C’è un refrain interessante nella storia del Napoli, fatto di un’altalena di punti di vista contrastanti a seconda dei sentimenti che muovono i tifosi partenopei. Una volta c’era il bel calcio, e ha “rovinato” tutto, diventato inevitabilmente un metro di paragone a volte leggero, altre volte pesantissimo. Perché, e lo ha visto tutta Italia, quel bel calcio dava a Napoli e al Napoli una certa identità. L’identità della rivalsa, quella che storicamente ha sempre contrapposto il sud al nord. Chi finiva è finito sulla panchina azzurra spesso lo ha fatto in tuta, incarnando un certo spirito operaio, vestendo l’abito di chi è pronto a non sottostare allo strapotere calcistico del nord Italia per riportare Napoli e il sud a ritagliarsi il ruolo che merita. Sarri-Spalletti-Conte: questa la successione che racconta come sia cambiato il modo di intendere calcio in una piazza che lo vive in primis come fonte di entusiasmo. E, quando questo entusiasmo comincia a mancare, è sintomo di qualcosa che diventa oggetto di discussione nell’ottica di una programmazione futura, della programmazione di un calcio che possa essere specchio della città e della sua tifoseria.
La scelta Conte fu fatta anche, soprattutto, in quest’ottica. Napoli e il Napoli venivano da un decimo posto, da una di quelle stagioni che devi accantonare e rendere solo una parentesi che non abbia recidiva. E lo ha fatto nel migliore dei modi, cucendo sulla maglia la storia indimenticabile di un quarto Scudetto che emoziona ancora al solo pensarci. Lo ha fatto da comandante, facendo anche lì leva sul senso di rivalsa, su un certo dimostrare che Napoli meritasse di ritrovarsi avanti a tutte, lì in cima anche contro le più forti degli decenni (e di sempre) della serie A. Poi qualcosa forse è andato scemando, sulla corta di stimoli venuti sempre meno e su un passo in avanti mai realmente compiuto, nonostante l’estate abbia regalato al Napoli un campione come De Bruyne, che quell’entusiasmo l’ha mantenuto e a tratti lo mantiene ancora alto. L’uscita dalla Champions, poi dalla Coppa Italia, la resa di Parma – evidente nelle parole di Spinazzola che sono lo specchio di quest’analisi – hanno definitivamente fatto tramontare il sogno rimonta.
Si dirà che ci può stare, ed è fuori da ogni dubbio. Così come si dirà che chiedere a questo Napoli una qualificazione in Champions sia il minimo indispensabile – al di là della stagione storta, al di là degli infortuni e degli svarioni di una classe arbitrale al centro di scandali e sempre protagonista sulla pagina scritta. I cinque gol del Maradona, ieri sera, rischiano di porre all’attenzione una narrazione distorta: quella di una partita disputata sull’onda delle emozioni e di un certo modo di far calcio. Bologna a parte, però, la realtà è ben diversa: Di Lorenzo giunge al tap-in su un rimpallo, e solo il gol di Alisson Santos è forse un po’ la fotografia di un Napoli che sembra essersi cristallizzato nel gioco e nelle idee. Palla alla punta, sponda ai compagni che accorrono e, se ti va bene, un brasiliano ad illuminare l’ennesima prestazione poco convincente. Terminata, tra l’altro, con lo “schiaffo” di Rowe e le ormai continue indecisioni difensive, come sul gol di Bernardeschi e come sull’ingenuità troppo evidente del capitano azzurro in occasione del rigore.
E le parole di Conte, anche quelle ormai diventate un certo refrain che può diventare meno sopportabile, sono emblematiche. Raccontano di un cambiamento che, fin quando vinci, puoi ancora accettare; ma che quando perdi diventa subito il seme di un certo malcontento generale – d’altronde, che Napoli è una piazza difficile lo si è anticipato poco fa. Se non puoi vincerla, almeno non devi perderla racchiude certo una mentalità da squadra grande e matura. Lo fa meno in una gara come quella di ieri, dove quella fame che ha sempre contraddistinto Conte ha invece rivelato una rosa spompata, sia fisicamente che nelle motivazioni, che rischia di prendere due reti nel giro del primo quarto d’ora, col palo di Miranda a rischiare di replicare lo shock di Bernardeschi. Poi, quando la rimonti – perché la qualità c’è ed è indubbia -, il tempo ti ripaga comunque per una prestazione non all’altezza, e la perdi al 94′.
Del Napoli che fu l’anno scorso, di quell’identità che ha portato nuovamente una piazza calorosa, passionale e che vive di pallone sul tetto d’Italia, è rimasto poco o nulla. Come cantò Battiato l’ombra della mia identità, così l’ombra dell’identità contiana rischia di essere la summa di una stagione che assume i contorno di una opportunità mancata. E in quest’ombra serpeggia l’idea di tornare a fare calcio, perché Napoli sa che, quando tutto sembra girar storto, l’entusiasmo nasce sempre dalle idee, e non solo da un collettivo di qualità che viene meno quando non deve. Che torna a far vincere il Bologna dopo un mese permettendole tre reti quando nelle ultime quattro non ne aveva messa a segno neanche una. Che molleggia nei primi istanti, si fa sorprendere e, salvo averla poi rimontata, cede i tre punti ad un minuto dalla fine. Conte s’è detto contento della prestazione: chi conosce questa piazza sa che Napoli non lo sarà mai, specie se ha alle spalle un passato pesante fatto di emozioni non replicabili sul piano del gioco.
Non è fuori luogo pensare al futuro, non lo sarà né per Conte né per De Laurentiis. Indubbio è, però, che il patron azzurro si sarebbe aspettato un’annata forse diversa, anche sulla scorta degli investimenti fatti in estate. Un’annata, quanto meno, che non culminasse con un certo malcontento e la sensazione che si stia trascinando il carro sulla discesa. C’è una nave da portare al porto, e quel porto si chiama Champions. Così come c’è una squadra fatta di elementi a fine ciclo, una squadra da rispolverare abbassandone monte ingaggi ed età. E il malcontento, che è un po’ al centro dell’analisi, si rispecchia tutto nelle voci che circolano, anch’esse contrastanti: da un lato Conte che apre al prolungamento, dall’altro la suggestione Sarri. Una suggestione, certo, non dettata dalla certezza che possano arrivare nuovi trofei, ma non a caso dalla nostalgia per un entusiasmo andato via via scemando.
Se c’è una sfida, sempre ricorrente e a cui De Laurentiis, pur con i suoi errori, non s’è mai sottratto è proprio questa. Tenere acceso l’entusiasmo, far sì che vedere il Napoli valga sempre la pena, proprio perché, nel Napoli, ci si possa rispecchiare ritrovandovi una certa identità di rivalsa. La sensazione di poter competere con le grandi, con quelle che hanno sempre schiacciato il campionato. E vien da sé che questo faccia sì che ci si chieda – anche inevitabilmente – se c’è bisogno di sacrificare un po’ dell’entusiasmo, essere più italiani, guardarsi un po’ alle spalle. O se, invece, non si debba tornare ad ammettere che con un certo bel calcio si possa aspirare anche a raggiungere traguardi. La domanda delle domande, in una Napoli in cui, appena l’entusiasmo muore un po’, torna a bruciare una certa ferita di chi ha fatto innamorare una piazza pur senza portare trofei.
FOTO: SSC Napoli
Il giorno dopo Napoli-Bologna. L’ombra dell’identità e un certo malcontento: il vento o lo vinci o lo assecondi
