Portici, alla fine dei conti: l’identità di una squadra ricostruita e i mezzi che giustificano il fine

C’è un dato indubbiamente inconfutabile, in termini prettamente sportivi nel calcio va avanti chi vince, chi gonfia la rete più degli altri. E non c’è un solo modo per farlo, perché c’è il fine giustificato dai mezzi e ci sono i mezzi che vogliono giustificare il fine. Chi qui scrive ha avuto modo di “toccare con mano” quanto costruito nella prima annata di Gianluca Passeggio alla presidenza del Portici 1906, e quanto fatto non è per niente scontato, né in termini di investimenti economici, né in termini di risultati ottenuti. E lo conferma in primis il fatto che la rosa – sì rimodellata ad anno in corso, ma solo per raggiungere una determinata forma, e va bene anche se s’è fatto qualche errore di valutazione perché conta l’intento – sia specchio di una identità ben riconoscibile, ricostruita dopo anni di terrore in cui il pallone in città sembrava potesse scomparire da un momento all’altro.
E a parte qualche attimo di terrore anche nello scorso mese, fortunatamente messo a tacere proprio dal presidente azzurro, il lavoro di ricostruzione messo in atto, seppur con tutte le difficoltà di ereditare una situazione piuttosto disastrata quanto ad organizzazione ed economia, è un “piccolo” capolavoro che merita di essere raccontato.

Il Portici costruisce dal basso, e non solo sul rettangolo verde. Crea un Settore giovanile, dà modo ai ragazzi di potersi avvicinare più concretamente al sogno di esordire in Prima squadra con la maglia della propria città. Un’idea, questa, ormai quasi tramontata in altre piazze forse perché sottovalutata, ma che a Portici riaccende un certo modo di intendere il calcio; che ha a che fare con la Comunità e con la città, con una rete fitta, capillare e perciò più solida che amplia il significato di essere porticese. E se quanto costruito alla base viene accompagnato da elementi che valorizzano la Prima squadra, rendendola chiara ed evidente a tutti, il percorso e la strada sono belli che segnati, belli che tracciati. Passeggio scommette su Sarnataro prima, su Maradona Jr. poi. Ma ha già in casa chi è destinato a vestire un abito tutto a firma Portici. L’avvento di Francesco Coppola sulla panchina segna un momento di svolta nella stagione azzurra. Non solo da un punto di vista di risultati, ma anche da un punto di vista che esula dal rettangolo verde.

Il Portici arriva a gennaio senza ormai sperare più nei playoff, più lontana dalle prime cinque e dai vincoli necessari a giocarsi le chance per la serie D. Ci arriva con prestazioni altalenanti, che convincono poco nonostante le vittorie messe in cascina. La sensazione è che non si sia ancora trovata la quadra giusta. Ma il cambio sulla panchina ha risvolti destinati a segnare una cavalcata, quella del girone di ritorno, di cui ci si ricorderà con enorme orgoglio. Coppola muove pochi tasselli, sa che il lavoro da fare quando si subentra a gennaio, non può essere lo stesso di chi ha l’opportunità di costruire basi solide nel ritiro pre-campionato. Così rispolvera la mente dei calciatori, trasmettendo serenità e consapevolezza dei propri mezzi. Facendo capire, con pazienza e dialogo, che quelle qualità possono essere messe ancor di più al servizio di una identità che il Portici ha nelle corde. Quella col Gladiator, in semifinale playoff sarà l’unica sconfitta di Coppola – forse quella più dolorosa, sì – che non macchia un percorso tracciato a cui la società è chiamata a dare seguito per rafforzare un certa filosofia del calcio. In undici gare l’allenatore conquista nove vittorie e due pareggi, per un bottino di 29 punti che segnano la rimonta ai danni dell’Ercolanese e strappano il pass per i playoff.

