Doveva essere una partita di spicco, in uno dei periodi più bui nella storia del calcio Napoli. I tifosi ci speravano, perché questa città ha sempre vissuto di speranze, di voglia di rivalsa e consapevolezza che si potessero sovvertire i pronostici con la sola forza dell’entusiasmo. Sì, l’entusiasmo, parola che sancisce forte l’importanza di questo sport per la tifoseria partenopea. La gara, invece, si è rivelata l’ennesima delusione di una squadra senza carattere, senza identità ed idee di gioco. Finale di un copione già scritto un anno fa, quando sotto la gestione Ancelotti, ad Udine, si giocava a passarsi il pallone passeggiando sul rettangolo verde.
Il Napoli che scende in campo al Maradona è tutto riassunto nel fermo-immagine del gol subito. Maksimovic e Rrahmani sembrano non sapere chi marcare, confusione totale di una squadra che sembra essersi dimenticata come ci si schiera sui calci piazzati (come successo a Bergamo). In vantaggio di una rete il Napoli non riesce a mettere la freccia per il sorpasso. E anche se sulla corsia opposta non c’è anima viva, la squadra di Gattuso rimane alle spalle del Granada, che addirittura trova il gol del pari in una delle uniche occasioni (se non l’unica) della gara di ritorno. Il resto è un baratro troppo grande per essere colmato. Perché non basta un solo tempo all’altezza su quattro (in due gare) per salvare la faccia e la dignità di un Napoli irriconoscibile. Non basta l’assalto finale di un Napoli che sembra dover rimontare contro una delle più forti squadre europee. In realtà, di fronte, c’è una squadra che ha un organico di molto inferiore ai vari Politano, Insigne, Mertens, Zielinski, Koulibaly, Fabiàn (e potremmo continuare sino a terminare la rosa). L’atteggiamento giusto, aggressivo, voglioso di ribaltarla, gli azzurri lo assumono soltanto nei minuti finali, quando ormai soltanto un miracolo di san Gennaro riuscirebbe a garantire la qualificazione.
Illusorio l’attimo dopo la rete di Zielinski, quando il popolo azzurro sembrava sperare in una (più che fattibile) rimonta. Ma con un divario così grande non si può parlare di impresa (per quanto il pallone sia rotondo), termine che si dovrebbe abolire in relazione alle due squadre che si sono affrontate. Un attimo svanito, fuggente. Poi il ritorno nel baratro di un entusiasmo spento forse da quando andò via Maurizio Sarri. Ché Napoli è una città a cui non importa vincere, a Napoli c’è bisogno di attaccamento, di emozioni, di sudore e di voglia di regalare gioie a grandi e bambini. Un entusiasmo che Gattuso ha più volte sperato di far rivivere, tuttavia senza riuscirci se non in momenti incerti e dimenticati. E si vuole anche scommettere su quanti avranno spento il televisore dopo il gol del pari, delusi dalle prestazioni di una squadra che sembra non avere né capo né coda.
Non ci sono più parole, se non ipotesi. Se De Laurentiis punta al quarto posto, non può permettersi di vedere prestazioni del genere. E se Gattuso vuole raggiungere i suoi obiettivi deve certamente invertire la rotta. A partire dall’organizzazione tattica, dalla definizione di un modulo adatto, che non sia sinonimo di confusione in campo, che non si traduca in ruoli inediti, a distanza di un anno e passa in cui il tecnico calabrese ha avuto modo di studiare il Napoli e di cominciare a costruirlo come voleva. Si raggiunge l’apice della pazienza, si raggiungono dei limiti quando prestazioni del genere non sorprendono più. Perché il Napoli non può più essere una squadra che alla disperata, priva di qualsiasi identità tattica, si getta alla ricerca di un gol come accaduto stasera. E finisce così, che ci si aggrappa ai ricordi, ad un Napoli abituato al tiki-taka, ad imporre la propria mentalità in uno stadio come il Bernabeu (contro i campioni d’Europa), a segnare 3-4 gol su una costruzione illimitata di manovre offensive. Una squadra abituata a meccanismi oliati, memorizzati, che dessero vita alle più belle coreografie calcistiche, in una dimensione calcistica che si traduceva quasi in erotismo.
Invece si è ucciso l’entusiasmo, si è uccisa la voglia di esultare, forse anche quella di sperare. E per un ambiente destabilizzato come quello del Napoli, ce n’è un altro, quello del Benevento, che mette in risalto tutto ciò che è stato sottratto alla città partenopea. Passione, attaccamento, voglia di lottare e incapacità di arrendersi. Questo è tutto quello che non si vede tra le fila azzurre, questo è tutto quello che questa città sperava non potesse spegnersi mai. Piano piano la fiammella comincia non restare così accesa. Quanto ancora dovremmo aspettare prima che si spenga del tutto? Quando trovare soluzioni prima che sia troppo tardi?. Porre rimedio subito, non spegnere l’entusiasmo, non spegnere tutto ciò che tiene in vita la Napoli calcistica, che continua ad essere imparagonabile alle altre città per il modo in cui vive questo sport. L’amore per Maradona, la pelle d’oca al bel gioco di Sarri, soltanto due degli esempi per capire con quanta passionalità si vive il calcio qui. Che ci sia soltanto un comandamento: non uccidere l’entusiasmo partenopeo, che allontana i problemi e vive di non detto.
Il Napoli e la morte dell’entusiasmo…
