“Fattell cu chi è megli ‘e te e fanc’ e spese” ovvero “circòndati di persone che possano accrescere il tuo bagaglio in fatto di conoscenze, abilità e valori, e sii anche disposto a pagare per esperienze del genere”.
Antonio Conte da Lecce è un appassionato tifoso della Juventus, squadra in cui ha militato da calciatore dal 1991 al 2004, conquistando cinque scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e, in ambito internazionale, una Coppa UEFA, una Champions League, l’Intercontinentale, una Supercoppa e una Coppa Intertoto UEFA, disputando, inoltre, altre tre finali di Champions. Da allenatore della Juve, invece, il merito esclusivo di Conte è stato quello di prendere per mano la sua squadra e di portarla fuori dall’epoca oscura di Calciopoli, a riveder le stelle, una in particolare, la terza, arrivata con la conquista del terzo scudetto di fila, nella stagione 2013/2014.
Stiamo parlando di un ambasciatore dei (non) colori bianconeri in giro per il mondo che ha esportato il mantra della vittoria a qualsiasi costo, in qualsiasi modo senza compromessi, frutto del lavoro e quotidiano. Antonio Conte da Lecce è, nell’essenza, la Juve: senza colore e, perciò, con tutti i colori; è un capitano di ventura guiscardo che proprio come Roberto il Guiscardo, duca normanno della sua Puglia di 1000 anni fa, si mette a disposizione del miglior offerente e il resto, poi, è storia…
Fu proprio una squadra pugliese, cioè il Lecce allenato da Gotti, lo scorso anno, a chiudere il sipario su una stagione disastrosa, condotta dal Napoli disonorando il tricolore sul petto. Il risultato in quell’ultima giornata fu uno 0-0 che ufficializzò la non partecipazione degli azzurri alle coppe europee della stagione successiva. L’immagine iconica di quel pomeriggio, e forse dell’intero campionato, è quella del capitano Di Lorenzo fischiato e sull’orlo di una crisi di nervi, pronto a sposare il progetto Juventus.
Non sta a me giudicare ma, quel 26 maggio, invece, molti benedirono quello scialbo pari senza reti perché già era chiaro il nome di chi avrebbe preso in mano quel gruppo e le sue capacità arcinote, specie in una stagione slim, ovverosia solo con il campionato da disputare. Better Call Conte, perciò: perché ci vuole poco, pochissimo, in Italia per sconfessare un ciclo, anche se si tratta di quello virtuoso targato Aurelio De Laurentiis, una scala amoris che ha portato i tifosi sempre più in alto, fino alle stelle del terzo tricolore con Spalletti e i quarti di Champions League. Poi? Poi la reazione al capitombolo, per dimostrare, semmai ce ne fosse bisogno, che si può cadere anche in un’azienda sana e virtuosa ma ciò che conta è rialzarsi e come lo si fa. ADL ha rifatto il capolavoro di vincere e come l’eroe multiforme Ulisse ha scelto l’uomo giusto per quel tipo di crisi, fatta di assenza di valori umani, di voglia di sacrificarsi e poi, a cascata, di gioco e risultati. Il vincente Antonio Conte è il farmaco migliore, la reazione impetuosa alla mediocrità e al fallimento; è un re taumaturgo che gira, tanto, mette la tenda al centro del villaggio e, con l’imposizione delle mani, cura ogni ferita, di qualsiasi entità essa sia.

