Il racconto della Strega – Il Benevento e una partita no: non essere bandiere al vento

Quando si analizza una gara, bisogna tener conto di molteplici fattori, calarla in un determinato contesto, in un determinato anno, considerarne tutti gli aspetti. Il presidente Vigorito ha voluto fortemente Caserta, per la sua esperienza in B con la Juve Stabia – anche quello un anno in cui sulle Vespe (come sulle altre squadre) gravava il Covid e la surreale pandemia vissuta – e per aver riportato il Perugia in serie B. Agli obiettivi raggiunti, la consapevolezza di un’idea di gioco, forse tra le più importanti qualità che un allenatore moderno possa avere, e la certezza di un lavorare che porta risultati se allestita una rosa all’altezza.

In quel di Alessandria, il Benevento tiene la palla per la maggior parte di gara, non forza la giocata quasi mai e a fine partita la percentuale di possesso tocca il 65%. Stavolta, però, poco cinismo, poche conclusioni e pochi spaventi dalle parti di Pisseri, non fosse per l’ingresso in campo di Francesco Forte. È cosa certa che l’attaccante del Venezia non sia Lapadula, tanto corteggiato da club di A, ma un attaccante che Caserta conosce bene, funzionale al gioco che vuole proporre, letale in area di rigore – è il motivo per il quale viene soprannominato lo squalo. Poi un pizzico di sfortuna, un palo colpito e un salvataggio sulla linea nel corner che ha portato alla conclusione Tello. Una sconfitta, a volte, non è figlia soltanto della bravura degli avversari, ma figlia anche di qualche episodio non propri favorevole alla causa. E così nella sfida contro gli uomini di Moreno Longo, bravi nell’essere solidi in fase difensiva e veloci nel ripartire sfruttando spesso i vuoti inevitabili che si creano quando proponi calcio.

Non c’è da farne un dramma, ha detto Caserta in conferenza, un messaggio semplice e chiaro che racchiude un significato importante: non è certo una sconfitta (che resta pur sempre una sconfitta, sia chiaro) a mettere in discussione il lavoro di mesi e mesi. E questo è importante lo capiscano anche i tifosi, che più spesso svolazzano come fossero bandiere al vento, a seconda della direzione in cui tira. Se si vince, si esalta il tecnico calabrese; se si perde è immediata disperazione. Per quanto questo atteggiamento ben rifletta le sensazioni a caldo di chi vorrebbe sempre veder vincere la propria squadra del cuore – a maggior ragione se è il Benevento e se ancora scotta la bruciatura di chi ha rivisto la retrocessione in un anno in cui si poteva far meglio – c’è sempre bisogno di mantenere alta la fiducia nel lavoro di Caserta e nelle scelte societarie fatte in maniera ponderata.

Di partite no ce ne sono state e forse ce ne saranno ancora (ci si augura di no), perché calate nel difficilissimo contesto di chi è costretto a fare la corsa ai tamponi, aspettare i referti e sperare in una negatività in primis per allenarsi, e solo dopo per cercare di rientrare tra i convocati. Ma Caserta sta dimostrando che la squadra, nonostante la sconfitta di Alessandria, che i suoi uomini sono fedeli alle sue idee di gioco, fedeli al sacrificio e al lavoro ogni settimana, a remare dalla stessa parte per raggiungere un obiettivo comune. Tocca, quindi, non disperarsi e lasciare che il Benevento faccia il suo cammino – seppur calato nella delicata situazione Covid – e che usufruisca di tutte le frecce al proprio arco per tentare l’assalto alla A. Dettagli da limare, occasioni da sfruttare, meccanismi difensivi e persino i modi di portarsi la fortuna dalla propria sono i punti all’ordine del giorno di un Caserta che, critiche o non critiche, ha la testa soltanto sul campo. Perché è un professionista, perché ha un obiettivo, e perché la determinazione con la quale vuole raggiungerlo cerca di trasmetterla costantemente alla squadra. Dargli fiducia, anche nelle sconfitte, è il minimo che si possa fare nei suoi confronti. Il massimo è andarne fieri.