Non poteva che manifestarsi nel gelo di Copenhagen una delle partite che più è specchio della condizione attuale del Napoli di Antonio Conte. Una squadra che la sblocca col suo uomo di riferimento, Scott McTominay, ma che poi si ammazza da sola. Tiene bene il campo in tutto il primo tempo passando in vantaggio meritatamente e andando sopra anche di un uomo con l’espulsione ingenua e killer di Delaney al 35′. E tutto lascia pensare che gli azzurri possano facilmente tenere le redini della gara, tornare a vincere in Champions e staccare parte del ticket per la qualificazione playoff. Poi, però, quando allo sbocciare del primo tempo gli uomini di Conte faticano a chiudere definitivamente l’incontro, finiscono addirittura per calare di lucidità offrendo al Copenhagen la chance del pari. Buongiorno diventa la brutta copia di ciò che abbiamo in parte conosciuto in passato, e con grave ingenuità commette un fallo non da difensore del Napoli. Elyounoussi è furbo, sa sfilare in avanti e gli basta un contatto con la gamba dell’ex Torino per finire a terra. Per il sig. Peljto non ci sono dubbi, e sebbene Milinkovic-Savic intuisca parando il tiro dal dischetto, Larsson è fortunato e ribadisce in rete.
Questo è il momento in cui ogni attento osservatore del Napoli ha la sensazione che si farà una smisurata fatica ad andarla a vincere, malgrado una distanza tecnica e qualitativa evidente – specie considerando che gli uomini di Neestrup non solo fossero in inferiorità, ma non giocassero una gara ufficiale addirittura dallo scorso 13 dicembre. Buongiorno fa black-out, perde il controllo della gara, sbagliando tempi d’intervento e anticipi che lo fanno uscire dal terreno di gioco ben prima che giunga il 97′. L’uscita di Gutierrez e l’entrata di Ambrosino ad un quarto dalla fine permetterebbe a Conte di appesantire l’attacco, se non fosse che cinque minuti dopo l’ingresso di Lucca manda ancor più in subbuglio l’ordine sul campo. Con Lang sulla sinistra, un Ambrosino improvvisato sulla destra – a fare quello che farebbe Politano o che fino a quel momento faceva Vergara – e un area riempita dall’ex Udinese. E potrebbe anche bastare, perché in partite sporche basta una spizzata di testa, una deviazione in area per trovare un guizzo vincente.
Ma quello del secondo tempo è un Napoli sulle gambe e con le gambe che tremano, provato dalla fatica di tirare il carretto nel periodo stagionale peggiore quanto a minutaggio. E quando non vanno le gambe – c’è poco da fare -, non va neanche la testa, non vanno neanche le idee. Non è un caso che gli azzurri diventino vittima di un giro palla orizzontale che passi costantemente tra i piedi di Lobotka, senza avere quel po’ di spregiudicatezza di andare a crossare nel mucchio in un calcio italiano vecchio stile. Insomma, è il paradosso dei due metri: Lucca ha tutte le caratteristiche affinché quella giocata sporca arrivi, ma a patto che venga servito un po’ più di un paio di palloni. E quel paio di circostanze si abbattono come un uragano sulle prestazioni dell’ex Ajax, calato in un contesto a lui sfavorevole: forse un bel po’ di mancanza di fiducia da parte del suo allenatore – che anche col Parma lo mandò in campo solo a due minuti dal 90′ – e anche quella dei compagni. Perché Olivera e un adattato Ambrosino, così come Lang e Di Lorenzo, non vanno quasi mai al cross, unica opzione per sfruttare realmente le qualità del 27 quando la difesa fa compattezza, e si arrocca per difendere un punto preziosissimo.
Non c’è dubbio sul fatto che Lucca e Lang stiano confermando quanto il Napoli abbia investito male i soldi di una cessione di spessore che porta il nome Kvara. E quanto gli azzurri siano orfani di un esterno che possa spostare realmente gli equilibri, incidere a ridosso degli undici metri, avere estro e fantasia per fare la differenza e diventare pedina imprescindibile dello scacchiere tattico ideale. Il discorso punta è diverso, ma neanche tanto: che Conte abbia forse ritrovato in Hojlund – come in pochi altri attaccanti allenati nella sua carriera – un momentaneo dopo-Lukaku è stata ed è una fortuna. Ma quando Hojlund fatica a fare da boa contro le difese basse che non concedono profondità, avere un piano alternativo, colpire in modo diverso, saper cambiare pelle diventa indispensabile. E il peccato è che l’amore mai sboccato tra Lucca e il tecnico salentino poteva presentarsi come l’occasione ideale per saper controbattere a chi sa metterti in difficoltà ingabbiandoti il terminale offensivo – come ha fatto Cuesta, neutralizzando di fatti ogni avanzata del Napoli, e limitando i pericoli sulla fascia con una catena di cinque uomini.
Nell’urgenza societaria di intervenire sul mercato – vittime di un saldo zero su cui anche Manna si è esposto prendendo posizione -, c’è solo una piccola luce e porta il nome di Antonio Vergara. Il classe 2003, che ha avuto la benedizione di Conte, ha disputato un esordio in Champions di tutto rispetto. Prima sfiora la rete del vantaggio, spostando di suola il pallone dimostrando personalità e voglia di incidere. Poi raccoglie le verticalizzazioni dei compagni, servendo spesso ad un tocco sia l’inserimento di Di Lorenzo che quello di Hojlund. Lotta fino alla fine del campo (letteralmente) su ogni pallone, con la giusta cazzimma e il giusto piglio per fare la differenza. E il gol sarebbe stato il giusto premio a chi, da figlio di Napoli, cerca di esprimerla a pieno regime sul rettangolo verde. Antonio Conte può contare su di lui, e ieri Vergara gliel’ha fatto capire di nuovo. Con un punto interrogativo sulle uscite, e certamente il bisogno di rimpiazzare le eventuali partenze – Lucca, Lang o persino Olivera in un affare a tre in cui potrebbe rientrare Ndoye -, Vergara dev’essere un punto da cui ripartire. Adesso più che mai, data un’infermeria sempre più folta che ieri rischiava di voler ospitare anche Lobotka e Lang, e che fa fatica a congedare i calciatori di più lunga degenza.
In quel di Copenhagen il Napoli fa una figuraccia, senza se e senza ma. Ma non c’è altra strada che quella che si ha davanti agli occhi. Dentro o fuori la Champions. Nonostante gli innumerevoli infortuni, Conte e squadra non possono che lottare, e sputeranno sangue fino alla fine. Dovranno farlo con qualche arma in più – in questo Conte e Stellini hanno lanciato evidenti segnali – e, soprattutto, andando oltre i propri limiti. Come spesso è accaduto, cambiar pelle e reinventarsi sembrano essere punti all’ordine del giorno. Le somme dovranno tirarsi solo alla fine, adesso è tempo sì di meditare, ma di intervenire. Di ritrovarsi, di accantonare la stanchezza fisica e mentale degli impegni ravvicinati e di ripartire o, comunque, andare. C’è poco tempo per piangere sul latte versato, nella testa c’è già la sfida con la Juventus di Spalletti.
FOTO: SSC Napoli
Copenhagen-Napoli il giorno dopo. Le gambe che tremano, il tirare la corda e il paradosso dei due metri: azzurri a rischio Champions