Come due anni fa, il miracolo sta tutto in un lavoro fatto bene, da tutti, a partire da chi, seppur con qualche settimana di ritardo, ha messo a disposizione del nuovo allenatore una squadra forte, con calciatori di respiro internazionale come McTominay, Lukaku, Neres e Gilmour e prospetti promettenti e significativi come Buongiorno. Questi cinque nomi si sono aggregati ad una squadra composta in larga parte da calciatori che, un anno prima, avevano cannibalizzato il campionato e che avevano solo bisogno di essere riattivati nel corpo e nell’animo. E chi, meglio di Conte, per fare questo lavoro?
Eppure, la storia è maestra di vita e sui libri di storia, Antonio Conte ci è finito molte volte, in particolare danelle vesti di allenatore e guida di gruppi prima sfibrati, poi plasmati a sua immagine e somiglianza e, infine, quasi sempre condotti alla vittoria.
Detto della Juventus, ritornata grande a partire dalla stagione 2011/2012 e artefice di un ciclo fatto di nove scudetti di fila, le altre due imprese italiane prima dell’approdo a Napoli si chiamano Nazionale e Inter. Come CT dell’Italia, nel biennio 2014-2016, Conte ha fatto sì che un intero popolo sfiduciato dalle delusioni mondiali tornasse a tifare davvero, anche una nazionale altamente povera di qualità come quella che nel 2016 ha sfiorato la semifinale degli Europei uscendo contro la Germania campione del mondo, e chissà cosa sarebbe successo se solo quella lotteria dei rigori e quei rigoristi fossero stati diversi.
Nel 2019, invece, l’Inter è già una squadra credibile. Luciano Spalletti ha condotto la squadra in Champions League per due anni di fila ma nello spogliatoio l’aria è gelida. Tutto il gruppo ha sfiduciato il capitano nonché massimo goleador Mauro Icardi, reo di essersi accompagnato umanamente e professionalmente ad una figura discutibile e di non aver tutelato lo spogliatoio quando serviva. I pesi portati sulle spalle dal tecnico di Certaldo, alla fine della sua seconda stagione, sono diventati insostenibili e i risultati in campo non sono mai stati totalmente soddisfacenti. La sola partecipazione all’Europa, senza mai competere per lo scudetto, non basta più. Il nuovo CEO Beppe Marotta non ha bisogno di casting: Antonio Conte è l’unico nome per la panchina dell’Inter, nonché l’unica garanzia per ritornare davvero a veder le stelle. Con lui arrivano Barella, Bastoni, Lukaku, Eriksen, Hakimi – e tanti altri ancora – e arriva uno scudetto in due anni, nel periodo della pandemia, senza il carburante per eccellenza rappresentato dal tifo. Per la prima volta, Conte si procura lo scalpo del suo passato anzi, della sua Juventus, interrompendo quel ciclo di nove tricolori di fila che lui stesso aveva inaugurato.
Probabilmente, però, l’impresa più affine a quella compiuta con il Napoli, Conte l’ha compiuta oltremanica, a Londra, sulla panchina del Chelsea. Nell’estate del 2016, il tecnico leccese raccolse i brandelli di una squadra arrivata decima nella stagione da detentrice del campionato. Vi ricorda qualcosa?
Anche in quel caso, naturalmente, non c’erano le coppe. L’inizio della stagione fu deficitario e la cavalcata cominciò dopo un 3-0 rumoroso in trasferta. Quella volta, la cornice era quella dell’Emirates Stadium e l’Arsenal di Ozil, Sanchez e Giroud ballò con i fantasmi blues della precedente, fallimentare stagione.
After today, we must work a lot. L’italianissimo inglese di Antonio Conte, pronunciato con vergogna durante la conferenza post Arsenal-Chelsea preannunciava un cambio di modulo che di lì a poco avrebbe rivoluzionato la stagione e l’umore di una piazza calcisticamente depressa: un 3-4-3 con Courtois, David Luiz, Azpilicueta, Cahill, Marcos Alonso, Fabregas, Kanté, Moses e un tridente di altissimo livello con Hazard/Willian, Diego Costa e Pedro. Esatto, proprio quel Pedro che si è guadagnato di diritto un posto nell’epica dello scudetto azzurro o, se volete, nel presepe di San Gregorio Armeno. Sì, perché otto anni dopo, Pedro Eliezer Rodríguez Ledesma da Tenerife ha consegnato al mister Antonio un altro scudetto, stavolta da attore non protagonista: non con l’azzurro Napoli bensì con il giallo da trasferta della Lazio, con la sua doppietta che ha imbrigliato l’Inter nel 2-2 casalingo dello scorso 18 maggio. Pedro, dunque, come Pazzini, autore della doppietta che tolse lo scudetto alla Roma nel 2010, nell’ultimo campionato vinto a 82 punti prima di questo.

Vale la pena, allora, pagare e fare tante spese per poter poi vivere serate come quella del 23 maggio 2025? Vale la pena spendere 149 milioni di euro (fonte Calcioefinanza) per il mercato estivo oppure, spiritualmente, vale la pena pagare lo scotto di avere in casa il rivale juventino di sempre – accompagnato dal team manager Oriali che è un’icona dell’interismo – per ritrovare la grandezza? Vale la pena rinunciare definitivamente ad essere belli per vincere, laddove due anni fa lo stesso Napoli aveva dimostrato che questi due valori possono coesistere? Quanto è costata al Napoli e ai napoletani la chiamata a Conte? Tanto. Cosa avrebbe dato questa piazza per rivivere le notti della primavera del 2023? Esatto: tutto.

Foto: pagina ufficiale SSC Napoli; pagina ufficiale Instagram Antonio Conte; pagina ufficiale Instagram Pedro