E se ci sono due momenti almeno che rendono evidente a tutti quanto costruito nell’arco degli ultimi tre mesi sono senza dubbio le trasferte di Forio, Cardito e Aversa. Tre duelli contro tre corazzate altrettanto di spessore, in lotta tutte per un posto in serie D. Real Forio, matematicamente già in D da capolista, Boys Caivanese e Gladiator. Durante la regular season il Portici non perde mai, anzi. Fa calcio spettacolo, diverte i tifosi, e lo fa con la consapevolezza di chi può giocarsela senza timore contro tutte le big del girone. Trionfa contro la capolista con una doppietta di un intramontabile Sarno – e nella mente c’è ancora il velo di Simonetti che gli permette la marcatura in buca d’angolo; batte con lo stesso punteggio la seconda classificata a casa sua, in una rocambolesca gara fatta di rimonte e controrimonte. La firma, neanche a dirlo in maniera ripetuta, è del solito Sarno – un tocco che può nascere solo dalla qualità di chi ha quei piedi lì, da chi viene da quella storia lì. Fa poi tappa ad Aversa, dove strappa un pari anche stretto contro gli uomini di Farina, che se disputano circa mezz’ora di gara in dieci, hanno comunque un’identità più fragile di quella porticese.

Quando poi, tra gol in zona Cesarini e rimonte come quella di Santa Maria la Carità, il Portici strappa la semifinale playoff c’è una consapevolezza ben precisa: la serie D può arrivare, può essere più a portata di mano di quel che si pensa da fuori. E certo, alla fine a disputare la finale ci va chi in termini di reti vince, ma il percorso non si cancella. Il Portici non arriva ai playoff per caso, ci arriva raccogliendo i frutti di un lavoro pensato, programmato – o riprogrammato facendo riferimento alla gestione Coppola -, senza lasciare nulla al caso. Oggi chi guarda giocare il Portici sa cosa può aspettarsi, e un domani sarà importante mantenere salda questa impostazione e questa sensazione. Per far sì che il Portici passi attraverso il riconoscersi per acquistare riconoscenza. In parole più povere, alle scelte di Passeggio questa città e i tifosi al seguito non possono che essere riconoscenti. Non solo per aver salvato il calcio a Portici – aspetto che, se non è primario in quest’analisi, è certamente il più importante -, ma per aver fatto sì che in questo Portici ci si possa riconoscere, ci si possa rispecchiare, come cittadini e come appassionati di un certo modo di intendere il calcio.

In ognuna delle 82 reti segnate, per altro da miglior attacco del girone A di Eccellenza, c’è la mano e la firma di Coppola e del suo staff, ci sono le mani di una squadra che ha saputo scoprire appartenenza e qualità del gioco. La combinazione perfetta per essere ricordata al di là del risultato. Nel calcio vincere può anche non essere l’unica cosa che conta. Prima delle promozioni, prima delle categorie, prima degli obiettivi stagionali (che certo hanno un peso, e il Portici ne conosce il valore), c’è un modo emozionale di intendere il calcio, c’è un modo preciso di intendere il voler far gol, costruito percorrendo un sentiero laddove prima c’era solo erba alta, e scegliendo volontariamente di non percorrere strade già tracciate da altri. Nel calcio moderno, e in un calcio italiano ammazza novità, è una scelta coraggiosa di cui andare fieri, capace di far passare in secondo piano persino il dispiacere di non aver raggiunto la finale. Perché, così costruendo e così tracciando, sai che i riconoscimenti prettamente sportivi devono solo sbocciare, e va solo atteso il momento in cui accadrà.

Chi ha visto il Portici da quando sulla panchina s’è seduto Coppola sa una cosa. Sa di potersi divertire, di vedere una squadra che, indipendentemente dall’avversario, fa di certi principi cardine un punto di forza inequivocabile. Fa del palleggio e del possesso palla il presupposto di un calcio che, quanto prima, punta a verticalizzare o ad arginare le difese avversarie portando in avanti tanti uomini; o puntando, ad esempio, al recupero palla immediato per impedire agli avversari giocate pulite. Poi si può sbagliare, si può essere (e grazia a Dio) imperfetti, ma la mentalità con cui gli azzurri hanno approcciato a certe big del girone è di spessore. Così tanto di spessore che non pare azzardato dire di aver visto il Portici giocare il miglior calcio del girone. Un calcio che, nell’ottica di voler avvicinare di nuovo i cittadini all’isola felice che il Portici sta diventando – e non solo nel Settore giovanile, ma anche sugli spalti -, si può dire con orgoglio che valga il prezzo del biglietto. E quando questo accade, a prescindere dal risultato, si torna a casa col cuore più largo e con più senso di appartenenza, allargando le radici che tengono ancorato chi vive con ancor più fierezza il territorio ai piedi del Vesuvio.

FOTO: Alfredo Russo – Portici 1906