Il giorno dopo Napoli-Arsenal. Allegri e i numeri che (non) contano: forse Conte aveva ragione…

All’indomani della sconfitta all’esordio in Champions contro l’Arsenal, attorno al Napoli c’è una narrazione ridonante e ricorrente. Gli azzurri, a cui Max Allegri sta cercando di cucire il proprio vestito, hanno subito ben 76 tiri totali tra Como, Inter e l’armata di Mikel Arteta. Su questa scia, almeno per chi legge le statistiche, parrebbe che il Napoli non sia mai stato in partita, non abbia provato a giocarsela, né abbia avuto le proprie chance di portare a casa punti importanti – specialmente in campionato.

Nessuno sosterrebbe mai che le statistiche non abbiano valore, anzi. Raccontano certamente della forma che sta assumendo il Napoli – e viene pure da sorridere se qualcuno manifesta una certa sorpresa. Max Allegri non poteva certamente cambiare da un momento all’altro. L’allenatore livornese non abbandona il suo modo di vedere il calcio e che, seppur più vicino ad un passato che il calcio italiano cerca di lasciarsi alle spalle, rappresenta uno dei tanti modi di guardare al rettangolo verde – e grazie a Dio non ce n’è soltanto uno.

Se poi dalla carta, dai pronostici e dalle statistiche, ci si sposta all’osservazione delle partite, dei momenti della gara concitati forse la prospettiva appare leggermente diversa. Nei rocamboleschi minuti finali del Meazza, prima Neres e poi Lucca si divorano il gol del tre a due, salvo poi essere puniti dalla più classica delle leggi del calcio. E non ci si dimentichi che il Napoli fosse sopra di due gol, sebbene gli errori individuali abbiano pesato eccome senza ombra di dubbio (sindacabile la scelta di Badiashile, proprio l’umo su cui Thuram svetta facendo due a due). E se si fa un passo indietro, tra il fuorigioco di Lucca ad annullare la rete di Lobotka, e la clamorosa palla gol divorata da Alisson Santos, il Napoli avrebbe pure potuto strappare un punto contro il Como.

Quanto all’Arsenal, il Napoli fa quel che può, sia tecnicamente che collettivamente. Non ci può aspettare che questo Napoli – dopo due sconfitte di fila – se la giochi a viso aperto con i vice Campioni d’Europa, e ancor meno ce lo si può aspettare da un allenatore come Allegri. Eppure nei primi 45 minuti gli azzurri soffrono il giusto, sprecando qualche ripartenza in campo aperto, figlia di ultime scelte discutibili tra Alisson e De Bruyne. Nella ripresa la squadra di Allegri si abbassa fin troppo, cercando di proteggere con compattezza un pareggio che, alla lunga e per le qualità dell’Arsenal, si sapeva sarebbe crollato. Più fiacco nella condizione fisica, il Napoli non riparte e va all’arrembaggio solo dopo lo zero a uno. All’89’ De Bruyne si divora in parte la buona chance del pareggio, e laddove può calciare ha forse estremo altruismo per un’area in cui comparivano solo Lucca e Neres.

Eppure in costruzione, nel primo atto dell’incontro, il Napoli non fa male. Anzi la scelta (obbligata in parte) del doppio play con Gilmour e Lobotka premia di più gli azzurri, che quando possono verticalizzano su Hojlund e sfruttano un De Bruyne più avanzato rispetto alla mediana. Con questa traccia, e quando possibile sfruttando le avanzate di Di Lorenzo, il Napoli riparte bene. Ma lo fa mancando nell’ultimo passaggio, che è poi quello decisivo. Tutto si riassume in quanto detto in conferenza stampa: “Nel calcio è importante fare la scelta giusta“.

Tre sconfitte nelle ultime tre, una sola vittoria contro il Genoa. Qualche infortunio decisamente di troppo sul groppone, ma la tranquillità di chi non vuole sentir parlare di crisi, ma solo di lavoro e pazienza. Perché contano i risultati, e le somme tirare solo a fine stagione. Bastano davvero questi numeri – d’inizio campionato, di duelli con corazzate – a respirare aria di sentenza? Domanda retorica, la risposta è naturalmente no (e sembra anche assurdo doverlo ribadire cercando di prender tra le mani le briglie degli umori dei napoletani). E quanto letto in giro, analisi a volte soltanto parziali e incoraggiate, spinte in avanti da una quasi certezza che il calcio si intenda in una sola maniera, è la prova che Conte aveva ragione.

Era lo scorso 26 maggio, e l’artefice del quarto Scudetto azzurro in conferenza stampa diceva una cosa simbolo, reiterata negli anni da una tifoseria che a volte impara poco dal passato: “Non sono riuscito a compattare l’ambiente“. Una frase che apparve come una sentenza, ma che adesso si riflette tutta nel malumore (certamente legittimo) di una piazza che sembra già sventolare una bandiera. Non necessariamente quella azzurra, ma quella bianca che cantava Battiato ne La Voce del Padrone (1981).

Alla luce di una Champions e un campionato ancora tutti da giocare, c’è bisogno di ribadire (ancora una volta) che c’è bisogno di equilibrio. Lo stesso che è mancato quando cominciò Sarri nelle sue vesti da “sconosciuto” che allenava all’Empoli, Spalletti un eterno perdente e Conte un “bollito” che non aveva più niente da chiedere ad un calcio troppo cambiato. Poi ci ha pensato il destino a rimescolare le carte in tavola, a smentire una certa parte del tifo partenopeo, pronto a salire sul carro dei vincitori.

Non che debba sempre andare così, non ci si può aspettare sempre che sia la fortuna a sorridere. Ma neanche che debba a priori andar male sulla scia di tre gare combattute con le prime della classe. Per chi scrive di questa piazza e di questa tifoseria, tenere a freno l’istino, gli umori e l’emotività diventa una priorità da tenere avanti a tutte, per cavalcare l’onda di una certa onestà intellettuale. Che se da un lato non nasconde sensazioni pessimistiche sull’avvio stagionale, non deve neanche voltarsi di fronte ad un Napoli che comincia ad assorbire la mentalità del suo allenatore. Perché – e non lo si dimentichi – poco conta se a Ciro o a Maurizio piaccia un altro tipo di calcio, mentre Marco sostiene che il calcio continui a non essere legge matematica. Contano solo i risultati, e questo sì, indipendentemente dal bel gioco. Facendo un promemoria: nell’arco di novanta minuti non c’è un solo modo per ottenere i tre punti. E chi pensa ce ne sia solo uno, forse indossa solo un paio d’occhiali da sole, quando c’è una luce stupenda di cui poter godere.

FOTO: SSC Napoli