Raffaele Dell’Anno, ex capitano dello storico Cicciano che conquistò l’Eccellenza nella stagione 2011/ 2012, ha rilasciato un’intervista esclusiva ai microfoni di Campania Nel Pallone. Il calciatore classe 1988, ha ricordato la bella esperienza con la maglia del suo paese, tassello importante di una carriera fra Germania e Italia, vissuta con un amore genuino nei confronti del calcio. Di seguito le dichiarazioni.
Cosa pensi della decisione della Lega Dilettanti? Come hai vissuto questa situazione?
“In tanti anni di calcio ho avuto la fortuna di giocare anche in categorie superiori, ma mai mi era capitato di fermarmi per così tanto tempo, massimo il periodo estivo, un due o tre settimane. Non è una cosa bella, la vivo male come sportivo perché il calcio è collettività e trovarsi a fare allenamenti individuali non è calcio. Nelle categorie inferiori poi, il calcio lo vivi non solo per l’aspetto economico, ma principalmente per la passione del calcio che non deve svanire. Oggi sempre più bambini si allontanano dai campi da calcio, e non va bene. Una volta avevamo quello lì, punto. La passione che avevamo noi faccio fatica a vederla oggi che ci sono troppe distrazioni. Noi avevamo soltanto quello, la porta bianca e il pallone.”
Nel 2011-12 il Cicciano ha vinto un campionato di Promozione aggiudicandosi l’Eccellenza con te capitano. Che esperienza è stata?
“L’esperienza è stata una delle più belle che ho vissuto perché si tratta della squadra che fin da piccolo vai a vedere allo stadio. Giocarci da capitano e vincere ha rappresentato un’esperienza indimenticabile. Quella che mi ha dato di più sotto l’aspetto calcistico e collettivo. Mi sono trovato molto bene con il mister Angelantonio, grandissimo allenatore e il gruppo storico con Di Benedetto, Marano, Di Meo.”
Il percorso nella squadra della mia città iniziò quando incontrai Paolino Coppola, all’epoca presidente del Cicciano, accettai il progetto ricominciando la carriera da calciatore. Sono stati anni bellissimi, il mister Angelantonio Galluccio fu bravo ad integrarci tutti insieme. L’anno della vittoria in campionato partimmo con 6 partite e 18 punti.
La stessa squadra dell’anno precedente, nonostante puntasse ad un livello medio alto, con qualche innesto mirato, dopo 6 partite in prima posizione riuscì a credere che si potesse vincere il campionato, con grinta agonistica e determinazione. Luca Tulino, in quel campionato, fu eccezionale, è uno dei più bravi preparatori atletici in circolazione.”
Cosa significa per te essere capitano? Ci sono stati dei momenti in cui hai avuto difficoltà nell’interpretare questo ruolo?
“Fare il capitano è un lavoro che non ti occupa soltanto due ore al giorno di allenamento. Sei capitano anche quando vai al bar, al ristorante, con gli amici. Nei periodi favorevoli era tutto bello, ma quando andavamo male i tifosi mi supportavano ugualmente. Tutti mi conoscevano anche da un punto di vista umano. Ma stavo attento prima delle partite a non farmi vedere in giro, ci tieni a dimostrare di più da capitano della tua città. Non è poco. La domenica indossi la maglia della squadra che da piccolo andavi a vedere. I tifosi, però, ci sono sempre stati vicini, sono stati eccezionali.”
Il playout perso in Eccellenza al 90esimo è uno dei momenti che ricordi con più amarezza della carriera al Cicciano?
“Fu una partita particolare. Andammo a fare il ritiro il sabato a Palma Campania. Eravamo carichi e pronti pur sapendo che la Palmese fosse attrezzata per non fare i playout. Ricordo il mio gol dell’1 a 0 o dell’1 a 1 mi pare e ricordo che dissi ai miei compagni ‘restiamo calmi, non è ancora finita’. Quella partita sono uscito all’ ottantesimo per crampi, non ne avevo più. Stavo facendo bene al di là del gol. Ma nonostante questa retrocessione, nella mente quando penso al Cicciano ho soltanto bei momenti.”
Cosa dicesti ai tuoi ragazzi in quell’occasione della retrocessione in Eccellenza?
“Dissi loro che al di là del risultato, eravamo riuscivi a dare il massimo, nonostante avessimo sbagliato qualcosa durante il campionato. C’era un po’ di rammarico, ma in quelle situazioni devi sapere che di fronte hai 20 famiglie diverse e 20 mentalità e bisogna sempre rispettare chi ha sudato la maglia fino all’ultima giornata.”
Cos’hai provato ad allontanarti dalla Campania? Ti era già capitato?
“Già a 15 anni mi trasferii al Sora calcio, in serie C1 che aveva il centro sportivo a Roma centro. Avevo la possibilità di essere osservato dalla Roma e dalla Lazio, le società più importanti. Facevamo comunque un campionato nazionale e quando venni aggregato in Primavera mi ritrovai a giocare contro gente come Bojinov, Vucinic, Cerci. Ho avuto delle belle esperienze anche a Casarano, a 17 anni appena in Eccellenza. Da lì mi trasferii in Germania, giocando in serie C e in serie B con il Berghausen, allenandomi anche con la prima squadra. Ritrovarsi a 18 anni con una prima esperienza estera ho fatto un po’ fatica. La vita ha voluto riportarmi in Italia. Sono andato al Martina Franca, girando dalla serie C alla D. L’ultimo anno l’ho fatto al Faenza, nel 2008, in Eccellenza, prima di decidere di tornare a casa e trovare un lavoro.
Cosa succederà nel futuro più prossimo?
“A settembre compirò 32 anni, non sono più un giovincello, ma gli stimoli ci sono. Ho incontrato qualche squadra di Promozione. L’anno scorso siamo andati in finale di Coppa, ho fatto 13 gol fra campionato e coppa. Ora aspettiamo il decreto finale in merito a questa situazione.”
La serie A a breve ripartirà. A tuo giudizio è una scelta giusta o bisognava aspettare qualche altro mese?
“Ti dico la verità, per l’attuale situazione avrei preferito che non si giocasse. È una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che hanno l’abbonamento e che la domenica andavano allo stadio per tifare. Giocare soltanto per una questione economica, per chi scommette o per le televisioni, non mi sembra corretto nei confronti del calcio, che è uno sport collettivo, non solo in campo. Raduna la gente di ogni paese, di ogni città e di ogni piazza per un valore che è quello della squadra. Questo è quello che ho capito del calcio.”
Alla luce della tua esperienza finora, ti aspettavi che potesse andare diversamente? Ti è mancata un po’ di fortuna?
“Si, mi è mancata un po’ la fortuna e una persona che magari mi potesse accompagnare nel cammino di crescita e che mi facesse giocare in una società che puntasse su di me. Ma ho sempre pensato che se ora sono qui è perché doveva andare così. Il calcio è spietato: tutti nasciamo con il desiderio di diventare calciatori, non tutti ci riusciamo. L’accetto con filosofia. Ho avuto belle esperienze tra i professionisti che, oltre a portami dietro, mi permettono di trasmettere quei valori acquisiti anche in categorie minori.”
Marco De Luise
