“Il ragazzo è bravo, però è bassino”
Comincia così la storia che raccontiamo oggi. Quante volte se l’è sentita ripetere questa frase, Lorenzo Insigne: si proprio lui, il ragazzo col numero 24, quello che ogni domenica vediamo in campo con indosso la maglia azzurra e la fascia di capitano sul braccio sinistro, quello soprannominato “il Magnifico” come il signore fiorentino col quale condivide il nome. Lorenzo magnifico lo è sempre stato, ma non nell’amministrazione di uno storico comune, bensì di un oggetto sferico capace di far sognare milioni di bambini in tutto il mondo. Da quando impara a camminare, Lorenzo sperimenta l’amore per il magico gioco del pallone ed è attratto dalla squadra della sua città, quella dove Maradona ha incantato per anni il mondo intero, prima di andarsene nell’estate del 1991, proprio nel periodo in cui Insigne nasce: il Napoli che vede in televisione per tutta la sua infanzia e la sua adolescenza quindi non è propriamente quello dei tempi migliori, anzi la ricostruzione dopo l’addio del fuoriclasse argentino va a singhiozzo, il livello scende sempre di più fino ad arrivare alla Serie B prima e al fallimento societario poi. L’amore però si sa, di razionale ha davvero ben poco, e nonostante le mille difficoltà Lorenzo si innamora di quella realtà e sogna di entrare a farne parte un giorno, di poter essere lui il punto di riferimento della rinascita che deve esserci per una città come Napoli.
La strada per il successo non è semplice, anzi le difficoltà arrivano da subito, quando agli allenamenti è costretto a mettere vicino un lavoro da venditore ambulante, per racimolare soldi che servivano in casa. “Se non hai voglia di studiare ti trovi un lavoro!” è l’ordine categorico del padre, e lui non si fa spaventare, o meglio quella paura la combatte: questa sarà una costante della sua carriera, la paura da vincere per diventare migliore. La paura arriva quando il tempo per allenarsi latita, quando è così stanco da addormentarsi negli spogliatoi, arriva quando prima Torino e poi Inter dopo averlo visionato, arrivano alla stessa conclusione con cui comincia tutta la storia: “Il ragazzo è bravo, però è bassino”.
La paura che tutti i sacrifici possano essere inutili, che quel sogno sia destinato a restare nel cassetto mai aperto c’è ed è tangibile, ma visto che stiamo parlando di destino, dobbiamo menzionare anche la sua magia: succede che il 2004, l’annus horribilis per eccellenza della storia partenopea, quello culminato nel fallimento e conseguente ripartenza dalla Serie C, combaci col momento in cui Lorenzo prende coraggio, fa un tentativo per entrare nel settore giovanile degli azzurri, e succede che viene preso, il sogno non è ancora diventato realtà, ma ora ha un punto di partenza.
Compie la trafila delle giovanili e nel Gennaio 2010 Walter Mazzarri, allora allenatore della prima squadra, decide di farlo debuttare tra i grandi durante un Livorno-Napoli: che giorno del mese era? Manco a dirlo, il 24…
La casa madre capisce che per un futuro roseo è necessario staccare il cordone ombelicale, mandarlo altrove per un periodo al fine di farlo crescere e accumulare esperienza: nell’ordine Cavese, Foggia (dove segna 19 goal in Lega Pro e 7 nella Coppa Italia di categoria, di cui diventa capocannoniere) e soprattutto Pescara, che insieme ad altri super talenti come Marco Verratti e il suo grande amico Ciro Immobile trascina alla vittoria del campionato con annessa promozione in massima serie, lui segna altri 18 goal e viene nominato miglior giocatore della Serie B 2011/12. Il Napoli capisce che è pronto, è il momento di portare Lorenzo di nuovo a Napoli, stavolta per fare il protagonista.
L’esplosione a quei livelli non è immediata, la prima stagione con Mazzarri è di assestamento e di esperienza; nella seconda con Benitez trova più continuità da titolare, il feeling con la porta manca ma risponde presente quando conta di più, nella finale di Coppa Italia con la Fiorentina sigla una memorabile doppietta che porta il trofeo sotto il Vesuvio; è l’attimo in cui tutti, lui compreso, cominciano a sognare, cominciano a credere che lo scugnizzo possa davvero diventare il pioniere di una nuova era di successi, il nuovo simbolo della napoletanità ad alti livelli nel panorama calcistico, ma la paura torna a far parte di questa storia il 9 Novembre 2014, quando per un incredibile disegno del destino proprio contro la Fiorentina, si rompe il legamento crociato anteriore del ginocchio destro: sono mesi di sofferenza, di lento ritorno all’attività sportiva, dove Lorenzo deve essere bravo ad affiancare, alla voglia di tornare e spaccare il mondo, la razionalità di andarci cauto per evitare ricadute. Torna in campo nel finale di stagione ma è ancora lontano dal suo vero potenziale.
