AG4IN NAPOLI – Conte e Partenope tra Storia e Mito: la Napoli sospesa e il tempo che si ferma. Era già tutto (im)previsto

Tra mito e storia, tra realtà e fantasia. In un arco temporale che sembra durare una vita, dalle 22.48 del 23 maggio 2025 all’alba successiva, il tempo sembra diluirsi. Restare immobile e non correre più. Napoli è una fotografia, quella di piazza del Plebiscito gremita di gente e con alle spalle il golfo e il Vesuvio – più volte chiamato in causa da chi Napoli non la conosce affatto. Quando La Penna fischia tre volte sancendo il quarto Scudetto azzurro Partenope stacca i piedi da terra, travalicando i confini del reale per entrare, in punta di piedi e in una delle notti più lunghe della storia del club, nella fantasia. Resta sospesa, a mezz’aria, si gode questo dolce volare che, rispetto a due anni fa, era più (im)previsto. Sì, (im)previsto, con le parentesi. Perché a Napoli non smetti di credere che gli astri si siano allineati di nuovo, ancora una volta, come due anni fa con la benedizione di Diego. Ci aveva avvisati Pino Daniele, con un singolo che ha scavalcato i confini del tempo, e chiamato proprio Again. Lo aveva, chissà come e in quale sogno della propria fantasia, intuito anche Liberato, pubblicando una canzone dal titolo Viennarì. Non potendo sapere che proprio di venerdì il Napoli avrebbe riscritto la storia, spingendo nuovamente, con le mani sulla schiena, la città nella dimensione del mito.

Ma prima di essere sospesa, Napoli è stata, mai come quest’anno, in attesa. Anche in questo caso lontano dalla realtà, nelle quattro mura di una scaramanzia che da sempre contraddistingue questo popolo. Un gesto, una formula magica, un qualsiasi tipo di rito per provare ad indirizzare la fortuna, il caso, la sorte. E quando ti affacci e fino alla mattina del 23 maggio non vedi bandiere sui balconi, e qualcuno soltanto s’è lasciato andare in barba a qualsiasi gesto apotropaico, comprendi che a Napoli non c’è realtà senza immaginazione, e non c’è immaginazione senza realtà. Un tutt’uno, inseparabile, inscindibile. No, non è solo passione, è appartenenza, è il riconoscersi – come dice Luisa Ranieri in “Nuovo Olimpo” di Ozpetek -, è identità, è abbracciare la propria terra. Non solo come territorio in cui si vive, ma quasi come entità a sé. Come qualcosa che ti culla e ti ha marcato sin dalla nascita. Partenope esiste, è una santa a cui essere devoti, è una dea che tiene per mano questa città nello scorrere dei secoli. E Maradona gli è accanto, lui che pure essendo umano è entrato nell’immaginario, nelle favole raccontate ai bambini, al punto che lo considerando più un eroe che un calciatore, più un semidio che un uomo nato su questa terra.

Ma quando l’attesa si infrange, quando termine quest’ansia assurda che ti mangia da inizio settimana, Napoli esplode – e no, non è il Vesuvio, come un certo anti-meridionalismo vorrebbe. Si tratta di pura gioia, di pure lacrime, di pure emozioni che altrove forse neanche si vivrebbero. Lo sa bene Antonio Conte, sa bene che è stata la sua impresa più delicata, perché conscio delle pressioni a cui può sottoporti questa piazza. E non poteva neanche immaginare che al termine di un’annata straordinaria potesse vivere qualcosa di indimenticabile. Lui che ha vinto tanto, lui che è l’unico ad aver vinto lo Scudetto su tre panchine diverse, lui del sud. Professionale e razionale fino al 97′, poi caloroso e passionale come se fosse tornato un bambino. Conte ha preso per mano calciatori e tifosi, ha tracciato una strada da percorrere insieme. Una strada priva di certezze, ma ricca di fedeltà e di fede. Chi mi ama mi segua, e così s’è fatto. Perché Napoli la ami a prescindere, perché qui l’amore è un dono che non chiede contraccambio. “Mi avete dato tanto ancor prima che io vi dessi qualcosa”, tutto si riassume in questa frase. Qui sei amato senza doverlo chiedere, anche se non lo desideri, anche se non puoi offrire niente in cambio. Come una mamma aspetta un figlio a braccia aperte.

Conte però qualcosa in cambio ha dato eccome. Una nuova firma nella storia, la consapevolezza di aver lasciato un’impronta, un marchio. Il quarto Scudetto, il secondo nell’arco di tre anni, un’impresa di cui poteva essere artefice soltanto un allenatore da una fame così insaziabile. Capace di tirar su il Napoli da un decimo posto, farlo rimanere in testa per 20 giornate fino alla decisiva, renderlo un fortino inespugnabile con la migliore difesa dei top cinque campionati europei. Capace di far rinascere Lukaku e di farlo trionfare in una città del genere a 32 anni, e di far entrare Scott McTominay nel cuore di ogni napoletano rendendolo il calciatore più incisivo in serie A – e con gli stessi gol di un certo Lautaro Martinez. S’è reinventato un Napoli più volte, non privandolo mai della sua fama di vincere, e lasciandosi alle spalle l’Inter per gran parte dell’intera stagione. Ha tirato dritto, con gli occhi sempre puntati alla meta, dimostrando ai napoletani che determinazione, razionalità e piedi per terra non sono che strumenti indispensabili per tornare a volare, per tornare ad essere sospesi. Come il caffè, come questa città, come la notte interminabile di una intramontabile Partenope – che tutti giurano, si ripete, sia esistita veramente.

L’anello di congiunzione tra Mito e Storia, tra fantasia e realtà, alla fine è proprio Antonio Conte. Per la sua capacità di unire il lavoro, la fame di vittoria e il sacrificio all’allineamento degli astri, alla sorte favorevole, ai baci di Partenope sulla fronte. Vai va’, ‘a Madonna t’accumpagna, Aiutati che Dio t’aiuta. Napoli s’è aiutata, Conte ha aiutato i tifosi, i tifosi hanno sostenuto (triplicandone l’onda d’affetto) allenatore, società e squadra, trascinandola fino alla fine come si fa con gli atleti che stanno per cedere in Maratona. La città, come ogni anno, ha cominciato scrivendo il C’era una volta aspettando – o, anzi, forse non proprio – che qualcuno scrivesse e vissero tutti felici e contenti. Lo ha fatto Conte, l’antipatico perché vince, l’uomo dal cuore di ghiaccio fino alla fine dei 97 minuti. Quel cuore che, poco dopo, s’è sciolto come neve al sole per il calore incontrollato di un popolo e di una tifoseria capaci di farti dubitare della realtà. E a chi si chiede se è successo davvero o se si sta sognando, dategli un pizzicotto o uno schiaffetto in faccia. Costringetelo a capire, a comprendere, a realizzare che è tutto vero, che sta accadendo veramente. Ma sappiate che, ancora una volta in bilico tra Storia e Mito, tra veglia e sonno, tra tempo ed eternità, vi risponderà sempre con un nun me pare overo.

Perché questo è Napoli, la virtù che sta nel mezzo, proprio tra cielo e terra. Perché a Napoli non puoi non avere immaginazione e sognare di volare, ma al tempo stesso non può estirpare le radici che ti tengono ancorato al suolo. Perché a Napoli non si vuole vivere felici. Perché a Napoli si vuole vivere sospesi.

FOTO: SSC NAPOLI