In una fase dell’anno già appesantita dagli infortuni e dalle difficoltà strutturali della rosa, l’eliminazione del Napoli dalla Coppa Italia, maturata ai tiri di rigore contro il Como aggiunge un ulteriore elemento di riflessione sul percorso degli azzurri quest’anno che, al momento recita: terzo posto a nove lunghezze dall’Inter capolista, una Supercoppa vinta dominando semifinale e finale in quel di Riad e poi la macchia indelebile nella “fase campionato” di Champions League chiusa al 30esimo posto e quindi con l’eliminazione.
C’è da chiedersi, innanzitutto, se la Coppa Italia figurasse tra gli obiettivi prioritari della squadra ma è pur sempre vero che ogni eliminazione lascia inevitabilmente una traccia, soprattutto quando arriva dopo una gara giocata meglio per larghi tratti.
La domanda centrale riguarda gli strascichi che una simile delusione può generare. In teoria, una sconfitta ai rigori non dovrebbe intaccare la fiducia di un gruppo, poiché non certifica reali differenze di valori. Il calcio, però, vive di equilibri psicologici sottili. Il rischio non è tanto la perdita di convinzione nei propri mezzi, quanto l’eventuale accumulo di frustrazione in una stagione già vissuta in emergenza permanente. Il Napoli di Antonio Conte ha spesso dato prova di solidità caratteriale, mostrando una chiara identità di gioco anche nei momenti più complicati e sapendo trasformare l’episodio negativo in ulteriore carburante agonistico, proprio come accaduto in occasione della Supercoppa Italiana.
Il calendario offre immediatamente un banco di prova significativo: la sfida di campionato contro la Roma, in programma domenica 15 febbraio al Maradona. Gare di questo tipo rappresentano spesso un indicatore affidabile dello stato mentale di una squadra, anche più di Napoli-Fiorentina, gara vinta a tre giorni dalla pesante eliminazione in Champions League. La Roma di Gasperini è ben altra cosa rispetto ad una Fiorentina tanto tenera quanto calcisticamente depressa e una reazione convincente contro i giallorossi, magari seguita da una vittoria, permetterebbe di assorbire rapidamente la delusione patita nella coppa nazionale.
Perciò, il discorso si sposta inevitabilmente sulle prospettive di campionato. Terzo posto, nove punti di distanza dalla capolista Inter, quattordici partite ancora da disputare: numeri che impongono realismo – come lo stesso Conte ha predicato in modo turbolento nel post-gara di Napoli-Como ai microfoni Mediaset – ma non chiudono completamente lo scenario. Parlare di scudetto, in queste condizioni, significa confrontarsi con un equilibrio complesso tra matematica e mentalità. La distanza è significativa e il margine d’errore ridottissimo, ma il calcio italiano ha più volte dimostrato come la fase finale della stagione possa riservare variazioni improvvise. Le dichiarazioni di Conte, del resto, sembrano orientate proprio verso una linea di prudenza competitiva: evitare facili entusiasmi, evitare illusioni premature, mantenere alta la tensione agonistica e pensare di partita in partita.
In questo contesto assume un valore particolare la cosiddetta “settimana tipo”. L’uscita dalle coppe consente al tecnico di concentrare il lavoro su un’unica partita, favorendo recuperi fisici, organizzazione tattica e gestione mirata delle energie. È una condizione che Conte, per filosofia calcistica, ha spesso dimostrato di saper valorizzare. Tuttavia, esiste anche un rovescio della medaglia: meno impegni possono significare meno ritmo gara, meno possibilità di rotazioni, maggiore pressione su ogni singolo appuntamento. Il beneficio reale dipenderà soprattutto dalla progressiva riduzione dell’emergenza in infermeria, elemento che finora ha condizionato pesantemente la continuità tecnica della squadra.
Ed è proprio all’interno di questa stagione “lacrime e sangue” che emerge con forza la figura simbolica del momento: Antonio Vergara. Il centrocampista di Frattaminore rappresenta, forse più di ogni altro, il termometro emotivo del Napoli attuale. Quattro partite consecutive con un impatto decisivo, prestazioni di personalità, capacità di incidere nei momenti chiave: elementi che vanno oltre la semplice statistica. Vergara incarna l’idea di un Napoli che, pur tra mille difficoltà, non rinuncia alla propria identità, alla propria intensità, alla propria fame competitiva. Il dato più significativo non riguarda soltanto la continuità realizzativa, ma il modo in cui il calciatore si inserisce nei meccanismi collettivi. Non un episodio isolato, ma un interprete pienamente integrato nei principi di gioco voluti da Conte: dinamismo, aggressività, partecipazione costante alle due fasi, duttilità e capacità di svolgere più ruoli e funzioni in mezzo al campo. In una stagione segnata dall’assenza di alcuni protagonisti attesi, la crescita di Vergara assume anche un valore strutturale, suggerendo prospettive interessanti per il presente e per il futuro.
Anche e soprattutto grazie ad un lampo del nuovo astro azzurro, il Napoli ha strappato tre punti molto pesanti nella scorsa gara di campionato contro il Genoa-Napoli. L’ex Reggiana, infatti, si è guadagnato il rigore poi trasformato da Hojlund per la “gioia” di tutto il popolo di fede partenopea, lui stesso in primis. L’uscita post-gara di Vergara – sintetizzata dal “Che gioia” nel sentire il contatto col piede di Cornet in area – ha riportato nel dibattito pubblico il tema su una certa prevedibilità dell’arbitro, troppo legato ai dettami del regolamento, con un atteggiamento che rasenta sempre di più la dipendenza dal VAR. Per non parlare, poi, dell’assistente al monitor che, regolamento alla mano, fa fatica a trattenersi dal richiamare il direttore di gara ad una revisione approfondita, anche in caso di errori non evidenti. In generale, la figura dell’arbitro non è mai stata così nebulosa, figlia di una classe con evidenti zavorre in fatto di conoscenza del gioco vero (fatto di contatti fisiologici e agonismo generale), competenza e personalità.
Con una certa ingenuità che sfuma in innocenza, Vergara ha messo a nudo le fragilità di chi, in altre epoche, avrebbe lasciato correre sul presunto fallo di Cornet oppure di chi, in Napoli-Como di Coppa Italia avrebbe espulso Jacobo Ramon per somma di cartellini gialli, senza se e senza ma. Questa è un’epoca diversa, dove forse è ancora eccessivo gridare al “campionato falsato” (noi non lo faremo perché non crediamo a ciò) ma siamo però abituati a restare sgomenti a settimane alterne di fronte a certe decisioni e questo non giova al benessere delle squadre, di chi le allena e di chi le guarda giocare.
Foto: profilo ufficiale X SSC Napoli
