Correva l’anno 1996, al San Paolo, Napoli e Juventus si affrontano nella gara valida per la quinta giornata di ritorno. I bianconeri campioni d’Italia in carica e prossimi a vincere la Champions League si impongono con il risultato di 1-0 con gol di Fabrizio Ravanelli, poi eroe di Coppa nella finale di Roma contro l’Ajax.
Sono passati poco più di trent’anni e il Napoli, sempre nella sua casa – oggi nota a tutti con un altro nome – torna a perdere una partita senza aver fatto un tiro nello specchio della porta. Questo dato emerso in Napoli-Lazio è abbastanza inquietante, tanto più che a farlo registrare non è stata una squadra anonima e trascurabile nell’economia della Serie A bensì i campioni d’Italia in carica. Quel Napoli sceso in campo in quella domenica di febbraio era guidato da Vujadin Boskov e terminò quel campionato al dodicesimo posto in classifica; contro, in quella Juventus, c’era un altro sergente di ferro e non stiamo parlando di mister Marcello Lippi, bensì di un centrocampista, poi diventato allenatore: Antonio Conte.
C’è da chiedersi, allora, il perché di questa flessione nel gioco e nello spirito, occorsa agli azzurri dal ritorno dalle nazionali e palesatasi sempre di più fino alla deflagrazione di sabato scorso al Maradona contro la Lazio del grande ex Sarri: una squadra svuotata, tecnicamente confusa, atleticamente appannata e mentalmente scarica, tenuta forse in vita, fino a pochi giorni prima, da quelle residue speranze scudetto diventate poi nulle e che hanno lasciato in superficie il brusco calo motivazionale. Nelle parole di Spinazzola post Napoli-Lazio c’era tutto questo e, forse, anche in qualche atteggiamento mostrato da altri addetti ai lavori come Romelu Lukaku, per il quale Napoli e il Napoli sembra rappresentare già il passato.
E per Antonio Conte? Quello che emerge dalle sue (poche) dichiarazioni non sarebbe da ricondurre ad un uomo che medita l’addio ma alcuni segnali sono quanto meno strani, come la più che mezza autocandidatura a prossimo CT della Nazionale: “Se fossi presidente federale mi prenderei in considerazione”. Conte però è un vincente e la proiezione di punti in campionato, in caso di bottino pieno nelle prossime cinque gare, è di 81: record in negativo nel suo storico in Serie A da allenatore. Lascerebbe da secondo (a detta dello stesso tecnico leccese: “Il primo dei perdenti”), da terzo, o da quarto? Ma soprattutto? Ha senso ora fare la cresta sul punticino per capire a quale dei piazzamenti puntare? Per noi sì. Proprio ora serve una reazione. La qualificazione alla prossima Champions League non è ancora matematica e chiudere al secondo posto, vista anche la complessità di questa stagione, costituirebbe un risultato prestigioso. Inoltre, onorare il campionato fino alla fine è fondamentale per non compromettere quanto costruito durante una stagione comunque intensa e per non sconfessare l’identità che Conte stesso ha ricreato nello spogliatoio azzurro dopo il disastro della stagione ‘23/’24.
Non è giusto, allora, ma sacrosanto, buttarsi a capofitto nella sfida contro la Cremonese in programma di venerdì sera, 24 aprile, al Diego Armando Maradona. L’obiettivo è blindare il posto Champions ma in campo, nell’immediato, è correggere gli errori della scorsa gara. Sul piano tattico, continuano a emergere criticità evidenti: la fase difensiva è fragile ma, se Di Lorenzo ha messo nel mirino la sfida del Maradona contro il Bologna, con la Cremonese dovrebbe rivedersi – e dal primo minuto – Amir Rrahmani, un vero fattore per Conte.
L’esperimento dei “Fab Four” non sta dando i risultati sperati: invece di aumentare la pericolosità offensiva, sta togliendo equilibrio e imprevedibilità con De Bruyne che, nelle giornate senza verve e corsa, rischia di demineralizzare, paradossalmente, la fase offensiva. Spazio, allora, dal primo minuto ad Alisson Santos con Conte che potrebbe dare davvero una chance dall’inizio all’ex Sporting Lisbona, vero e proprio risolutore di tante situazioni intricate come nel caso dei big match contro Roma e Milan. Serve un cambio di rotta immediato, anche con scelte forti.
Situazione completamente diversa per la Cremonese di Marco Giampaolo, che arriva al Maradona con un solo obiettivo: fare punti per staccarsi dal Lecce e raggiungere la salvezza, uscendo vittoriosi da questo duello punto a punto dove, ogni domenica, si assottiglia sempre di più il filo e ogni sconfitta può trasformarsi in una sentenza. A complicare i piani c’è la prolungata assenza di Jamie Vardy. A dieci anni dalla leggendaria vittoria della Premier League con il Leicester, il centravanti inglese ha scelto di impegnarsi in questa missione nel calcio di provincia di un nuovo paese. Non manca, tuttavia, questa corrispondenza di “dolori sensi” con i suoi fratelli Foxes, retrocessi nella Serie C inglese dopo una pessima Championship. Come il Leicester, anche Vardy, potrebbe salutare la stagione con una retrocessione e con lui mister Giampaolo che, poco meno di due mesi fa, ha accettato un compito durissimo: condurre in salvo la Cremonese. L’ex tecnico di Milan, Torino, Lecce proverà a tutti costi a mantenere compatta la sua squadra, – forte anche del ritorno in difesa di Baschirotto -, adoperare bene le transizioni approfittando di eventuali fragilità difensive azzurre con le pochissime armi offensive a disposizione rappresentate da Sanabria e Bonazzoli.
Probabili formazioni:
NAPOLI (3-4-2-1): Milinkovic-Savic; Olivera, Rrahmani, Buongiorno; Gutierrez, Lobotka, McTominay, Spinazzola; Elmas, Alisson Santos; Hojlund. All. Conte.
CREMONESE (4-4-2): Audero; Terracciano, Baschirotto, Luperto, Pezzella; Floriani, Grassi, Maleh, Vandeputte; Bonazzoli, Sanabria. All. Giampaolo.
Foto: SSC Napoli
