In “Ricomincio da tre”, quando Gaetano e Lello si incontrano all’ingresso di una facciata di Villa Vannucchi a San Giorgio a Cremano, nasce un simpatico dibattito su due tipi di miracoli: Gaetano sostiene che ci sia soltanto un tipo di miracolo, quello per cui tutta le persone restano folgorate e stupefatte alla vista di qualcosa di inaspettato; Lello, invece, sostiene che c’è sì il miracolo che sconvolge una comunità, ma anche il miracolo che invece non provoca alcun tipo di reazioni, finendo per essere qualcosa di (più o meno) prevedibile.
L’incipit sembra calzare a pennello con quanto stia accadendo intorno all’ambiente del Napoli di Conte, all’indomani del secondo pareggio consecutivo maturato in casa contro la buona Udinese allenata da Runjaic. In conferenza l’allenatore salentino ex Inter e Juventus ha dichiarato che si sta facendo un miracolo, e che c’è bisogno di fidarsi delle sue parole. In merito alle sue parole, naturalmente, il tifo napoletano (e non solo) s’è spaccato in due, tra chi sostiene che non ci siano giustificazioni al pari di ieri, e chi analizza prova guardare ala prestazione come ad una evidente testimonianza dei limiti che la squadra partenopea si trascina dietro – anche dopo un mercato non all’altezza, che ha provocato delusione in primis nel Ds Manna che ne ha dato spiegazioni in conferenza stampa.
Giocare una partita a settimana. Se proprio si dovesse prendere posizione, provando a giocare ancora sul simpatico siparietto di Massimo Troisi e Lello Arena, si può sottolineare che le ragioni sono nel mezzo. Se il Napoli investe su Conte è perché conosce le sue ambizioni e la sua voglia di vincere – e quella basta, almeno nell’ipotesi della società di De Laurentiis, per fare ritorno immediato nel calcio che conta a livello europeo. Che Conte abbia ambizioni più alte di natura, e che stia pensando allo Scudetto, secondo alcuni è cosa quasi scontata in virtù delle precedenti esperienze sulle panchine di Juventus e Inter, che lo hanno etichettato come un allenatore famelico e ossessionato dal tricolore. Tra i desideri, il dire e il fare c’è però di mezzo il mare. E il mare a cui si vuol far riferimento è la situazione che coinvolge la rosa azzurra. L’interrogativo post Napoli-Udinese sorge spontaneo: davvero basta il semplice giocare una partita a settimana per agguantare lo Scudetto? O c’è, invece, bisogno di scavare a fondo e capire cosa sia cambiato nel corso degli ultimi anni?
Nell’era dei cinque cambi a partita più di un allenatore ha sostenuto quanto in una partita ce ne siano praticamente due, perché cambiare 5/11 dei calciatori in campo significa rivoluzionare una rosa a partita in corso. E le qualità di chi subentra possono e devono fare la differenza. Ciò che è apparso ieri chiaro è il perché Conte abbia necessariamente dovuto puntare su alcuni fedelissimi, e quanto – vuoi per mancato minutaggio, vuoi per una distanza tecnica notevole – i nuovi apporti abbiano poco o nulla apportato (si perdoni il gioco di parole) alla causa azzurra della vittoria.
Ngonge, Raspadori, Okafor, Gilmour, Simeone, Mazzocchi. Considerando, poi, anche l’errore difensivo sull’asse Meret-Juan Jesus che per alcuni avrà fatto nuovamente rimpiangere Buongiorno. Non c’è dubbio sul fatto che questa rosa per Conte andrebbe in guerra, e l’impegno non è mai messo in discussione. Ciò non implica che non si debba essere preoccupati quando si assiste a certe dinamiche: Ngonge fatica a saltare l’uomo e a rendersi pericoloso, Raspadori lega gioco poco e male e Simeone tocca pochissimi palloni – e, ovviamente, spalle alla porta, prova dell’incredibile prestazione fisica di Bijol e compagni di reparto. Lo stesso Mazzocchi – la sua prestazione non è del tutto da buttare, prova a venire dentro al campo facendo spazio a Neres, e quando può ha gamba e taglia il centrocampo – è un “operaio” che suda la maglia ogni qualvolta calca il campo.
Se si giustifica Okafor, con una condizione fisica precaria e reduce da pochi allenamenti con la maglia azzurra, non si può certo pensare che basti fare numero e dare qualche ricambio per essere competitivi e vincere lo Scudetto – e sì, anche con una sola partita a settimana. Per vincere c’è bisogno di qualità. La stessa che Conte aveva chiesto alla società post cessione di Kvara, e che è venuta meno, se non numericamente, nella scelta di investire su Okafor – sebbene sia da riconoscere la volontà e il tentativo di Manna di provare a strappare alle società i vari Garnacho, Adeyemi e Saint-Maximin. E i dubbi che adesso sorgono sono inerenti proprio alla mancanza di qualità oltre i dodici-tredici calciatori fedelissimi di Conte, e quanto incidano (in alcune circostanze poco o male) sulle gare di stagione.
Miracolo sì o miracolo no. Se la virtù sta nel mezzo Conte non ha dunque torto quando parla di miracolo, esattamente come non ha torto chi mette in evidenza gli investimenti fatti dalla società di De Laurentiis per accaparrarsi le alte posizioni della classifica. Il Napoli guarda momentaneamente tutti dall’alto, e lo farà anche dopo Inter-Fiorentina di questa sera. E pare più opportuno, piuttosto che indirizzare il discorso – è ormai un refrain che annoia – sugli azzurri avvantaggiati nella volata Scudetto, non perdere di vista il fatto che nessuno si sarebbe aspettato un Napoli del genere. Anzi, se qualcuno avesse ipotizzato di vedere il Napoli in testa, a febbraio – e, si ribadisce, anche con una partita sola a settimana -, forse gli stessi che ora pretendono il tricolore avrebbero fatto una grande risata. D’altronde è troppo facile salire o scendere da un carro a proprio piacimento, a seconda di quanto convenga. Più difficile è provare a mantenere i piedi per terra, avere l’onestà intellettuale di riconoscere i limiti del Napoli, gli errori fatti nella sessione di mercato invernale e la consapevolezza di Conte di non dover destabilizzare l’ambiente. Che poi l’allenatore salentino voglia provare l’impresa di conquistare un altro Scudetto, a maggior ragione se gli impegni europei gravano sulle dirette concorrenti, è decisamente opinione rispettabile. Non però che ne sia obbligato, non che ne sia automaticamente vantaggiato per il nome che porta. Che piaccia o meno, i miracoli, per chi ci crede, li hanno fatti soltanto i santi. Conte resta umano, e per la situazione azzurra da cui la società di De Laurentiis si sta tirando fuori, sta dando il meglio che può.
FOTO: SSC NAPOLI
Napoli-Udinese il giorno dopo. Il “miracolo” di Conte che (non) si mangia le mani e l’ossessione dello Scudetto
