Pillole di Calcio – “Galeotto fu il Maradona”. Il purgatorio della Nazionale italiana, da sempre poco fortunata a Napoli

Oh vana gloria de l’umane posse!
com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
(Divina Commedia, Purgatorio, Canto XI, vv. 91-93)

Il ricorso al Sommo Poeta Dante suonerebbe come facile tentativo di risultare eruditi e di esordire ad effetto. Ci può stare, così come ci può stare la punizione che l’autore fiorentino infligge ai protagonisti del canto della sua Commedia, vale a dire i vanagloriosi e i superbi, costretti a camminare portando un pesante masso sulla schiena e a cantare, nel mentre, la preghiera del Padre Nostro. Vana gloria, a questo si riduce la “mistica” di un calcio, quale quello italiano che, in una settimana, si è ritrovato dall’essere rappresentato da sei club al banchetto delle potenze europee fino all’ennesimo bagno di inadeguatezza, stavolta fatto in ambito Nazionali. Durano poco sia la gloria che la sosta, quando si è sospesi in cima, specie se non si è più in grado di battere le ali. Punizioni divine, quelle dispensate da Dante Alighieri che, data la collocazione nella sfera del Purgatorio, sono destinate ad essere limitate, giusto quei “quattrocento/cinquecento anni” di espiazione dei propri peccati e di lavoro forzato, prima di ascendere al Paradiso. E noi? Noi quaggiù, con l’onere e l’onore di un pallone tra i piedi, li stiamo espiando i nostri peccati? Quali peccati? Quelli che ci hanno portato dall’essere la culla dei grandi – da Platini a Zidane; da Maradona a Ronaldo il Fenomeno – all’essere o un luogo di passaggio per i vari campioncini come Osimhen, Kvaratskhelia, Lautaro e Hojlund o un defaticante per campionissimi al tramonto come Ribery o Di Maria. Parrebbe di no.

A far tornare i volti tristi ai calciofili del Bel Paese ci ha pensato, ancora una volta, la Nazionale di Roberto Mancini, come sempre trattato come un martire, ossia infierendo su di lui. Il volto azzurro della Nazionale – piaccia o meno – è quello del tecnico di Jesi. Lo stesso volto dello stesso CT che venti mesi fa ci ha portato, con amplissimi meriti, sul tetto d’Europa. All’epoca – e sembra passata un’era geologica – il mantra era sempre lo stesso: “ovviare ad una problematica seria come l’assenza di attaccanti”. Agli Europei del 2021 la soluzione è stata trovata sperimentando sul materiale a disposizione (ricordate Lorenzo Insigne falso nove nelle ultime due gare con Spagna e Inghilterra?) e beneficiando di un clima quasi magico che non ritornerà più, almeno nel breve. Con l’eliminazione dai mondiali, Mancini non solo non ha lasciato il posto da CT – come caldamente consigliatogli da tanti italiani “esperti” – ma ha vestito i panni anche dello scout federale, allargando l’occhio persino in Sudamerica e nei database degli uffici anagrafe latini, per scovare nonni, bisnonni o trisnonni italiani di qualche giovane, così da poterlo naturalizzare italiano. L’algoritmo umano ha scovato un giovane argentino di nome Mateo e di cognome Retegui, tifoso del River Plate, prodotto del Boca Juniors e capocannoniere, con il Tigre, del campionato argentino dello scorso anno. Per “gentile concessione” del miglior allenatore del mondo secondo la FIFA, Lionel Scaloni, il classe ’99, sarà convocabile sempre e solo dalla Nazionale italiana, avendo disputato almeno una gara ufficiale col tricolore addosso. Il Chapita – o Tabano (ovvero “tafano”, cioè una mosca che punge) – Retegui non sarà l’ultimo argentino a vestirsi d’azzurro e non è neanche il primo dal momento che, prima di lui, altri campioni intrisi di cultura latino-americana sono stati adottati dai campi di Coverciano: da Sivori a Jorginho passando per i campioni del mondo Luis Monti, Raimundo Orsi – nel ’34 dopo aver giocato e perso tra le fila dell’Argentina la finale contro l’Uruguay – e Mauro German Camoranesi.

Inutile dire che i fari della prima sfida del girone di qualificazione ad Euro 2024 tra Italia e Inghilterra siano stati proiettati tutti sul centravanti argentino Retegui, il quale si è tolto la soddisfazione di segnare all’esordio e, per giunta, nello stadio di Diego Armando Maradona. Non si può dire, però, che l’aria partenopea giovi particolarmente alla Nazionale italiana e, senza alcun dubbio, pesa quella maledetta semifinale con l’Argentina dei mondiali del 1990, che vide trionfare i sudamericani ai rigori e in occasione della quale il pubblico del San Paolo era spaccato tra chi tifava Maradona e chi Schillaci. Gli azzurri, in generale, mancavano dallo stadio di Fuorigrotta dal 15 ottobre 2013. All’epoca, Italia-Armenia, valida per le qualificazioni ai mondiali – quando ai mondiali ci si qualificava! –, finì 2-2 e gli azzurri di Cesare Prandelli si schieravano così: Marchetti, Abate, Bonucci, Astori, Pasqual, Florenzi, Pirlo, Aquilani, Montolivo, Insigne, Osvaldo. A salvare i padroni di casa ci pensò un subentrato, ossia Mario Balotelli avvicinando i suoi ad un Mondiale mal giocato come quello brasiliano del 2014.

Per trovare l’ultima vittoria a Napoli della Nazionale, invece, bisogna andare indietro al 15 novembre del 1997 e ad un Italia-Russia valido per un insolito – per quei tempi – spareggio per accedere alle fasi finali dei Mondiali di Francia ’98. L’Italia di un contestatissimo Cesare Maldini arrivò seconda in un girone comandato poi dall’Inghilterra. Le critiche a Maldini senior riguardavano un certo approccio difensivo e un’inspiegabile astinenza dal gol nonostante l’attacco fosse l’ultimo dei problemi – a differenza dei giorni nostri – con i numeri 10 Zola, Del Piero e Baggio e i numeri 9 Vieri, Inzaghi, Ravanelli, Casiraghi ed Enrico Chiesa. Ad avercene almeno un paio!
Allo stadio San Paolo si giocò il ritorno del confronto con i Russi, dopo il pareggio per 1-1 di due settimane prima maturato nel più classico degli inverni russi, ovvero in una tempesta di neve e vento, sotto la quale trovò il gol Bobo Vieri e l’esordio assoluto il diciannovenne Gigi Buffon. Alla sfida di Napoli, l’Italia e Cesare Maldini soprattutto, arrivarono dopo due settimane di grandi polemiche – come al solito – con addirittura l’ipotesi di affiancare un altro CT al grande Cesare che, ovviamente, non la prese benissimo. Il problema infortuni, poi, fece il resto, con Vieri, autore del gol dell’andata, infortunatosi nel mentre. A portare l’Italia ai Mondiali francesi ci pensò, quella sera, il sostituto di Bobo, vale a dire Pierluigi Casiraghi, attaccante di Juventus e Lazio, bravo ad attaccare la profondità e a trafiggere il portiere avversario per l’1-0 finale che ha regalato agli azzurri lo spareggio mondiale, il primo nella sua storia nonché l’unico vinto su tre.

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter Nazionale Italiana