A spegnere l’entusiasmo è la consapevolezza che un post Sarri non c’è mai stato

Cruijff diceva: “Non ho mai visto un mucchio di soldi far gol”. E non sono poche quelle squadre che, pur spendendo miliardi provando a salire sul tetto d’Europa, non sono mai riusciti a raggiungere l’obiettivo sperato. Questo perché forse a vincere, alla lunga, sono soltanto le idee. Ed è qui che le critiche che piovono sempre attorno all’ambiente Napoli cavalcano quel sentimento di astio che c’è nei confronti di un presidente che ha pregi e difetti, come tutti gli esseri umani, come tutti i presidenti e come tutti gli imprenditori. Ma l’errore più comune che si possa fare è pensare che, per vincere, servano necessariamente giocatori che, sotto la spinta magari anche degli agenti, richiedono stipendi che, per politiche societarie (sicuramente anche discutibili, ma da accettare), non rientrano nella portata della società azzurra. Società che, sia chiaro, ha sempre ricominciato: perché i giocatori vanno, la maglia resta, e resta il popolo. Non si immaginava ci fosse un post Higuain, e ci si è innamorati di quel belga più partenopeo di certi partenopei che è Dries Mertens; non si immaginava un post Hamsik, eppure il sentimento, per quanto affievolito, c’è sempre. Napoli è una città che campa di sentimento. Non ci si immagina ora un post Koulibaly, ma ci sarà, e magari si punterà su un nome che, tra cinque o sei anni, farà nuovamente impazzire altri top club europei.

La mancanza di entusiasmo, però, non è solo riconducibile alla società che “non vuole spendere”. Napoli ha avuto la (s)fortuna che a sedersi sulla panchina dell’allora San Paolo ci fosse anche Maurizio Sarri. Un allenatore che, al fischio finale di uno scoppiettante Torino-Napoli, dichiarò: “Ma quali top player e top player, io non ho mai chiesto niente alla società ed è una vita che non chiedo niente a nessuno. La società ha il suo budget e sa come agire”. Ebbene sì, l’idea di Sarri era rilegata alla capacità di sapersi scervellare, trovar nuove soluzioni che fossero efficienti e al tempo stesso fedeli alle proprie idee. È così che, complice l’infortunio di Milik, il tecnico toscano si inventò quel Mertens che ha fatto impazzire il popolo, facendo breccia in ogni cuore e guadagnandosi l’appellativo di Ciro, uno dei figli più napoletani di Partenope. Ecco che allora si spegne l’entusiasmo, e si spegne quando si spegne il calcio in primis sul campo. Quando alla prima analisi di una gara può venire fuori che, alla fin fine, si assiste ad un Napoli che non è che abbia chissà quale idea di gioco – ma post Sarri bisognerebbe persino rivalutare il concetto di idea. Si potrebbe obiettare dicendo che una squadra come il Napoli, che perde nel giro di poche settimane Mertens e Koulibaly, dopo aver detto addio allo scugnizzo con la 24 sulle spalle, pecchi d’ambizione, specie se non li rimpiazza come si deve. Ma come ricordato il Napoli non fece chissà quale manovra di mercato quando fu costretto a dire addio a Higuain, pescando sul mercato principalmente giovani di prospettiva. A sopperire c’erano idee, idee di calcio, idee che arrivano alla pancia della gente, che ti fanno urlare “mamma mia, come gioca bene questa squadra..”, anche laddove come terminale offensivo possa esserci un Milik o un Gabbiadini. Nessun mucchio di soldi ha mai fatto gol, non lo ha fatto il Psg degli sceicchi, non quello di Pep Guardiola, che pure ha speso miliardi per provare ad alzare la Champions, salvo poi essere battuto in finale dal Chelsea, due anni fa. Avrebbero dovuto insorgere anche i tifosi del City? Dando un’occhiata ai soldi investiti per guardare tutti dall’alto del tetto europeo?.

Il calcio non è mai fatto soltanto di campioni che guadagnano un capitale poco sostenibile da altre società – dovrebbe d’altronde saperne qualcosa Max Allegri, da sempre incolpato di aver trasmesso alla sua Juve (una rosa tra le più forti in Italia) idee di un calcio fuori tempo e non al passo della modernità, tanto da aver perso persino la Coppa Italia, unico trofeo che i bianconeri potevano permettersi ultimamente. E allora si scusi chi, come qui scrive, ogni tanto ha ancora la nostalgia per chi riuscì a trasmettere l’importanza di un’idea calcistica, facendoci persino allontanare dalle chiacchiere da bar, dall’A16, dal “vattene via da Napoli”, da quell’incessante “è sempre colpa del presidente”. Si scusi chi, in una situazione del genere, si è scocciato della mancanza di sentimento che ha sempre contraddistinto questa città. Quel sentimento che, bisogna ammetterlo, se Spalletti ha forse un minimo rispolverato, è soltanto Sarri che è riuscito a far splendere, fino a far rialzare definitivamente l’orgoglio dei cuori napoletani.

Foto: SSC Napoli (account Twitter, 2016)