Dalle lacrime di Foulon alla gioia del triplice fischio, ogni partita come fosse l’ultima

Col fiato sospeso, perché quel rigore alla Roma si sarebbe potuto rivelare l’esito più ingiusto per un Benevento che aveva letteralmente annullato la squadra di Fonseca. Lo sa bene Foulon, il giovane belga il cui cuore si è fermato per un attimo quando Pairetto ha indicato il dischetto. Nessuno l’avrebbe condannato, perché quando ami la maglia a volte il cuore e l’istinto prevalgono sulla razionalità. E quel fallo rappresenta la volontà di chi lotta a tutti i costi e vuole assolutamente impedire che un tiro possa spezzare l’incantesimo di una serata magica. Perché di magia si tratta: quello che Inzaghi, Foggia e Vigorito stanno realizzando permette ai bambini di innamorarsi del calcio, in un momento in cui il termine va a braccetto con business.

E quasi ogni campano ieri, attaccato alla televisione, viveva con ansia e tensione gli ultimi attimi di una gara in cui il Benevento ha dimostrato non soltanto di saper giocare a calcio, ma anche di sapere cosa significa sacrificarsi e cosa significa dover far di tutto per arrivare al sogno salvezza.

Un sogno salvezza che si vede nello sforzo di Hetemaj, che lotta fin quando Inzaghi lo tiene sul terreno di gioco; o ancora nella rabbia di Glik, consapevole di aver messo la squadra in difficoltà. Il polacco è stato costretto con la forza ad abbandonare il terreno di gioco e avrebbe dichiarato anche un “io non mi muovo da qui, devo rimanere accanto alla squadra”. Segnali forti di chi conosce la tensione e la pressione di certi momenti della gara. E così tocca soffrire tutti, insieme, per raggiungere l’obiettivo che si è prefissati: quello di fermare una compagine come la Roma che di calcio ne ha tanto da vendere. Le lacrime di Foulon sono testimoni di quanto ogni calciatore scenda in campo come se fosse la partita della vita. Il belga al triplice fischio ha abbracciato forte Ionita, in una scena che ha fatto commuovere tifosi del Benevento e non. Ché difficilmente si vede un 21enne straniero, da poco o più di 7 mesi in Italia, sentire così tanto il peso di una maglia, dando esempio a tutti coloro che sembrano dimenticare la città, i tifosi, il ruolo che rivestono, prima ancora del lavoro che svolgono.

Ci si è avvicinati al calcio per passione. Chi prima, chi dopo, viveva della bellezza di veder far gruppo, di poter esultare e di poter far parte di una città inorgoglita dalla propria squadra. E ogni calciatore è diventato un beniamino, idolo da seguire, esempio di passione che non muore mai, prossima maglia da indossare e con la quale giocare nelle strade. Piace pensare che ieri i bambini del Sannio abbiano pianto insieme a Foulon, vedendolo uno di loro, non ancora corrotti da un sistema calcistico in cui spesso un mucchio di soldi viene prima dei valori umani. Ma a Benevento non è così: Vigorito ha creato una fitta rete di affetti e di stima sincera tra i componenti del gruppo squadra e quelli della società. L’abbraccio di Ionita al belga è l’abbraccio di un padre al figlio, quando si pensa allo 0-0 come decisivo per la corsa salvezza. Ogni partita come fosse l’ultima: e l’esultanza di ieri sera sembrava quasi quella di chi esulta per una salvezza conquistata. Perché la guerra si vince soltanto pensando che ogni battaglia sia decisiva; pensando che in ogni gara si debba sputar sangue. Più volte, in conferenza, Inzaghi ha fatto capire che in serie A nessuno ti regala niente. E i 25 punti che i giallorossi hanno sudato li hanno conquistati ad uno ad uno, senza quasi mai affidarsi alla sorte, ma anzi dominandola con la consapevolezza dei propri mezzi. Certo, ci si porta dietro qualche errore, pecche della inevitabile esperienza limitata in A, ma il gruppo sembra imparare, passo dopo passo, da ogni errore compiuto.

Se all’andata il Benevento tenne a bada la Roma per 70′ minuti, ieri Fonseca l’avrebbe vinta su calcio di rigore o, forse, l’avrebbe persa in parità numerica. Quello che stanno facendo gli uomini di Inzaghi va goduto fino in fondo, perché accompagnato da momenti non soltanto indimenticabili e memorabili per la società sannita. Momenti che permettono un tuffo nei ricordi a quando si era piccoli e a quando ci si è innamorati del calcio per la prima volta. Perché, ammettiamolo, un padre per far capire cosa è significato il Benevento mostrerebbe al proprio figlio gli occhi grintosi di Schiattarella, la testardaggine di un Glik che fa i capricci per non lasciare i compagni, la lotta di un Hetemaj che non muore mai e le lacrime di un Foulon che alza gli occhi al cielo e abbraccia il compagno. Diteci, insomma, se tutto ciò non può essere fonte d’amore; diteci se tutto ciò non può farci sentire un po’ uno di loro.