Maurizio Sarri. Questo il nome del tecnico che cambia la storia di Insigne e del Napoli: un uomo cresciuto professionalmente sui campi di provincia, nella periferia calcistica, che veste in tuta nel mondo delle giacche e delle cravatte, rigorosamente con una sigaretta in bocca sia chiaro; eppure dietro questa immagine da zio si nasconde un incredibile genio della tattica, un maestro di calcio che porta la piazza al piano superiore, giocando per 3 anni ad altissimi livelli di intensità e spettacolo, ogni elemento della rosa cresce e rende come mai fatto prima ed Insigne non è da meno: impara ad essere meno prevedibile, a cercare di più i compagni e a crearsi la giocata individuale con più intelligenza; prima diventa la spalla ideale di Higuain, poi quando quest’ultimo saluta forma il trio delle meraviglie con Mertens e Callejon, geniale intuizione di mister Sarri che schiera insieme i 3 piccoletti veloci di piedi e di pensiero. Lorenzo nell’era Sarri segna 47 goal e serve una quantità industriale di assist soprattutto all’esterno spagnolo sulla corsia di destra, con una serie di giocate che tutti prevedevano ma nessuno riusciva a contrastare. Evolutosi definitivamente da semplice esterno offensivo a vero e proprio “playmaker” del reparto avanzato, con l’arrivo di Ancelotti vive alti e bassi: se da un lato c’è la consegna nelle sue mani della fascia di capitano, coronazione della sua epopea napoletana, dall’altro ci sono le tensioni con lo stesso allenatore, la spaccatura nello spogliatoio e l’ormai storico ammutinamento. Un punto di svolta arriva il 10 Novembre 2019, in un Napoli-Genoa 0-0, dopo l’ennesima prestazione scialba di quel periodo e in piena crisi di risultati, Lorenzo esce e viene pesantemente fischiato dal pubblico presente: lui, che quello stadio sognava di conquistarlo da tutta una vita, che esce tra le urla di disapprovazione della folla che probabilmente in quanto capitano lo inquadra come simbolo del decadimento dopo anni di gloria.
I pro e i contro di un ruolo così importante. Lorenzo però medita pesantemente sull’episodio, capisce probabilmente che dopo quella batosta serve cambiare registro, quello deve diventare il punto di partenza da cui costruire una versione migliore di sé stesso, e in questo il nuovo allenatore Gennaro Gattuso, grandissimo motivatore, dà una grande mano al numero 24: lui in fondo è il simbolo della grinta, dell’abnegazione messa al servizio della squadra, è la dimostrazione che a prescindere da quali siano i tuoi mezzi se tu dai tutto te stesso per migliorarti i tifosi te lo riconosceranno e ti ameranno. Prima il finale in crescendo nel post lockdown, con la Coppa Italia 2020 in bacheca, primo trofeo alzato da capitano per lui. Poi la stagione 2020/21 che è la migliore della sua carriera, non solo per il suo record di goal in campionato (19) e per i 7 assist messi vicino, ma per l’atteggiamento, per la leadership che quest’anno è parsa come non mai tangibile e in grado di spostare gli equilibri, la squadra tante volte è dipesa da lui sul piano tecnico e morale e lui ha saputo reggere un peso di tali proporzioni per la prima volta in carriera. Non sono mancati i momenti negativi, il rigore sbagliato nella Supercoppa poi persa contro i rivali di sempre della Juve con annesse lacrime nel post partita è l’immagine simbolo della sofferenza che può portare un amore viscerale come quello che Insigne prova per il suo Napoli, ma l’amore sano e puro un modo per superare le difficoltà lo trova sempre, e l’essersi presentato 24 (!) giorni dopo, in un altro Napoli-Juve, a calciare di nuovo dal dischetto e questa volta con successo, è la dimostrazione definitiva della solidità mentale che questo ragazzo ha finalmente trovato. A 30 anni Lorenzo ce l’ha fatta, può dire di essere arrivato al Napoli da ragazzino e di lasciarlo, quando sarà, da uomo. Un uomo non perfetto, che può sbagliare. Un uomo che ha le sue debolezze, le sue fragilità. Un uomo che però quelle debolezze le combatte, così come le paure. Un uomo che aveva un sogno, lo ha inseguito, e una volta ottenuto lo ha mantenuto tra le mani senza mollare la presa.
Un uomo con pregi e difetti, e forse sono proprio questi ultimi ad aver reso il suo viaggio ancora più bello, quei passi falsi e quelle fermate improvvise. Ha dimostrato di essere più delle 396 presenze. Più dei 109 goal. Più delle 2 Coppe Italia e della Supercoppa vinte. Più dei tanti secondi posti, per ora non culminati in quello scudetto che sarebbe la ciliegina sulla torta. Un personaggio che ha provato e prova tutt’ora a distinguersi, ad essere l’ultima bandiera del nostro movimento calcistico, e di farlo nel suo stile, probabilmente inimitabile. Non dategli la numero 10, Lorenzo merita di scrivere la sua storia senza ombre sulle spalle, senza metri di paragone, merita una narrazione e un finale che siano a loro modo uniche. Perché a Napoli il 10 c’è già stato, e non ci sarà mai più; a suo modo, però, a Napoli c’è stato, c’è, e ci sarà anche il 24.
Tanti auguri Lorenzo
fonte foto: pagina Facebook ufficiale SSC Napoli
