particolare: un po’ di mancanza di coraggio, e l’idea che i giovani debbano fare enorme gavetta prima di calcare i campi di serie A. Non che l’esperienza non sia importante sia chiaro, ma spesso chi si fa le ossa in serie B – caso di Vergara ed Ambrosino, il primo 5 reti e 8 assist in 42 presenze (Reggiana); il secondo 80 presenze con 10 reti (Catanzaro e Frosinone) – finisce comunque per avere poco spazio. E quando viene notato difficilmente riesce a ritagliarselo nella squadra in cui ha mosso i primi passi. A volte ci vorrebbe un po’ di sana incoscienza anche da parte degli allenatori, così come ha fatto ieri Conte – spinto decisamente anche dalle esigenze fisiche del gruppo, dal bisogno di far rifiatare Lobotka e dall’infortunio di Gilmour. Buttarli dentro, perché s’è percepita una certa personalità, una certa qualità e la voglia di prendersi con la caparbietà più minuti nelle gambe.
Eppure i sogni, spesso quando “schiacciati” da una parte e dall’altra, riescono ad insinuarsi nel primo spiraglio che trovano libero. E per Vergara quello spiraglio è stata la gara di Coppa Italia di ieri. L’approccio iniziale, e qualche passaggio di troppo sbagliato, sono solo lo specchio di un sogno rincorso da bambino. Poi, però, è il tempo della personalità, della qualità tra i piedi, della sensazione di sicurezza che dà ai compagni col pallone, dei calzettoni abbassati ad essere subito ben riconoscibile; il tempo delle verticalizzazioni, dell’assist decisivo a Lucca e delle imbeccate che, seppur meno nella realizzazione, nel pensiero dicono già tanto di tecnica e visione. Della maglia sudata fino a fine partita, e negli occhi persino il rimpianto di un assist che nell’arco dei novanta minuti non è bastato ad evitare i rigori.
E le statistiche parlano per lui. 82% di precisione passaggi – 31/38 di cui 15/16 nella propria metà campo (94%) e 15/22 nella metà campo avversaria. 64 palloni toccati, e su un totale di 4 dribbling la metà riusciti. 12 duelli a terra, di cui ben 7 vinti. Oltre, come già sottolineato, un assist, decisivo per la testa di Lucca, spesso servito in maniera meno pulita dagli altri compagni. E la mappa riportata conferma le porzioni di campo calcate da Vergara in ben 74′ di alta intensità.
Una vita da mediano, lì nel mezzo, canta Ligabue. Tra l’altro in un brano dedicato a Lele Oriali, che di minuti nelle gambe con pochi gol realizzati, ma di lavoro sporco, di gestione e a servizio dei compagni, ne sa qualcosa. E così è stato, così sarà se questi sono i presupposti. Una vita “a metà” anche per Vergara, e ieri sera tra il sogno della titolarità e la consapevolezza delle proprie qualità che farebbero bene al Napoli, alla serie A e al movimento del calcio italiano. Sotto gli occhi di un modello (seppur di un calcio più andato) come Oriali, prima della benedizione di Conte, nelle parole rilasciate dal centrocampista: Bravo, hai dato tutto. Il tecnico aveva manifestato già ad inizio stagione la stima nei confronti di Vergara e di Ambrosino, a tal punto da tenerseli stretti, da sottolineare quanto avrebbero aiutato; da permetter loro l’esordio in serie A, e a Vergara anche quello in Champions League. Insomma, per un Gilmour infortunato, il Napoli può tirare un sospiro di sollievo – la soluzione è lì, guai a non vederla. E Conte sa che Vergara ha potenzialità importanti e prospetti ancor più interessanti, che a questo Napoli può persino dare la sensazione di avere il futuro del centrocampo a portata di mano. Tenerselo stretto Vergara, non commettere lo stesso errore che il calcio italiano è abituato a fare. Concedersi il lusso e la certezza che, chi gioca nel Napoli, dovrà giocare per il Napoli. Specie se ha quelle qualità, specie se ha quella fame, spesso se ha quella passione e quella voglia di prendersi le chiavi della cabina di regia. E farlo da napoletano è persino commovente.
FOTO: SSC Napoli – STATS: Sofascore
Napoli, Antonio Vergara e la giusta via di mezzo: un registra tra sogni, consapevolezze e benedizione di Conte
