Come un segno del destino nel momento peggiore della tua vita, il coniglio che salta fuori dal cilindro magico nel periodo più delicato del Benevento. Un palcoscenico di magia, dove sono esibiti attori pronti a dar vita alla più bella performance stagionale, proprio mentre nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ma le imprese, così come i sogni sembrano davvero irraggiungibili, motivo per il quale, quando ciò si realizza la realtà lascia posto all’incredulità, prima della presa di consapevolezza e di coscienza. Un attimo di magia, un attimo di non vita, un attimo prima di aver realizzato cos’hai appena fatto, quell’attimo di esplosione di gioia e di puro appagamento.
A Torino, il Benevento fa il Benevento. Lotta con sacrificio, subisce, soffre non poco, perché bisogna anche saper soffrire. Montipò ingaggia un duello con Ronaldo, gli dice sempre di no, annullando persino l’enorme divario tecnico delle due squadre sul terreno di gioco. Hetemaj e Improta si sacrificano, così come Tuia che ci mette la…testa quando CR7 è ad un passo dal segnare una rovesciata in piena area di rigore. Dall’altra parte, un argentino – il Sud America per chi è campano, e non solo, è semplicemente patria del calcio – alla prima occasione buona infila il coltello in una piaga che per gli juventini si è aperta già con l’eliminazione in Champions. E’ la poesia sta nel fatto che lo fa con una maglia, quella con la 7, quella di Carmelo Imbriani, simbolo di un amore che travalica i confini del calcio, ed entra nelle case di tante famiglie del Sannio. Dopo la rete, l’immensa densità del Benevento – con i dovuti rischi provocati dai campioni d’Italia in carica – ha fatto il resto. Al triplice fischio è gioia, è impresa storica, destinata ad entrare negli annali della società campana: il gol di un argentino, il soffio di Carmelo che ha aiutato il pallone ad entrare.
C’è tutto questo nel magico pomeriggio che il Benevento di Inzaghi ha vissuto in quel di Torino, quasi un remake di quel Juve-Napoli del 2018, quando allo scadere Koulibaly s’alzò a sfiorare la mano di San Gennaro per colpire alle spalle di Buffon. Obiettivi diverse, squadre diverse, allenatori e modi di giocare diversi, ma una cosa in comune c’è: il gruppo, come una famiglia, verso un unico obiettivo. Certo, per gli uomini di Sarri non finì bene – s’è aperta una ferita che ancora deve rimarginarsi – e ci si augura che l’esito dei giallorossi sia diverso, volto alla conquista di una salvezza che la società di Vigorito – gli investimenti, ma ancor prima, la passione di quest’uomo, più volte dimostrata e su cui ci fossero pochi dubbi – ha già fatto capire di meritare (poi il calcio è strano, questo è il bello, e al tempo stesso il brutto). Ciò che conta, però, resta ciò che si vive mentre si ‘scala la montagna’: sudore, impegno, dedizione, sacrificio, supporto dei tifosi, momenti di difficoltà ai quali si va in contro. Insomma, pura vita: e quando, come accade per il Benevento, queste emozioni sono vissute senza alcun tipo di filtro, quasi allontanando l’immagine di un calcio che ruota sempre di più intorno al dio denaro; si diventa giocatori, allenatori, presidenti, qualsiasi persona voglia cercare di aggiustare le sorti di una squadra che merita un preciso epilogo. Ci si immedesima così tanto che ci si affeziona non poco, si va oltre la professione; si entra in una dimensione idilliaca, fatta ancora di bambini che corrono su un prato per urlare ‘goal’.
Una vittoria che mancava dal 6 gennaio, dal giorno della Befana, e che viene ritrovata il 22 marzo del 2021, tre mesi e passa dopo. Contro la Juventus campione d’Italia, contro un monte ingaggio quadruplicato (se non di più), contro lo spessore tecnico (ed economico) rappresentato da Cristiano Ronaldo, contro una delle squadre più forti in Europa, in uno stadio che ha accolto i più grandi del panorama mondiale. E’ Davide che vince contro Golia, il comandante che assedia il palazzo – ogni riferimento è puramente casuale, o forse no – attimi di eccitazione pura, al limite dell’erotismo. Ma soprattutto, momenti come questi rappresentano nuove storie da raccontare in futuro, quelle che si tramandano di generazione in generazione, di nonno in nipote, di padre in figlio. Che quando si dice ‘al di là del risultato’ è vero: ogni tifoso del Benevento – è anche chi ne è semplicemente simpatizzante – sa bene che l’amore di cui Inzaghi e il gruppo squadra si sono circondati non si scrosta facilmente di dosso. Quell’amore da leggersi tra le linee delle dichiarazioni di Vigorito, nel Foggia che lo prende in braccio, nel video degli spogliatori giallorossi post-gara, negli abbracci di uno staff costretto a fare i conti con una situazione fisica non facile da gestire. Un riscatto, l’ennesimo, dopo quanto sta costruendo la società sannita.
Lo abbiamo detto prima: più che la meta conta ciò che si prova quando si sta in viaggio. La vittoria, impensabile, inimmaginabile, surreale a tratti, contro la Juventus è la dimostrazione che credere nei propri sogni è alla base di qualsiasi impresa. Non che l’esito del Benevento debba essere lo stesso di quel Napoli – anzi, ci si augura proprio il contrario – ma anche quella squadra azzurra ha regalato un lascito meraviglioso, legato in primis alle emozioni che a volte quasi fanno dimenticare per cosa si stesse lottando. La realtà del Benevento merita un riscatto, una salvezza-scudetto da festeggiare nel migliore dei modi. Il trio Vigorito-Foggia-Inzaghi ha già dimostrato di crederci da inizio stagione, così come un gruppo squadra che, nel momento un cui tutto sembrava quasi in caduta libera, ha fatto capannella contro tempesta e vento.
Fin dove può spingere la passione…fin dove può spingere la voglia di voler fortemente raggiungere la meta, facendo leva sulle emozioni che si provano in una famiglia. Perché il Benevento prima di essere una squadra rappresenta l’ideale di famiglia calcistica, in cui a volte posson esserci incomprensioni. Ma durano poco, se alla base c’è un forte legame d’amore fraterno. E l’amore fraterno può raggiungere vette inimmaginabili; e quando l’amore viene prima di tutto non può esserci che (l’augurato) lieto fine.
Benevento: credere nei sogni è alla base di ogni impresa
