Un trofeo sotto l’albero di Natale. A Riad, lunedì 22 dicembre, ore 20:00 italiane, Napoli e Bologna si ritroveranno faccia a faccia nella notte della finale della Supercoppa Italiana.
Gli azzurri di Conte arrivano in Arabia Saudita da campioni d’Italia in carica, i rossoblù di Italiano da vincitori della Coppa Italia. Basterebbe questo per definire il valore di questa finale, tuttavia, il fascino di questo match non è racchiuso solo nei titoli della stagione 2024/2025, bensì nei percorsi, anche recenti, in quei passaggi intermedi fatti di incroci sofferti ma anche di scontri a distanza, come nel caso nelle semifinali che hanno certificato la solidità del Napoli (2-0 al Milan) e la resilienza del Bologna, capace di eliminare l’Inter ai calci di rigore dopo l’1-1 dei tempi regolamentari.
Eppure, inevitabilmente, tutto riporta a quel pomeriggio del 9 novembre scorso, allo stadio Dall’Ara, quando il Bologna di Vincenzo Italiano si impose per 2-0 sul Napoli. Una partita che, per il Napoli fu molto più di una sconfitta. Fu uno spartiacque. Per il risultato, certo, ma soprattutto per ciò che accadde dopo. Le parole di Conte – “non voglio accompagnare un morto” – scossero l’ambiente come un terremoto controllato: dure, scomode, definitive. Col senno di poi, necessarie, catartiche, come la settimana di lontananza fisica dello stesso mister leccese dai campi di allenamento, per vivere la dimensione della famiglia, la riflessione, un fisiologico distacco.
Da quel Bologna a questo Bologna, il Napoli è cambiato profondamente. Ha ritrovato la via della vittoria con costanza e solidità nelle prestazioni, fatto salvo la brutta sconfitta nell’ultima partita di Serie A contro l’Udinese e la gara di Champions contro il Benfica. Per il resto, il ruolino di marcia dal rientro dall’ultima sosta nazionali, recita cinque vittorie consecutive tra campionato e coppe con le due ciliegine nei big match con Roma e Juventus, dominati dagli uomini di Conte. Proprio il tecnico leccese si è imposto nuovamente cambiando sistema di gioco e passando ad un 3-4-3 – anche per necessità dovute ai continui infortuni – ma soprattutto ha ridistribuito responsabilità e riscoperto risorse e valori portati dai volti nuovi. Conte ha iniziato a trovare certezze in calciatori come Beukema, Lang, Højlund e Neres che sono diventati centrali non solo nelle scelte di campo ma nella costruzione di questa nuova veste della squadra, imperniata sempre sulla sua identità tanto vecchia quanto chiara e rassicurante. I risultati successivi raccontano di una squadra rifondata, meno estetica forse, ma più consapevole rispetto a quella delle uscite delle prime settimane stagionali.
La semifinale contro il Milan ne è stata la sintesi perfetta. Un Napoli “primitivo”, nel senso più nobile del termine: pochi concetti ma chiarissimi. Difesa bassa, lettura del momento, capacità di soffrire nella prima mezz’ora e poi colpire. Ripartenze letali, distanze corte, pericoli sistematicamente disinnescati, soprattutto nel secondo tempo. Non bellezza, ma efficacia. Non dominio, ma controllo emotivo. E a poco contano gli effettivi in campo dal momento che Juan Jesus non ha fatto rimpiangere per nulla Buongiorno, la staffetta tra Lang e Politano ha restituito a Conte il suo miglior “soldatino” ma non ha significato affatto una diminutio per l’olandese e, a sinistra, Spinazzola, è tornato ad arare la fascia come nelle migliori versioni.
Dentro questo contesto si inserisce il momento straordinario di Højlund, chiamato ora a confermarsi anche nella notte di Riad. La prestazione totale contro la Juventus del 7 dicembre e quella di altissimo livello contro il Milan, dimostrano la crescita evidente del calciatore danese: attacco alla profondità più maturo, protezione del pallone, pulizia tecnica anche nelle ricezioni difficili. E soprattutto un’intesa ormai strutturale con Neres, capace di servirlo sempre nel tempo e nello spazio giusto.
Se il Napoli arriva alla finale con una nuova pelle, il Bologna resta una squadra da temere. Il lavoro di Vincenzo Italiano, in questo anno e mezzo dall’inizio del matrimonio, ha consolidato un gruppo già forte dei concetti delle gestioni precedenti, e lo ha reso ancor più consapevole e, cosa più importante, vincente e con un nuovo DNA riconoscibile in Italia e anche nel panorama europeo. L’undici felsineo non è mai standard ma chiunque sta in campo lo fa con l’obiettivo di comandare il gioco. Il Bologna cerca sempre di pressare alto, di occupare gli spazi con intelligenza ed è capace nel cambiare spartito quando la partita lo richiede. È una squadra che accompagna lo sviluppo dell’azione con tanti uomini, che non rinuncia all’idea di essere protagonista del gioco anche sotto pressione e che nell’andata ha messo in difficoltà il Napoli, fino a fargli scacco matto, proprio su questi principi.
Per gli azzurri, dunque, la finale sarà anche un esercizio di memoria: evitare gli errori di novembre, non concedere ampiezza e tempi di gioco, non farsi attirare fuori posizione. Perché questa Supercoppa non è soltanto un trofeo da alzare, bensì una verifica di maturità anche in vista degli impegni di rientro nel continente europeo, tra casa e Champions League. Per Conte, per il Napoli, per un progetto che punta ad essere vincente con continuità.
Foto: SSC Napoli
